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…
mercoledì, 31 dicembre 2008,15:10

Dieci minuti a piedi.
La distanza tra il reale e l’immaginifico.
Dieci minuti a piedi, adattandosi al passo misurato dell’uomo col cappello messo un po’ di sghimbescio.
Un passo cadenzato, calmo, rassicurante, quasi gioioso il suo. Che non muta  anche quando già si intravede la scritta al neon. Anche quando i piedi del bambino prendono accellerazione sincrona ai battiti del cuore.
Sempre più vicino, sempre più vicino, sempre più vicino, ancora così lontano.
Lo scudo luccicante di gialli e di rossi svetta al centro del palazzo occupandone quasi mezza facciata.
Icona del fantastico messa lì a combattere il quotidiano, il già visto, il conosciuto, l’ordinario.
Cinema Teatro Titanus.
Dieci minuti a piedi bastano per giungere dove l’altrove apre le braccia.
Entrano e  il loro cerchio si stringe ancora un po’ di più, come tuffatori che si lanciano dallo stesso scoglio tenendosi per mano, per toccare l’acqua nello stesso istante, per vivere il Momento nello stesso Attimo.
“Un adulto e un bambino”
La cassiera ha uno sguardo perplesso: “Ma, veramente è già iniziato da mezz’ora”.
Sorriso. “Un adulto e un bambino”.
Il volto della donna dietro il vetro ha la grevità bovina e indifferente di chi ha fatto il vaccino contro l’umana idiozia: “duecentocinquanta lire”.
Sorriso. “Grazie e buona serata”.
Negli occhi del bambino la domanda galleggia secondaria, ma molto distanziata dalla voglia di entrare.
Lui la vede, la riconosce, la raccoglie, l’abbraccia e domanda: “ Ma tu c’hai veramente voglia di aspettare un’ora?”
“No, ma il film è già incominciato”.
“E che ti importa. Pensaci,  il bello è proprio quello: quando tutto finisce poi ricomincia. Noi entriamo ora, seguiamo la storia e vediamo come finisce. Poi tutto ricomincia, guardiamo anche l’inizio, lo mettiamo insieme al resto e ce l’abbiamo tutta completa nella nostra testa. E siamo entrati pure quando avevamo voglia di entrare, senza aspettare. Quando fai la fila aspetti, quando vai dal dottore aspetti. Immagina: anche a teatro aspetti. Al cinema no. Entri. E se vuoi è la storia che aspetta te”.
Il ritornare degli eventi, la somma ciclicità della vita che immagina se stessa e specchia il futuro nel suo passato,  il non infrangere le regole ma scivolarci dentro come se fossero fatte di fili di canapa intrecciati larghi.
La vita si può spiegare anche così ad un bambino di sei anni.


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(foto di Michal Wojciechowski)


Cinema Teatro Titanus.
1960.
Si erano seduti come sempre nelle ultime file di quelle poltrone di velluto rosso un po’ stinto e dal familiare leggero aroma di muffa.
Accoglienti come vecchie zie dalla passata bellezza sfrontata, che ti amano perché ogni tanto le guardi negli occhi e gli dici sincero: “Che bella donna che sei!”. E loro divengono tue, complici silenti e attive nelle tue fughe per il mondo perché sanno che per te, almeno per te, ancora per te, sono belle davvero.
Niente fu più come prima dopo quella sera. Nessuna altra storia mai narrata fu all’altezza.
“I magnifici sette”,  l’omaggio di Sturges a Kurosawa e ai suoi samurai ronin.

Ma chi lo sapeva allora?

In fondo, diciamoci la verità, a loro due sprofondati nella loro bolla di tuffatori simultanei non sarebbe importato nulla.

Cosa sarà stato che li fece restare mano nella mano per tutto il tempo?
In fondo era un western di maniera, a tratti anche un po’ lento, bello in certi momenti, ma meno di tanti altri.
La storia? La “pelata assassina” di Yul Brynner? Il mitico coltello di James Coburn che resta infisso sulla pietra accanto al suo padrone morto?
Sarà stata forse quella musica che acchiappava l’anima e le viscere e ti faceva desiderare di essere li con in mano un Winchester, e accada quel che deve accadere.
O magari che fuori era la vigilia di Natale e a casa tutti aspettavano loro due e  il Mondo, senza alcun dubbio,  era a colori e in cinamascope.

