ricordi | Soulbridge

mercoledì, 31 dicembre 2008,15:10

Dieci minuti a piedi.
La distanza tra il reale e l’immaginifico.
Dieci minuti a piedi, adattandosi al passo misurato dell’uomo col cappello messo un po’ di sghimbescio.
Un passo cadenzato, calmo, rassicurante, quasi gioioso il suo. Che non muta  anche quando già si intravede la scritta al neon. Anche quando i piedi del bambino prendono accellerazione sincrona ai battiti del cuore.
Sempre più vicino, sempre più vicino, sempre più vicino, ancora così lontano.
Lo scudo luccicante di gialli e di rossi svetta al centro del palazzo occupandone quasi mezza facciata.
Icona del fantastico messa lì a combattere il quotidiano, il già visto, il conosciuto, l’ordinario.
Cinema Teatro Titanus.
Dieci minuti a piedi bastano per giungere dove l’altrove apre le braccia.
Entrano e  il loro cerchio si stringe ancora un po’ di più, come tuffatori che si lanciano dallo stesso scoglio tenendosi per mano, per toccare l’acqua nello stesso istante, per vivere il Momento nello stesso Attimo.
“Un adulto e un bambino”
La cassiera ha uno sguardo perplesso: “Ma, veramente è già iniziato da mezz’ora”.
Sorriso. “Un adulto e un bambino”.
Il volto della donna dietro il vetro ha la grevità bovina e indifferente di chi ha fatto il vaccino contro l’umana idiozia: “duecentocinquanta lire”.
Sorriso. “Grazie e buona serata”.
Negli occhi del bambino la domanda galleggia secondaria, ma molto distanziata dalla voglia di entrare.
Lui la vede, la riconosce, la raccoglie, l’abbraccia e domanda: “ Ma tu c’hai veramente voglia di aspettare un’ora?”
“No, ma il film è già incominciato”.
“E che ti importa. Pensaci,  il bello è proprio quello: quando tutto finisce poi ricomincia. Noi entriamo ora, seguiamo la storia e vediamo come finisce. Poi tutto ricomincia, guardiamo anche l’inizio, lo mettiamo insieme al resto e ce l’abbiamo tutta completa nella nostra testa. E siamo entrati pure quando avevamo voglia di entrare, senza aspettare. Quando fai la fila aspetti, quando vai dal dottore aspetti. Immagina: anche a teatro aspetti. Al cinema no. Entri. E se vuoi è la storia che aspetta te”.
Il ritornare degli eventi, la somma ciclicità della vita che immagina se stessa e specchia il futuro nel suo passato,  il non infrangere le regole ma scivolarci dentro come se fossero fatte di fili di canapa intrecciati larghi.
La vita si può spiegare anche così ad un bambino di sei anni.


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(foto di Michal Wojciechowski)


Cinema Teatro Titanus.
1960.
Si erano seduti come sempre nelle ultime file di quelle poltrone di velluto rosso un po’ stinto e dal familiare leggero aroma di muffa.
Accoglienti come vecchie zie dalla passata bellezza sfrontata, che ti amano perché ogni tanto le guardi negli occhi e gli dici sincero: “Che bella donna che sei!”. E loro divengono tue, complici silenti e attive nelle tue fughe per il mondo perché sanno che per te, almeno per te, ancora per te, sono belle davvero.
Niente fu più come prima dopo quella sera. Nessuna altra storia mai narrata fu all’altezza.
“I magnifici sette”,  l’omaggio di Sturges a Kurosawa e ai suoi samurai ronin.

Ma chi lo sapeva allora?

In fondo, diciamoci la verità, a loro due sprofondati nella loro bolla di tuffatori simultanei non sarebbe importato nulla.

Cosa sarà stato che li fece restare mano nella mano per tutto il tempo?
In fondo era un western di maniera, a tratti anche un po’ lento, bello in certi momenti, ma meno di tanti altri.
La storia? La “pelata assassina” di Yul Brynner? Il mitico coltello di James Coburn che resta infisso sulla pietra accanto al suo padrone morto?
Sarà stata forse quella musica che acchiappava l’anima e le viscere e ti faceva desiderare di essere li con in mano un Winchester, e accada quel che deve accadere.
O magari che fuori era la vigilia di Natale e a casa tutti aspettavano loro due e  il Mondo, senza alcun dubbio,  era a colori e in cinamascope.

