
(foto di Michael H. Sinn)
La luce delle due sole candele accese aveva improvvisi leggeri tremolii.
Nell’atmosfera immobile della stanza dalle finestre chiuse sembrava quasi che attingessero movimento dallo spostamento stesso dei corpi, dai piccoli respiri, per ridisegnare le forme al suono dei gemiti.
La guardò a lungo.
Spesso faceva della vista il più forte degli strumenti del suo possesso, guardandola mentre lei accendeva ogni fibra del suo essere, assolutamente attenta e tesa nel dargli piacere.
C’era qualcosa di poetico nella dedizione totale di quei gesti attenti, sottomessi, amorevoli, un che di commovente nell’attiva duttilità con cui lei eseguiva, morbida ma determinata, i comandi del più leggero tocco sul suo corpo.
In quei momenti la voce era un orpello inutile. Da molto avevano smesso di usare quello strumento “arcaico” di condivisione. L’intesa era oltre le parole.
Chiuse gli occhi.
A volte amava molto navigarla “al buio”, lasciandosi guidare dagli altri sensi, espandendoli tutti come una proiezione di se stesso, come un abbraccio totale.
Ora le sue mani scorrevano sul corpo di quella giovane donna dal viso di adolescente, avvicinandola, allontanandola, piegandola, plasmandola senza alcuna apparente logica o strategia.
Tranne quella di sentirla muovere all’unisono, di percepirne l’emozione crescente mentre si faceva ad ogni tocco sempre più morbida, sempre più presa, sempre più oggetto puro di piacere.
Tranne che per il collare era completamente nuda, nessun velo, alcun filtro a limitare l’uso pieno di ogni centimetro di pelle. I capelli raccolti in alto a formare un’alta coda.
Glieli afferrò con la mano sinistra e la guidò a piegare il capo in avanti.
Ora la nuca era completamente esposta, scoperta, indifesa.
Con la lingua sfiorò la piccola isola di pelle che emergeva tra l’attaccatura dei capelli e la spessa striscia di cuoio. Attraverso le labbra avvertì la scossa che le attraversava la schiena.
Era facile comprendere dove quel impulso avrebbe terminato la sua corsa.
Sorrise tra se e mordicchiò leggermente.
Il nuovo sobbalzo fu più violento e prolungato del primo.
Aprì la bocca e affondò i denti, dapprima lentamente, poi con una pressione sempre maggiore.
Anche con gli occhi chiusi poteva “vedere” il viso di lei, distinguere i sentimenti che si alternavano man mano che la tenera carne della nuca veniva violata dal morso.
Brividi, piacere, leggero dolore, dolore intenso.
Gli occhi della ragazza che via via si stringevano sempre più per resistere a quella “tortura”.
Improvvisamente allentò la presa e in risposta gli giunse un soffio. Lei aveva ripreso a respirare di nuovo dopo l’involontaria apnea. Tratteneva sempre il respiro per controllare il dolore, per impedirsi di muovere un muscolo, per evitare di sottrarsi alla volontà del suo Padrone, per donarsi pienamente come amava profondamente fare.
L’uomo aveva deciso.
Istintivamente.
Animalescamente.
Le labbra, la lingua, i denti iniziarono a spostarsi lungo la schiena di lei. Questa volta non erano tocchi casuali, occasionali, improvvisati.
Ora iniziavano a descrivere un percorso, dichiaravano una meta finale.
Era una strada lunga e lui non aveva fretta di percorrerla.
Un viaggio del quale voleva assaporare ogni passo.
Baciava, mordeva, leccava, annusava quella pelle che già iniziava ad avere l’odore inebriante di una spezia rara nata dalla danza del sudore nuovo, del profumo discreto che lei usava, dell’odore di femmina.
Lungo il tragitto lasciava i segni di quel prendere selvaggio ed accorto. Alcuni di quei cerchi rossi sarebbero presto spariti, ma altri avrebbero virato nello scuro, testimoni voluti e desiderati da entrambi di quel possesso senza compromessi.
Giunse alle cosce.
Un leggero tocco bastò.
Lei comprese subito, si girò sulla schiena e si aprì completamente, esponendosi tutta a qualunque capriccio dell’uomo a cui apparteneva.
Ma quello che forse attendeva non accadde.
In modo esasperante la bocca di lui fece nuovamente conoscenza con le sue cosce dischiuse, lasciò altre tracce, collezionò altre piccole grida e gemiti ma ignorò il centro del piacere girandogli intorno in cerchi sempre più stretti.
Poi, come colto da improvvisa decisione, prese a risalire verso il ventre.
A volte si fermava a fare soste lungo il cammino, a deviare verso una meta secondaria come un’escursionista che gira intorno ad un costone per cogliere una nuova visuale della valle sottostante.
La lingua è uno strumento meraviglioso, non solo per l’incredibile sensibilità, ma anche perché amplifica di dieci volte tutto ciò che sfiora.
Ogni microscopica increspatura delle areole di lei diveniva per lui un piccolo dosso da superare, la leggera rugosità dei capezzoli era un appiglio al quale si aggrappava a lungo, alternando dolcezza e crudeltà, ascoltando l’affrettarsi progressivo del respiro della ragazza.
Il tempo era un valore insistente, sembrava sgocciolare sulle lenzuola come gli orologi nei quadri di Dalì.
Un morso ancora su uno di quei pinnacoli eretti, un grido breve, quasi un segnale.
Da quel istante tutto avvenne con velocità convulsa.
Con un solo movimento fu tra le sue cosce aperte.
Non fu più possibile distinguere cosa accade nell’incontro tra le sue labbra dischiuse e la fica di lei.
L’aria ne fu quasi risucchiata in una voragine di carne vorace.
Senza darle un attimo di tregua leccava, mordeva, baciava, addentava con furia, mentre con le mani la teneva saldamente spalancata perché ormai era come cavalcare le rapide di un torrente. Il piacere, il dolore, il piacere, il dolore creavano in lei ondate e mulinelli incontrollabili.
La sua schiena si proiettava verso l’alto come se nemmeno avvertisse il peso dell’uomo.
I gemiti, prima intervallati, erano diventati come un lungo ininterrotto sottofondo, quasi un pianto che conteneva il piacere incontrollabile e il terrore che potesse terminare.
Singhiozzando lei riuscì a mormorare: “Padrone…” poi la voce fu sostituita da un nuovo sussulto.
Lui nemmeno rispose, il suo silenzio le avrebbe detto ciò aveva già deciso.
Quasi ferocemente si dedicò a quella preda calda, spalancata, palpitante che stringeva tra i denti.
L’urlo che alla fine lei emise fu quasi una liberazione, un richiamo all’umanità, un salto in avanti verso l’homo sapiens, perché a lungo, alla luce di quelle due candele erano stati animali puri.
Quella parte del viaggio era terminato.
Ma solo quella.
(foto di moniKa K)
(foto di moniKa K)
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