 

E chi lo sa, vallo a capire.
Elmer Bernstein nato a New York d’aprile non seppe mai di aver donato la colonna sonora della giornata perfetta ad un bambino nato a Napoli d’agosto.
Ci furono altri cinema, altri film, altri sorrisi e le mani poco a poco si spostarono.
Una specie di arco della pelle, dei tendini e del tempo. Una freccia di giorni passati in un lampo con la lentezza di una goccia sulla pietra.
E fu così che l’uomo dal cappello un po’ sghimbescio finì per porre la sua mano sul braccio del bambino, che ormai lo guardava negli occhi e a volte gli passava di nascosto una sigaretta, con la complicità esagerata di chi si approccia novello e tronfio al mondo dei grandi.
E pieno di orgoglio maturo ed accudente fu l’accompagnarlo in ospedale, in virtù di patente tipo B recentemente conseguita al primo colpo, modestamente.
Servizio completo di prelievo a domicilio e consegna a bordo di 500 di rigorosa seconda mano, perfettamente mantenuta dal precedente anziano proprietario e scrupolosamente pulita per l’occasione.
Fu più scena che preoccupazione,  perché in fondo, anche allora, un bypass era robetta da poco.
Ma chi ha vissuto insieme la serata perfetta non può lasciare che il suo complice entri in ospedale con altri. Yul si rivolterebbe nella tomba.
Saluti, progetti, progetti, progetti, baci, partenza.
Poche ore e dal telefono della camera d’ospedale giunse l’informazione attesa, quasi di routine: “Tutto bene. L’operazione è riuscita benissimo, e tra un po’ il nonno si sveglia”.
“E allora mò parto, così mi trova lì. Tanto lo so che poi mi chiede di fargli la barba”.
C’è uno strano apparecchietto. Ha un monitor dove stalagmiti elettroniche si inseguono come onde di risacca.
Bisogna averne cura di quelle stalagmiti, perché a volte divengono all’improvviso stalattiti.
E allora quando apri la porta della camera il sorriso ti si spegne, e t’accorgi che non c’è più nessuno a cui fare la barba.


L’orchestra di Elmer Bernstain suona per me più volte al giorno.
Ho commesso un atto profano, sacro, sacrilego, affettivo: quella musica ora è la suoneria del mio cellulare.
Chi telefona non lo sa, ma spesso il ricevere un “pronto” con buona grazia, il sentire l’accenno di un sorriso dall’altro capo del fascio di elettroni, nasce dal  ricordare che esistono anche serate perfette.
Che esistono stalagmiti che all’improvviso mutano la cuspide.
Che esistono tuffatori che si terranno per sempre per mano.

 

TUFFO(foto: Reuters)

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giovedì, 29 maggio 2008,10:50

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(foto di Michael H. Sinn)

 

La luce delle due sole candele accese aveva improvvisi leggeri tremolii.

Nell’atmosfera immobile della stanza dalle finestre chiuse sembrava quasi che attingessero movimento dallo spostamento stesso dei corpi, dai piccoli respiri, per ridisegnare le forme al suono dei gemiti.

La guardò a lungo.

Spesso faceva della vista il più forte degli strumenti del suo possesso, guardandola mentre lei accendeva ogni fibra del suo essere, assolutamente attenta e tesa nel dargli piacere.

C’era qualcosa di poetico nella dedizione totale di quei gesti attenti, sottomessi, amorevoli, un che di commovente nell’attiva duttilità con cui lei eseguiva, morbida ma determinata, i comandi del più leggero tocco sul suo corpo.

In quei momenti la voce era un orpello inutile. Da molto avevano smesso di usare quello strumento “arcaico” di condivisione. L’intesa era oltre le parole.

Chiuse gli occhi.

A volte amava molto navigarla “al buio”, lasciandosi guidare dagli altri sensi, espandendoli tutti come una proiezione di se stesso, come un abbraccio totale.

Ora le sue mani scorrevano sul corpo di quella giovane donna dal viso di adolescente, avvicinandola, allontanandola, piegandola, plasmandola senza alcuna apparente logica o strategia.

Tranne quella di sentirla muovere all’unisono, di percepirne l’emozione crescente mentre si faceva ad ogni tocco sempre più morbida, sempre più presa, sempre più oggetto puro di piacere.

Tranne che per il collare era completamente nuda, nessun velo, alcun filtro a limitare l’uso pieno di ogni centimetro di pelle. I capelli raccolti in alto a formare un’alta coda.

Glieli afferrò con la mano sinistra e la guidò a piegare il capo in avanti.

Ora la nuca era completamente esposta, scoperta, indifesa.

Con la lingua sfiorò la piccola isola di pelle che emergeva tra l’attaccatura dei capelli e la spessa striscia di cuoio. Attraverso le labbra avvertì la scossa che le attraversava la schiena.

Era facile comprendere dove quel impulso avrebbe terminato la sua corsa.

Sorrise tra se e mordicchiò leggermente.