 

E chi lo sa, vallo a capire.
Elmer Bernstein nato a New York d’aprile non seppe mai di aver donato la colonna sonora della giornata perfetta ad un bambino nato a Napoli d’agosto.
Ci furono altri cinema, altri film, altri sorrisi e le mani poco a poco si spostarono.
Una specie di arco della pelle, dei tendini e del tempo. Una freccia di giorni passati in un lampo con la lentezza di una goccia sulla pietra.
E fu così che l’uomo dal cappello un po’ sghimbescio finì per porre la sua mano sul braccio del bambino, che ormai lo guardava negli occhi e a volte gli passava di nascosto una sigaretta, con la complicità esagerata di chi si approccia novello e tronfio al mondo dei grandi.
E pieno di orgoglio maturo ed accudente fu l’accompagnarlo in ospedale, in virtù di patente tipo B recentemente conseguita al primo colpo, modestamente.
Servizio completo di prelievo a domicilio e consegna a bordo di 500 di rigorosa seconda mano, perfettamente mantenuta dal precedente anziano proprietario e scrupolosamente pulita per l’occasione.
Fu più scena che preoccupazione,  perché in fondo, anche allora, un bypass era robetta da poco.
Ma chi ha vissuto insieme la serata perfetta non può lasciare che il suo complice entri in ospedale con altri. Yul si rivolterebbe nella tomba.
Saluti, progetti, progetti, progetti, baci, partenza.
Poche ore e dal telefono della camera d’ospedale giunse l’informazione attesa, quasi di routine: “Tutto bene. L’operazione è riuscita benissimo, e tra un po’ il nonno si sveglia”.
“E allora mò parto, così mi trova lì. Tanto lo so che poi mi chiede di fargli la barba”.
C’è uno strano apparecchietto. Ha un monitor dove stalagmiti elettroniche si inseguono come onde di risacca.
Bisogna averne cura di quelle stalagmiti, perché a volte divengono all’improvviso stalattiti.
E allora quando apri la porta della camera il sorriso ti si spegne, e t’accorgi che non c’è più nessuno a cui fare la barba.


L’orchestra di Elmer Bernstain suona per me più volte al giorno.
Ho commesso un atto profano, sacro, sacrilego, affettivo: quella musica ora è la suoneria del mio cellulare.
Chi telefona non lo sa, ma spesso il ricevere un “pronto” con buona grazia, il sentire l’accenno di un sorriso dall’altro capo del fascio di elettroni, nasce dal  ricordare che esistono anche serate perfette.
Che esistono stalagmiti che all’improvviso mutano la cuspide.
Che esistono tuffatori che si terranno per sempre per mano.

 

TUFFO(foto: Reuters)

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domenica, 16 novembre 2008,09:54

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Grazie Padrone

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martedì, 04 marzo 2008,19:02

nastro 

Ci sono serate che nascono di magia.

Come se fossero già scritte prima che accadano, pensate da dei affettuosi per occupare uno spazio nella memoria.

E dopo eoni e vite e volti e storie e facce, quelle serate resteranno nel buio della memoria come piccole fiammelle che indicano il percorso di un’esistenza.

A saper guardare sono poche, pochissime.

Flebili luci per l’anima. Abbacinanti nella loro rarità.

Tre donne, due uomini, un bambino, vino rosso e cibo condito d’affetto sulla tavola.

Fuori la tramontana illividisce le strade che portano al mare, senza osare di scalfire il calore delle anime.

La primavera appare lontana ma i sorrisi, in  quella stanza, non hanno il timore di sbocciare prematuri. Sanno che non esiste gelo che morderà le loro gemme.

La ragazza accanto a me vive in un altro altrove, con sua madre. Chilometri e nazioni oltre la possibilità della carezza che un padre e una figlia dovrebbero sempre avere come il miele della continuità.

Ma immagino ci si possa abituare a tutto. E che a tutto si trovi un equilibrio, se se ne ha il candore.

