Io sono terrone.
Detto così si chiama orgoglio di appartenenza.
Ho imparato tardi che ero terrone.
Fino a una certa età, che stranezza, credevo di essere italiano.
Si, l’avevo studiata la storia.
Quella ufficiale, di scuola.
E quella vera, fatta dei tanti libri mai entrati in un’aula.
Si, avevo letto che Garibaldi appena entrato a Napoli, aveva imballato il tesoro del Banco di Napoli e l’aveva spedito a Torino.
Si, avevo letto dei paesi bruciati e delle fucilazioni in Calabria per estirpare il “ brigantaggio”.
Che strano, nello stesso periodo, al di là dell’oceano, accadeva anche agli indiani.
Ma in fondo, una nazione, come una donna, partorisce nel dolore.
Leggevo, ma malgrado tutto mi sentivo italiano.
A casa mia era la lingua “madre”.
Il napoletano, quello antico, musicale, poetico, sapido, l’ho imparato dai miei antichi e dai compagni di classe.
Magari condito da qualche cazzotto perché “chillo è strano , nun parla manc’ò napulitane”.
Ma dentro di me ero italiano.
Forse, come dice qualcuno, non dovrebbero esistere le nazioni.
Ma per superarle, bisogna attraversarle.
E quando sono nato io, avevamo iniziato da poco a traversare, ed ancora siamo nel mezzo del guado.
Che sono terrone l’ho imparato andando via di casa.
Evoluzione del lavoro direbbero gli ottimisti.
Ordinaria emigrazione sarebbe il commento dei pessimisti.
Che sono terrone l’ho imparato nella colta Bologna, così aperta, così edonista.
La prima volta me l’ha insegnato un anziano signore che, per suoi lecitissimi motivi, voleva parcheggiare proprio dove già lo stavo facendo io.
Era inverno, i finestrini chiusi.
Abbassò il suo.
Guardò la targa.
“Và a parcheggiare a ‘ca tova maroc!”
Continuai la manovra.
Apparentemente indifferente.
Apparentemente.
Il mio Sensei, quello che mi insegnò che le parole Kendo e Karate sono filosofia e vita, sarebbe stato orgoglioso di me, del mio controllo.
Ho continuato ad imparare di essere terrone in altre occasioni.
Dai complimenti, per quanto ciò possa odorare di follia.
“Sa, lei è così organizzato, puntuale, corretto. Non sembra nemmeno napoletano”
Giuro. Il tizio mi disse proprio cosi.
Eh, quel giorno il mio Sensei, m’avesse visto, m’avrebbe baciato. Lui che non dava nemmeno la mano.
Poi il tempo passa.
E cresce l’orgoglio di appartenenza.
Non quello stile “padano”, credo.
Quello culturale, penso.
Il crogiolo di culture che ti porti dentro.
Il melting pot del mare più antico del mondo.
Gli svevi e gli arabi e gli spagnoli e i normanni e i biondi dagli occhi azzurri della mia famiglia che siedono a tavola con gente che sembra appena arrivata dal Rif.
Anche loro della mia famiglia.
Cresce il senso di antico, di mescolanza, di ricchezza.
Passa il tempo, dimentichi, in parte.
Ospedale, oggi.
Seduti per la visita.
Un anziano logorroico contadino, forse simpatico a modo suo.
Invadente.
Forse solo.
Magari solo malato del male più antico del mondo: vecchiaia.
Sorrido di cortesia, un po’ rispondo, un po’ fuggo.
Ma in fondo è simpatico.
Una coppia. Due neri.
Di quelli neri neri.
Senegal forse.
Come si chiamava quell’albergo di Dakar?
Peccato, non me lo ricordo!
Era come una porta dello “spazio-tempo”.
Questo chi se lo scorda.
Uscivi, giravi l’angolo, e da Parigi passavi alla savana.
E per strada, dalle ombre dei cortili sentivi la musica.
Che a volte era solo quella dei bongos.
La prima musica dell’uomo.
Il battito.
Il cuore.
Arrivano dopo, si mettono in fila.
Il logorroico li guarda, guarda me.
“Ci farei fuoco per la stufa”
Non mi va più di sorridere.
Non mi va più di niente.
Un giorno il mio Sensei si vergognerà di me. Moltissimo.
La porta si apre.
L’infermiera mi guarda, prende le carte.
“Il dottore la riceve tra 5 minuti”
L’infermiera li guarda, prende le carte.
“Tu entri dopo questo signore, e tu tra un quarto d’ora”
…LA riceve?
…TU entri dopo?
Il mio viaggio è iniziato più di vent’anni fa.
Quando scoprii di essere terrone.
Non è ancora finito.
Scusate fratelli.
Soubridge