Il nuovo sobbalzo fu più violento e prolungato del primo.

Aprì la bocca e affondò i denti, dapprima lentamente, poi con una pressione sempre maggiore.

Anche con gli occhi chiusi poteva “vedere” il viso di lei, distinguere i sentimenti che si alternavano man mano che la tenera carne della nuca veniva violata dal morso.

Brividi, piacere, leggero dolore, dolore intenso.

Gli occhi della ragazza che via via si stringevano sempre più per resistere a quella “tortura”.

Improvvisamente allentò la presa e in risposta gli giunse un soffio. Lei aveva ripreso a respirare di nuovo dopo l’involontaria apnea. Tratteneva sempre il respiro per controllare il dolore, per impedirsi di muovere un muscolo, per evitare di sottrarsi alla volontà del suo Padrone, per donarsi pienamente come amava profondamente fare.

L’uomo aveva deciso.

Istintivamente.

Animalescamente.

Le labbra, la lingua, i denti iniziarono a spostarsi lungo la schiena di lei. Questa volta non erano tocchi casuali, occasionali, improvvisati.

Ora iniziavano a descrivere un percorso, dichiaravano una meta finale.

Era una strada lunga e lui non aveva fretta di percorrerla.

Un viaggio del quale voleva assaporare ogni passo.

Baciava, mordeva, leccava, annusava quella pelle che già iniziava ad avere l’odore inebriante di una spezia rara nata dalla danza del sudore nuovo, del profumo discreto che lei usava, dell’odore di femmina.

Lungo il tragitto lasciava i segni di quel prendere selvaggio ed accorto. Alcuni di quei cerchi rossi sarebbero presto spariti, ma altri avrebbero virato nello scuro, testimoni voluti e desiderati da entrambi di quel possesso senza compromessi.

Giunse alle cosce.

Un leggero tocco bastò.

Lei comprese subito, si girò sulla schiena e si aprì completamente, esponendosi tutta a qualunque capriccio dell’uomo a cui apparteneva.

Ma quello che forse attendeva non accadde.

In modo esasperante la bocca di lui fece nuovamente conoscenza con le sue cosce dischiuse, lasciò altre tracce, collezionò altre piccole grida e gemiti ma ignorò il centro del piacere girandogli intorno in cerchi sempre più stretti.

Poi, come colto da improvvisa decisione, prese a risalire verso il ventre.

A volte si fermava a fare soste lungo il cammino, a deviare verso una meta secondaria come un’escursionista che gira intorno ad un costone per cogliere una nuova visuale della valle sottostante.

La lingua è uno strumento meraviglioso, non solo per l’incredibile sensibilità, ma anche perché amplifica di dieci volte tutto ciò che sfiora.

Ogni microscopica increspatura delle areole di lei diveniva per lui un piccolo dosso da superare, la leggera rugosità dei capezzoli era un appiglio al quale si aggrappava a lungo, alternando dolcezza e crudeltà, ascoltando l’affrettarsi progressivo del respiro della ragazza.

Il tempo era un valore insistente, sembrava sgocciolare sulle lenzuola come gli orologi nei quadri di Dalì.

Un morso ancora su uno di quei pinnacoli eretti, un grido breve, quasi un segnale.

Da quel istante tutto avvenne con velocità convulsa.

Con un solo movimento fu tra le sue cosce aperte.

Non fu più possibile distinguere cosa accade nell’incontro tra le sue labbra dischiuse e la fica di lei.

L’aria ne fu quasi risucchiata in una voragine di carne vorace.

Senza darle un attimo di tregua leccava, mordeva, baciava, addentava con furia, mentre con le mani la teneva saldamente spalancata perché ormai era come cavalcare le rapide di un torrente. Il piacere, il dolore, il piacere, il dolore creavano in lei ondate e mulinelli incontrollabili.

La sua schiena si proiettava verso l’alto come se nemmeno avvertisse il peso dell’uomo.

I gemiti, prima intervallati, erano diventati come un lungo ininterrotto sottofondo, quasi un pianto che conteneva il piacere incontrollabile e il terrore che potesse terminare.

Singhiozzando lei riuscì a mormorare: “Padrone…” poi la voce fu sostituita da un nuovo sussulto.

Lui nemmeno rispose, il suo silenzio le avrebbe detto ciò aveva già deciso.

Quasi ferocemente si dedicò a quella preda calda, spalancata, palpitante che stringeva tra i denti.

L’urlo che alla fine lei emise fu quasi una liberazione, un richiamo all’umanità, un salto in avanti verso l’homo sapiens, perché a lungo, alla luce di quelle due candele erano stati animali puri.

Quella parte del viaggio era terminato.

Ma solo quella.