Goffa nei suoi vent’anni, vogliosa della vita nei suoi vent’anni, femmina nei suoi vent’anni, tenera nei suoi vent’anni.

Una promessa del poi che il vivere non ha potuto seppellire con la cenere dei rimpianti.

E’ la figlia di Giacomo.

Giacomo non è un mio amico.

Amico è una delle parole abusate del nostro tempo. Amico ormai è un conoscente, uno che si vede al bar ogni tanto, il vicino di ombrellone della vacanza usa e getta, un tizio incontrato su una chat.

No, lui non un amico, lui è. Punto.

E lo è da così tanto tempo che ormai il tempo assume relatività assoluta.

Arrivò solo, in un pomeriggio di luglio in un ostello che ormai è solo una briciola di memoria.

Si portava dietro poche cose. La musica, un sorriso indifeso, il tratto signorile fin da allora, il senso dell’immortalità di chi ha vent’anni e il primo pezzo del lungo filo rosso che lo avrebbe accompagnato nei trent’anni dopo.

Quasi una sorta di vaticino che una sibilla crudele gli aveva estratto leggendo le prime rune della sua vita.

Si portava dietro il primo tradimento di donna.

Ma tra vino pesante e anime leggere quell’ectoplasma svanì presto.

Tornassi indietro lo legherei su quelle spiagge che abitavamo più di notte che di giorno, e gli inciderei sul petto col coltello quel nome di donna.

Ma sarebbe inutile.

Gli antichi greci ponevano il Fato al di sopra degli dei. Il Fato, ovvero noi stessi. Le nostre scelte irragionevoli nel mentre che ci appaiono sensate. E da noi non possiamo fuggire. 

E’ l’ultima volta che siedo in questa casa, la accarezzo con gli occhi come se fosse mia.

Domani dovrà lasciarla, ultimo atto del crudele filo rosso che non ha saputo spezzare.

Non ha più una lira ormai, ha sgozzato i suoi agnelli sull’ara sacrificale di perduti amori.

Perduti perché forse mai nati davvero, quando ad amare davvero è uno solo.

E le ha amate le donne della sua vita Giacomo, maneggiando a volte loro e se stesso come fa un bambino con una pistola carica.

Con gioiosa incoscienza.

Ed ogni colpo esploso ha aggiunto una nuova scia del suo sangue a quel rosso guinzaglio.

 

 barca

 

L’ultima è andata via un anno fa saltando rapida e lesta da un naviglio all’altro, non appena ha visto l’acqua avvicinarsi troppo alle murate.

Com’è che si chiamano quei roditori che fanno la stessa cosa?

Ah si…ora mi ricordo.

Eravamo insieme quando abbiamo sfacchinato a portar giù le rimaste cose di lei, caricandole in un’auto che, ironicamente, rappresentava anch’essa parte del bottino.

Lui l’ha salutata con il suo consueto garbo anche se, oltre le ultime tre lire, gli aveva appena scippato l’avanzato scampolo di un brandello di anima.

L’ha salutata pronunciando il suo nome, lo stesso di quelle notti d’estate di secoli fa.

Un nome ricorrente come un destino, come un fotogramma di una pellicola inceppata.

Ho detto l’ultima, ma mi sono sbagliato.

Di fronte a me siede un’altra donna, e ogni tanto lascia sgocciolare verso di lui un sorriso, uno sfiorare leggero.

Mi viene in mente che potrei chiamarla Nostra Signora Dei Cocci.

Ma sorrido silenzioso dentro di me e pronuncio invece un’altra cazzata, nata dalla seconda bottiglia e dalla sbornia dell’affetto.

Lei lo ha raccolto sul bagnasciuga della vita, il vascello affondato, il carico perduto, pochi stracci di cuore ancora addosso.

Li guardo e vedo i rivoli dei sorrisi complici e delle carezze pudiche di chi sa che l’adolescenza è solo un tempo del cuore.

Non c’è più nulla da predare, da sottrarre. Solo pochi brandelli di vele e qualche asse di legno restano sulla spiaggia della loro vita.

Eppure dall’altro lato del tavolo osservo il loro lento affaccendarsi, i passi vaganti a raccogliere quel che è rimasto.

Hanno un obiettivo comune: stanno costruendo una zattera.