 

(foto di moniKa K)2196208-md

 (foto di moniKa K)

Soulbridge

lunedì, 17 marzo 2008,15:50

In genere uso espressioni meno nette ma in questo caso credo sia giusto fare un’eccezione:

il template che state guardando è quello di un ladro!

 

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Vi racconto rapidamente la storia: il soggetto in questione che ha come nick haax,  ha aperto un blog su Libero spacciandosi per un fichissimo, coltissimo e cazzutissimo Master.

In realtà è un poveraccio che vive copiando i post su Splinder e spacciandoli poi per totalmente  suoi, in complicità con un’altra sgallettata par suo che si “onora” di essere schiava di cotanto…uomo.

Copia principalmente dai blogger di Splinder perché, usando un server diverso, pensa di essere beccato meno facilmente.

Al momento ci risultano plagi ai danni di sylvie, miei, di drfatso, di 
principenero, Pietro121, lasoffittadiazazel, maestrodeinodi,
rose74, Educatore

Ma l’elenco non è ancora completo.

Quando viene beccato mette in ignore il derubato e continua  come se niente fosse.

La summa del luridume mentale l’ha raggiunta la sua degna compagna che risponde al nick di naife72, arrivando a dire che se una cosa non è bloccata elettronicamente su internet è di proprietà di chiunque e che non è nemmeno necessario citare la fonte.

 

Il nostro ladruncolo si definisce un animale della notte.

“Chi ama la notte sarà sempre vivo e…libero!!!” scrive nel suo delirio ononanistico, auto-celebrandosi come un predatore notturno, mentre in realtà è solo una pantegana che fruga tra gli avanzi degli altri.

Credeva di essere al sicuro bannando i commenti e i visitatori… sgraditi.

Non immaginava però che la sua lista degli amici era pubblica.

A tutti, anzi a tutte, visto che si pregia di sole amicizie femminili, è stato mandato il seguente messaggio:

 

“Sono spiacente di informarti che HAAX, inserito tra i tuoi amici, plagia racconti e poesie su altri blog spacciandoli per suoi.

Non sono l'unico derubato online ma ha copiato praticamente ovunque.

Alle mie rimostranze mi ha inserito nella lista nera per impedirmi ogni commento.

Ha copiato, immagini comprese, il post "La casa dei sensi" e il post di sylvie  “Dedicato”.

Soulbridge"

 

Lascio alla vostra immaginazione a che livello siano le quotazioni di … master haax.

Ora è in corso una verifica da parte di Libero che, sembra, provvederà a cancellare il blog o, quantomeno, i post copiati.

Invito però i blogger di Splinder a controllare se abbia copiato anche altri brani.

 

Sì, sono incazzato davvero questo con questo… signore.

Avrebbe potuto avere tutti i miei scritti e, sono certo, anche quelli di altri.

Bastava chiederli.

Chiunque affidi al mondo i suoi sentimenti, le sue emozioni profonde, avverte sempre il calore della condivisione. Sapere che altri vibrano sulle stesse frequenze.

Condividerle, dividerle, spezzare il pane del nostro profondo è una carezza setosa per qualunque anima.

Ma viviamo in tempi di apparenza e non di sostanza.

E la pantegana non sa nemmeno cosa sia la seconda.

 

Soulbridge

 

lunedì, 11 giugno 2007,16:48
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Aveva osservato le donne blu.
Due nel corpo di una.
Come sempre.
Le aveva osservate a distanza.
Non con disprezzo ma con il distacco che si dedica alle cose inevitabili.
Le aveva viste riprendere la danza sinusoidale delle emozioni.
Sempre la stessa nenia di passi ripetuti.
Un uomo due uomini, tre uomini.
Una teoria di visi che si succedevano senza soluzione di continuità.
L’esaltazione del nuovo, l’impossibilità dell’antico, l’incapacità del vivere il presente, una nuova esaltazione.
Tutto bruciato in poche ore.
Una ricerca sfibrante, urgente, bulimica.
Non più donna ma una cottimista dell’anima e delle cosce.
Quasi noiosa nella sua totale prevedibilità ciclica.
Una punizione di Sisifo che la donna blu si imponeva da sola.
Un macigno fatto rotolare in cima alla montagna e lasciato ricadere ad un attimo dalla vetta.
Ad ogni masso che ri-franava a valle, il rosso dell’emozione drogata lasciava spazio al nero della disperazione.
Pochi giorni, a volte poche ore, a volte quasi contemporaneamente, il buio si rimpadroniva della sua mente.
Tutto ed il contrario del tutto.
E a nulla servivano le sue stesse parole.
Quelle che da sola usava per frustarsi ed accarezzarsi.
Parole che venivano dimenticate da lei stessa.
Parole usate come viatico alla contraddizione estrema.
Parole come un’infinita tele novela a diletto degli osannantes.
Avatar disposti sulle gradinate di quello strano Colosseo elettronico a guardare il sanguinolento spettacolo gladiatorio.
Due donne a contendersi un’unica mente.
Ad incitare.
Assecondare.
A gridare: “di più, di più, ancora più sangue”
Qualcuno per stupidità.
Qualcuno per deviato affetto.
Qualcuno nella speranza mal celata che restasse qualche brandello di carne da predare.
Ad ogni passaggio, ad ogni viso, ad ogni parola contraddetta dalla successiva, il blu in lei si slavava sempre di più.
Le sue dita non ne conservavano quasi più traccia.
A volte la vedeva leccarsele, furiosamente, nel tentativo di assorbirne almeno le ultime molecole.
La osservava e la immaginava come una scatola sotto il sole.
Illuminata all’estremo fuori.
Totalmente buia dentro.
Un minimo sollevare del coperchio, anche il calcio casuale di un passante, avrebbe potuto donare la luce a quel buio.
Ma ormai nulla poteva arrestare il dilagare del rosso.
Quello che alla fine l’avrebbe consegnata al nero della solitudine.
La peggiore.
Quella che si vive attorniati da una folla.