Ci versiamo le ultime due dita di vino a testa.

Sollevo il bicchiere e le mie parole si articolano da sole, avulse dalla volontà cosciente dell’opportuno e del suo contrario.

“Alla zattera -  dico piano – e buon vento”.

Mi guardano tutti un po’ straniti dalle parole criptiche e dal viso serio che le accompagna.

Poi Giacomo solleva il suo, mi sorride e con uno dei nostri silenzi parlanti mi dice che ha capito.

“Buon vento a tutti” ripete.

In quel momento lei si gira verso di lui, lo abbraccia con gli occhi, e li vedo issare la vela.

E chi dice che una zattera non sappia danzare sugli oceani, che non abbia in se la speranza e la dignità e l’audacia e la sana follia di un clipper?

Ci sono serate che nascono di magia, ed io ne ho appena vissuta una.

Una di quelle abbaglianti minuscole fiammelle.

Giacomo in tutta la sua vita non è mai stato così ricco.

E nemmeno io.

 

zattera

 

Soulbridge

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martedì, 19 febbraio 2008,15:15

The_Collar

Ne ho donati pochi.
Perché se per l’universo esterno tutto somiglia, in quella bolla di vetro niente è mai uguale tra chi da e chi riceve.
Ognuno diverso, ognuno animato da una sua essenza, ognuno un’alchimia fatta di formule non mutate, ma che danno pozioni irrepetibili.

Argento per chi doveva indossarlo come un monile, esposto agli sguardi del mondo ma in realtà segreto condiviso solo per due.
Esibito ma nascosto come la lettera rubata di Poe.

Cuoio dall’odore fresco e pungente perché parlasse anche quando gli occhi navigano nel buio del dono di una benda.
Quando la privazione di un senso accende tutti gli altri come la paglia di una fiaccola vibrante.

Ma la materia, in fondo, era solo una carezza nell’abbraccio.

Non sono giunti in fretta, hanno viaggiato a lungo come corrieri nella notte.
Latori di un messaggio che non nasce solo da chi lo reca, ma anche da chi lo riceve.
Una novella che è fine di una parte del cammino, ma inizio di quello successivo.
A ben guardare sono dei cerchi, e in un cerchio la fine di un inizio corrisponde ad un nuovo inizio.
A volte, leggendo qui e la, li vedo giungere veloci come se temessero di perdere quel collo.
Chioroscuro_by_KaptainKlancyQuasi con l’ansia di trovare quello spazio già presidiato.
Non giudico, ognuno ha i suoi tempi.
Ma ero solo ragazzo quando qualcuna mi insegno che a volte il tempo è un valore, non un primato da battere.
Ragazzo non lo sono più da tanto, per data e per vita, ma avendo vissuto il tempo ho imparato a rispettare il nemico.
E dunque, ora più che mai, quel cerchio che sembra cingere un collo ma in realtà avvolge un’anima è per me un compagno lento.
Come una carezza.

Soulbridge

mercoledì, 02 gennaio 2008,11:01

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Il profumo mi prende per mano.

E già prima di girare l’angolo so che lo vedrò lì, fermo all’angolo della stessa piazza di sempre, di fianco a quel suo Ape trasformato in friggitoria ambulante.

Vecchio come lui, improbabile come lui, affidabile come lui.

Giannino ‘o ‘nfarinato, o’ Masto de’ panzarotti e de’ pizzelle, un pezzo indelebile della mia memoria da quando ne possiedo una, una presenza sempiterna, quasi un patto faustiano.

Mi fermo, lo saluto.

Mi sorride ma capisco che non mi riconosce.

Non puoi andartene per più di vent’anni e pensare di rimanere nella memoria delle persone.

No, è esattamente il contrario.

Sono loro a restare nella tua.

Come polaroid di un mondo fermato nell’istante del massimo fulgore.

L’istante in cui, quella mattina del primo di gennaio dell’85, hai chiuso lo sportello dell’auto e hai messo in moto.

Nello stesso attimo quel mondo si è fermato.

Oh, non in modo assoluto, solo nella relatività che ti riguarda.

Da quel giorno sei un apolide.

Strana parola.

A – polis, senza città.

La cara alfa privativa greca.