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Soulbridge
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lunedì, 28 maggio 2007,19:32
Lentamente ripiegò il foulard.
Fino a farlo divenire una striscia sottile.
Era dietro di lei.
Le sue braccia unite da quel legame rosso formavano un cerchio.
E fu in quel circolo di possesso che l’avvolse.
Le guardò la nuca lasciata nuda da capelli legati in alto, a coda.
Un guinzaglio vivo con il quale lui le indicava la via e i desideri.
La serica provocazione rossa strusciava sui capezzoli della donna.
Gli occhi di lei guardavano in basso,
Seguivano quella danza estenuante che dai seni si spostava verso il ventre.
Per poi risalire verso l’alto, senza che il tempo avesse più senso.
Il chiarore di quel corpo nudo era interrotto solo dalla sottile linea scura del collare.
La schiena, appoggiata al petto di lui, era il sismografo del piacere.
Della sua eccitazione costretta a vibrare nell’assoluta immobilità.
Il viaggio di quella seta terminò sugli occhi.

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Nel nuovo buio solo la voce dell’uomo le era guida e richiamo.
“E ora, ascoltati” le disse.
C’era una serena certezza in quella frase.
Più che un comando le sembrò l’invito a oltrepassare il cancello del giardino.
Il giardino della sua mente.
Le prese la mano e lei lo seguì.
Non vedeva nulla, ma non esitava.
Le aveva insegnato ad affidarsi.
Non avrebbe trovato ostacoli sul suo cammino.
Si sarebbe preso cura dei suoi passi ciechi.
La condusse dall’altro lato della stanza.
Al lungo tavolo di legno.
Dolcemente la guidò a stendersi.

Nel buio che l’avvolgeva, la mente di lei era assolutamente attenta.
Tesa a comprendere cosa accadeva intorno a sé.
Il tatto e l’udito, erano le appendici che proiettava intorno per accendere nella sua mente le immagini negate.
Si fece morbida per assecondarlo quando le portò braccia verso l’alto.
“Stringi”.
E al tatto le sue mani lessero i capi di una corda.
“Non farò nodi, non occorrono, lo so”
No, non occorrevano.
Ai suoi “resta immobile” obbediva come se fosse avvinta da catene.
Nemmeno il dolore più intenso le poteva inibire la volontà di non tradire la sua fiducia.
Il tatto ora le raccontava la ruvidezza della corda e del tiepido legno sotto di lei.
L’udito rubava suoni indistinti che non riusciva e decifrare.
Poi suoni inconfondibili.
Una bottiglia che veniva stappata.
Liquido versato in un bicchiere.
La mano di lui le sollevò la nuca.
Il profumo del vino risvegliò un altro senso, l’olfatto.
Un leggero tocco alle labbra e sulla lingua iniziò a viaggiare il gusto floreale e fruttato di quel vino dal nome così duro, ma dall’essenza così avvolgente.
 
“Ora abbiamo svegliato tutti i tuoi sensi” disse l’uomo.
“Sono pronti a parlarti. Sei pronta ad ascoltarli?”
Da lei una sola sillaba “Si”.
Udito: altri piccoli indistinti rumori intorno a lei.
Tatto: sui suoi seni qualcosa di morbido veniva appoggiato.
Olfatto: limone e... poi… cos’altro?
Tatto: un bruciore improvviso, la contrazione dei muscoli dell’addome. No, non bruciore, calore intenso.
Olfatto: la memoria di un posto, un piccolo ristorante rosa di fronte a un mare verde. Ricordo indistinto.
Tatto: qualcosa di tiepido e denso che cola sul ventre, piccoli oggetti disposti a mezzaluna.
Udito: “Apri di più le cosce”.
“Si”
Tatto: dita che dischiudono con delicatezza le grandi labbra, qualcosa di morbido, molto fresco, si adagia sul clitoride. Fremito.
Olfatto: nulla, tutto troppo lontano.
Caldo, tiepido, freddo.
Sentiva distintamente ogni zona del suo corpo.
Rubava i suoni dell’uomo che si muoveva nella stanza.

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Poi la mano di lui le sollevo di nuovo la nuca e vi pose sotto un cuscino.
L’uomo si sedette sul bordo del tavolo.
Osservò lo splendore di quel vassoio di corpo vivo, immobile per amore e dedizione e piacere.
La delicata composizione di gusti e colori appoggiati sui luoghi del piacere.
Prese gli hashi e strinse tra le bacchette un piccolo pezzo di cibo.
“Lecca” le disse.
Lei obbedì.
Per primo giunse sulla lingua il pizzicare del pepe, poi il fresco brivido del limone.
Le bacchette entrarono nella sua bocca portando il loro dono.
Iniziò a masticare.
Il gusto del tonno crudo, nascosto sotto gli aromi che lo avevano marinato, le giunse al cervello.
Un dolore improvviso la scosse.
Le bacchette che un istante prima stringevano il suo primo boccone, ora mordevano i capezzoli.
Di nuovo qualcosa veniva porto sulle sue labbra.
Le aprì con consapevole obbedienza e la sua bocca fu piena di quanto le veniva dato.
Un altro picco di dolore, sull’altro capezzolo.
La sua schiena si inarcò.
“Resta immobile” le ripetè lui.
E quasi poteva vedere lo sforzo della mente di quella giovane donna, che imponeva al suo corpo una volontà non sua.
Il piacere del palato si alternava al dolore dei capezzoli stretti tra quei severi tutori di legno.
Piacere, dolore, piacere, dolore.
Dentro di lei quella sinusoide continua si fondeva in un’unica sensazione.
Sentiva il suo ventre reagire alla sapiente miscela che le veniva imposta.
Che tanto amava le fosse imposta.
Avvertiva il contrarsi e dischiudersi delle sue labbra più sensibili.
Le sentì aprirsi, quasi voraci di accogliere, quando un nuovo dolore molto più intenso afferrò i suoi seni.
Due coppie di hashi legate insieme, erano divenuti i padroni dei suoi capezzoli.
Lui, ignorando i gemiti le avvicinò il bicchiere alla bocca, offrendole il fresco esaltante di quel vino del nord.
Seguendo il corpo di lei, altre bacchette lentamente giunsero all’addome.
Arrossato dal calore intenso del cibo che disegnava come un fiore.
Un papavero rosso su un prato rosa.

img409/5756/57d5e94b02d3eaba2d49428ib8.jpgLa mano di lui prese un gamberetto e lo avvicinò al naso della donna bendata.
“Cos’è?” le chiese.
Lei annusò per un po’, poi disse “Frittura,… credo”
Il morso delle bacchette alla pelle sensibilissima del suo ombelico la fece gridare.
“Espandi i tuoi sensi” disse l’uomo.
“Cos’è?” ripetè.
“Pesce… forse”.
Impietosi gli hashi morsero di nuovo la pelle facendola gridare.
“Cos’è?”
“Ho un’immagine davanti agli occhi, vorrei dire cosa evoca, ma ho paura del dolore”.
“Rischia. Ascolta i tuoi sensi e rischia”.
“Mangiammo gamberetti fritti lì”
L’uomo sorrise in silenzio e dolcemente le poggiò il gamberetto sulle labbra.
“Un altro?”
“Sì, per favore” disse la donna mentre la tensione si scioglieva e le labbra le si incurvavano in alto in un sorriso.
Sentiva le pulsazioni tra le sue cosce divenire sempre più frequenti, sempre più ravvicinate.
Avrebbe voluto spalancarsi.
Offrirgli il più profondo di se stessa.
Ma non avrebbe mai osato spezzare quelle corde invisibili.
Poteva sopportare anche il dolore più estremo, ma non la sola idea di deluderlo.
 