Cazzo, quante nottate di vita spese su una lingua morta, solo per imparare che è viva, e che permea tutte le lingue che anche ora usi.

Che contraddittoria, magica, gustosa, ironica meraviglia.

Apolide.

Ventidue anni spesi ovunque sul sassolino verde e azzurro.

Spesi a capire che ogni angolo può essere casa, ma che nessun angolo è come la piazza dove trovi Giannino ‘o ‘nfarinato  e il suo Ape.

Per due euro mi riempie un cartoccio di panzarotti e pasta cresciuta.

Il sorriso sbilenco è gratis, omaggio della casa.

Mi allontano lentamente mentre la mia mano porta alla bocca l’unicità del colesterolo più buono del mondo.

Addento e sorrido.

In un angolo un’ipotesi di emozione fruga per trovare spazio nel senso negato dell’appartenenza.

Quella che ti tira l’orlo della giacca e ti chiede: Chi sei? Da dove vieni? Dove hai vissuto? Ne valeva la pena?

 

Una macchina inchioda.

Il solito stronzo penso.

Non ho il tempo di reagire.

Cerco di salvare il cartoccio di Giannino dall’abbraccio di quel omone dagli occhi azzurri e dai baffi di neve.

Da quanto non lo vedo?

Dieci anni? Cinque? Ieri?

Peppe mi inonda, mi travolge, mi tracima, mi ingloba.

Sorride, ride, parla, straparla.

Peppe, per me è solo Peppe.

L’uomo con gli occhi più candidi che abbia mai visto.

Se mai avessi avuto una figlia avrei amato che amasse Peppe.

 

Lo conobbi per caso. La vita vera si conosce per caso ed elezione.

Venne una sera sul finire di dicembre, mentre Maurizio ed io eravamo in onda.

Di la dal vetro ci facevano segni e mettemmo un disco per prendere tempo.

Era lì, insieme alla sua donna, Maria.

Era incinta e cercavano casa. Il venti di dicembre all’inizio degli anni ‘80. E noi eravamo… la Radio.

98 e 600 in modulazione di frequenza.

Maurizio ed io.

Due ragazzi nelle case della gente, quando la radio era un inno e non un mestiere.

E loro, Giuseppe e Maria in cerca di un rifugio.

Due ore sole per trovargliela, vestiti da bue ed asinello, ridendo come maiali contenti.

Ce l’ha ancora quella casa Peppe, l’ha comprata.

Tra un po’ sua figlia si sposa, è cresciuta mentre ero in giro sul sassolino verde e azzurro, il terzo dal centro.

E andrà ad abitare quella casa.

Non saprà mai di quella notte e nemmeno di quell’altra. Almeno così credo.

Quella in cui l’essere più mite, la preda per eccellenza, si trasformò in predatore.

 

E’ un architetto Peppe, progetta porti.

Sì, porti.

Luoghi di accoglienza per chi ha assaporato lo spazio ed il sale, e l’urlo del mare.

Quando iniziò a farlo ci sedemmo insieme nella R4 rossa, il mio secondo amore.

Del primo parlerò un’altra volta.

Andavo a vela, da quando avevo quindici anni, e per lui ero il… target giusto.

“Cosa vorresti trovare quando arrivi in un porto?” chiese.

“Fica”.

E ridemmo come due scemi.

Poi le parole vennero serie.

E Peppe iniziò a disegnare.

 

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Oggi, uno di quei porti potrebbe essere suo se volesse, ma lui è sempre perso nell’unica insenatura della sua vita: Maria.

E’ da sempre che bada a lei, che se ne prende cura. Perché è di cura che Maria ha bisogno.

Era bellissima, di una bellezza agreste, sanguigna, senza orpelli.

La conobbe nel massimo splendore, reginetta di un concorso di paese, quando non c’erano ancora le veline di plastica ed i pallonari.

La amò, l’ha amata, la ama, la protegge, la coccola, la vizia, la supporta,  la sopporta,  la avvolge, la cura, la difende.

Dal mondo ma soprattutto da se stessa.

Lei lo ha tradito, rinnegato, avvilito, condiviso.

Ma lui è rimasto lì.

“Perché?” gli chiesi una volta.