E il nuovo dolore giunse.
Non aveva percepito la piccola candela bassa che era stata appoggiata vicino al suo ombelico.
Leggermente inclinata, goccia dopo goccia iniziava a spandere il suo ardore in quel piccolo pozzo sensibile.
Ormai il suo corpo percepiva un caleidoscopio di sensazioni diverse.
Poteva sentirle singolarmente, ma l’ensemble si tramutava nell’onda dell’orgasmo che già spingeva dentro di lei.
Un cuneo di piacere che urgeva per liberarsi.
 
“Bevi.” disse lui “Un po’ di vino per preparati ad un altro sapore”.
Posò le bacchette e prese un piccolo pezzo di formaggio appoggiato sul ventre di lei.
Il miele era un piccolo sole giallo contornato da asteroidi bianchi.
“Dammi la tua lingua”.
Lei aprì la bocca e gliela porse.
Sapeva che lui amava mordergliela e succhiarla fino a farla gemere.
Ma la porse a sua disposizione senza proiettare niente nella sua mente.
Era una cosa che faceva sempre con lui.
Prima di vederlo immaginava ogni scena e dettaglio del loro incontro.
Ma nel momento stesso in cui lui entrava in casa, il suo cervello abdicava al controllo.
Smetteva di pensare a cosa sarebbe accaduto.
Si abbandonava piena e sazia alla sensazione di essere in totale, volontaria, dolce balìa.
E qualunque cosa giungesse da lui, la accoglieva con la consapevole serenità dell’appartenenza totale.

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Una goccia ambrata cadde sulla sua lingua.
“Miele!! Io odio il miele!!!” pensò.
“Lo so che lo odi”.
C’era l’ombra del sorriso nella voce di lui.
“Abbandona il preconcetto. Lasciati andare. Assaggia, ora. ”
Lo intinse di nuovo nel miele e lo portò alla sua bocca.
Lei esitò un istante, poi la disciplina vinse.
Aprì la bocca offrendosi a quel nuovo tipo di dolore.
Si aspettava la viscida liquidità dell’odiato miele, e invece si trovò a masticare la durezza del formaggio.
Temeva di vomitare.
I muscoli tesi sino alla dolenza per impedirsi la fuga.
Masticò a lungo cercando di tenere lontano il sapore dalla parte profonda della lingua.
Ma era uno sforzo vano.
I due sapori si muovevano dentro di lei.
Il dolce avvolgente del miele d’acacia e l’aspro duro del formaggio.
La carezza dolce sui seni, il leggero pizzicare sui capezzoli la distrassero da quei pensieri.
Quando tornò a concentrarsi sulla sua lingua scoprì che qualcosa era mutato.
L’odiato miele si era fuso con l’aspro formaggio per dare nascita a qualcosa di nuovo, di diverso.
Un gusto che non conosceva, che non aspettava, che la sorprendeva.
“E’ buono” si sorprese a dire.
“Si, è buono. E’ senza… preconcetti. E’ libero” Rispose la voce di lui.
E lei ne avvertì il sorriso, immaginandone gli occhi che si chiudevano a fessura.
Il vino era ancora fresco e pieno di profumo quando lo sentì fluire nella sua gola.

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“Apriti!”
“Completamente!”
Il tono era repentinamente mutato.
L’ordine era secco.
Non duro ma perentorio.
Ogni volta veniva attraversata dalla stessa sensazione.
Come una frustata che le partisse dal cervello per arrivare diretta dentro il ventre.
Si dischiuse come un compasso che voglia disegnare il massimo cerchio della sua vita.
Senti le dita di lui sfiorare la zona della sensibilità infinita.
Quelle due parentesi di pelle a racchiudere il piccolo monte glabro del suo sesso.
Le tre fragole erano appoggiate li.
Immerse come Poppea nel loro bagno di piacere.

img509/53/sweettoothbyarealitystuih8.jpgMa cioccolata amara stavolta, niente latte d’asina.
Lui le raccolse con un piccolo cucchiaio e, nel gesto sfiorò il clitoride.
La contrazione delle cosce di lei fu immediata come una luce che si accende.
Il gemito di piacere represso danzò per lui la danza del possesso.
Le afferrò le gambe, le appoggiò sulle sue spalle e la tirò verso il bordo del tavolo.
Si fermò ad osservarla, concedendosi il piacere degli occhi che a lei negava.
Nuda, gli hashi a racchiudere i capezzoli e a sottolineare i seni.
La piccola pozza di cera della candela ormai spenta, intorno al suo ombelico.
I muscoli delle cosce contratti nell’attesa dell’accadere.
La penetrò con lentezza.
Assaporando e donandole la consapevolezza di ogni centimetro percorso.
Le gambe aperte della donna, il bacino rialzato, completamente esposta e disponibile.
Tutto era complice per non sprecare nemmeno un millimetro del loro congiungersi.
Dalla bocca di lei non un gemito.
Ma un continuo aspirare aria, come fa chi riemerge dall’acqua dopo una lunga apnea.
Giunto al massimo percorso dentro di lei, fermò quel lento treno vivo al capolinea del possesso.
“Tienila stretta” le ordinò.
Sentì i muscoli della vagina stringersi intorno a lui.
Ed allora iniziò a ruotarle dentro.
Lei tremò, al limite della perdita del controllo.
“NO!!!” pensò.
“NO!!! Non posso, non debbo, non voglio venire…”.
Quasi l’avesse sentita, il picchetto di carne che la teneva inchiodata al tavolo fermò quel pendolo tentatore.
Ora sulle sue labbra avvertiva il sapore della cioccolata.
Aprì la bocca, voracemente, come se fosse stato il pene dell’uomo, e si riempì di quel sapore.
Morse dolcemente.
L’aspro delle fragole, le fragole che adorava, la possedette.

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Ebbe solo un attimo per pensarci.
Poi il cervello le fu scosso dal grido che proveniva dal suo ventre.

Improvvise, battenti, veloci, le spinte dentro di lei la portarono sull’orlo dell’orgasmo in pochi istanti.
“NO, ti prego, non riesco a fermarmi più. Non voglio deluderti” disse quasi tra le lacrime.
“E allora vieni. Ora ne hai il permesso”.
“No, non continuare, non voglio venire, ti prego, ti prego, ti prego.”
“Perché?”
“Perché sto impazzendo, farei tutto per averlo, farei più che tutto.”
“E allora vieni, ti sto portando da me.”
“No. Vorrei regalarti la mia rinuncia.
Lasciamelo fare.
Lascia che io urli del piacere mancato.
Lascia che ti doni questa sofferenza.
La più estrema.
Ti prego, lascia che lo faccia per te.
Te ne prego.
Per favore.”
Lui si fermò ma non uscì da lei.
Le mise la mano dietro la nuca, avvicinandola a sé.
Dolcemente le accarezzo il viso, i capelli, la schiena.
Le liberò i capezzoli dagli hashi e poi l’abbracciò stretta.
Nella stanza tutto era apparentemente immobile.
Anche quelle due figure.
Sospese come in un fotogramma.
Nessun dei cinque sensi avrebbe potuto registrare il film che invece scorreva tra loro.
La tenne così a lungo.
Abbracciata e penetrata.
E non erano che due modi diversi per un unico gesto.
Nella sua voce c’era una vibrazione più bassa.
“E allora così sarà.
Rifiutare sarebbe come rinnegarti.
Non meritare la meraviglia di possederti”.
Lo sfilò dalle cosce di lei.
La prese piano per la coda dei capelli, il suo “guinzaglio”.
La guidò con gentile fermezza ad inginocchiarsi.
Con la mano stretta sul “guinzaglio” la guardò aprire la bocca per accoglierlo.
Lei sentiva sulla lingua l’amaro della cioccolata, l’aspro delle fragole, il basico sapore delle sue stesse gocce, il gusto conosciuto di quell’uomo al quale si offriva.
Quando le giunse in bocca l’ultimo sapore fu scossa da un fremito.
Per un istante temette quasi di non riuscire a fermare il richiamo proveniente dalla sua fica.
Si concentrò sulla bocca.
Sulla lingua.
Sulle labbra.
Accolse dentro di sé fino all’estremo brivido di piacere di quella figura che la sovrastava.

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Ora l’ultimo tratto di strada di quel viaggio nei sensi si era concluso.
I passi erano terminati.
Era giunta nell’unico posto in cui voleva essere.
In cui la parola essere aveva un significato.
Lui tirò leggermente il “guinzaglio” e la portò ad appoggiare la testa sul suo ventre.
Le accarezzò piano il viso.
Una carezza ripetuta più e più volte.
Avrebbe voluto parlare.
Dirle il suo orgoglio, il suo affetto, la voglia di averne cura, di possederla, di proteggerla, di abbeverarsi a quella devozione totale, di essere in lei, intorno a lei, di averla in sé, intorno a sé, di narrare e di ascoltare, di viverla e di esserne vissuto.
“L’amore” pensò.
“A modo mio, l’amore”
Ma non disse niente di tutto ciò.
Bastavano le sue mani a dire.
Quella che saldamente le stringeva i capelli.
Quella che quasi sommessamente le accarezzava il viso.
Disse solo “Sei a casa”.
Con il viso appoggiato al ventre dell’uomo, lei ripensò alla prima volta che lui le aveva detto quella frase: “Benvenuta a casa”.
“Sì” disse dentro di sé.
“Sono a casa”
E sorrise.
 
Soulbridge


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