“La sua bellezza se ne è andata – mi rispose- le resto solo io”.

Si è vero, le resta solo lui.

La bellezza prorompente, paesana, ipertrofica, tracimante è scomparsa da tempo.

Ora Maria è l’epitome di quello che non dovrebbe mai accadere.

Grassa, disordinata, sfatta, verbosa, assillante, maniacale e maniaca.

Ma lui resta lì, lui la ama.

In un modo alieno ai banali ma vicino alla divinità dei santi.

Quelli veri, non quelli degli altari.

La ama perché è l’unico ad avere memoria della meraviglia.

E’ l’unico che ricorda i seni affilati come lame e le gambe dritte come un’antica stele, la sicurezza del presente nelle ipotesi di futuro.

E’ fatto così Peppe, trasparente come quei suoi occhi glauchi.

 

Me li ricordo bene quegli occhi.

E quella notte.

Non c’erano mica i cellulari, trovarti era un cazzo di problema.

Ma lui alla terza telefonata mi trovò.

Terza telefonata per gentile e paterna concessione di un maresciallo dei Carabinieri.

“Sto a Sorrento, in Caserma, mi vieni a prendere?”

Queste le parole, ma l’angoscia non ce l’ho da tradurla.

 

Una serata serena, Maria al tavolo di un pub dove qualche amico suonava la chitarra e diceva cazzate.

Quante volte c’eravamo seduti insieme a quelle panche lunghe, a quei fratini quasi monastici, a bere birra, vino, limoncello.

Ma in fondo a grattarci l’anima come un branco di orsi che trovano nell’altro un tronco da strusciare.

I tre stronzi entrano.

Maria è ancora bella, appare.

Vogliono il loro tavolo, vogliono la sua sudditanza, vogliono rimarcare che quegli steli di carne possono essere di chi li prende.

Le parole corrono in fretta, le mani con loro.

Ed il progettista di porti, l’uomo dagli occhi di velluto si trova ad essere preda, senza il bue che dia cornate e senza l’asinello che scalci. Arretra.

Ma non è sufficiente arretrare quando il nero insegue il blu.

Quando mi presentai alla Caserma dissi che ero suo fratello, e non fu una bugia.

Mi guardò, l’azzurro era vacuo. Come perso. Annegato nelle lacrime dell’uomo smarrito.

“Potevo ucciderli, oggesù, potevo ucciderli”.

La panca era diventata una clava, l’azzurro aveva perso il colore.

Dei tre, della loro protervia, della loro insania, della loro sorpresa erano rimaste solo le lastre delle radiografie.

Il San Giuseppe di quella notte prima del Natale era divenuto l’Arcangelo del dio degli eserciti.

Il processo fu l’atto assenziente di una giurisprudenza accorta, almeno per una volta.

Ma l’appoggio degli umani non tolse il dolore da quegli occhi del colore del cielo.

“Tu capisci? Potevo ucciderli.”

 

Ci abbracciamo, ridiamo, straparliamo, dividiamo il cartoccio di Giannino.

Gli anni scivolano sul grigio delle nostre barbe, sul verde e sull’azzurro dei nostri occhi di mezz’età.

Si, ci ritroveremo.

Si, verrai a trovarmi a casa.

Si, verrò al matrimonio di tua figlia.

E se non accadrà non importa.

Certi abbracci vanno oltre gli abbracci, corrono laterali al tempo.

Risale in macchina, mette in moto, riparte mentre il braccio lungo di un omone di un metro e novanta si sporge a salutare ancora.

Due ragazzetti in motorino si fermano davanti all’Ape di Giannino.

Pochi euro e brandiscono il loro cartoccio.

Mangiano voraci e felici.

Uno dei due guarda un panzarotto prima di azzannarlo, poi guarda l’Ape e il pentolone dell’olio.

Giannì – chiede - ma ogni quanto lo cambi l’olio?”

Il sorriso sghimbescio gli accende il viso, i denti radi già si illuminano nell’attesa dell’affondo: “Ogni 5000 chilometri!”

E ride.

Rido anch’io.

Non ce l’ho più l’alfa privativa.

Ho girato il sassolino verde e azzurro.

Ma so ancora dov’è casa.

Qui.

 

Soulbridge

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