incontri | Soulbridge

…
lunedì, 17 marzo 2008,15:50

In genere uso espressioni meno nette ma in questo caso credo sia giusto fare un’eccezione:

il template che state guardando è quello di un ladro!

 

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Vi racconto rapidamente la storia: il soggetto in questione che ha come nick haax,  ha aperto un blog su Libero spacciandosi per un fichissimo, coltissimo e cazzutissimo Master.

In realtà è un poveraccio che vive copiando i post su Splinder e spacciandoli poi per totalmente  suoi, in complicità con un’altra sgallettata par suo che si “onora” di essere schiava di cotanto…uomo.

Copia principalmente dai blogger di Splinder perché, usando un server diverso, pensa di essere beccato meno facilmente.

Al momento ci risultano plagi ai danni di sylvie, miei, di drfatso, di 
principenero, Pietro121, lasoffittadiazazel, maestrodeinodi,
rose74, Educatore

Ma l’elenco non è ancora completo.

Quando viene beccato mette in ignore il derubato e continua  come se niente fosse.

La summa del luridume mentale l’ha raggiunta la sua degna compagna che risponde al nick di naife72, arrivando a dire che se una cosa non è bloccata elettronicamente su internet è di proprietà di chiunque e che non è nemmeno necessario citare la fonte.

 

Il nostro ladruncolo si definisce un animale della notte.

“Chi ama la notte sarà sempre vivo e…libero!!!” scrive nel suo delirio ononanistico, auto-celebrandosi come un predatore notturno, mentre in realtà è solo una pantegana che fruga tra gli avanzi degli altri.

Credeva di essere al sicuro bannando i commenti e i visitatori… sgraditi.

Non immaginava però che la sua lista degli amici era pubblica.

A tutti, anzi a tutte, visto che si pregia di sole amicizie femminili, è stato mandato il seguente messaggio:

 

“Sono spiacente di informarti che HAAX, inserito tra i tuoi amici, plagia racconti e poesie su altri blog spacciandoli per suoi.

Non sono l'unico derubato online ma ha copiato praticamente ovunque.

Alle mie rimostranze mi ha inserito nella lista nera per impedirmi ogni commento.

Ha copiato, immagini comprese, il post "La casa dei sensi" e il post di sylvie  “Dedicato”.

Soulbridge"

 

Lascio alla vostra immaginazione a che livello siano le quotazioni di … master haax.

Ora è in corso una verifica da parte di Libero che, sembra, provvederà a cancellare il blog o, quantomeno, i post copiati.

Invito però i blogger di Splinder a controllare se abbia copiato anche altri brani.

 

Sì, sono incazzato davvero questo con questo… signore.

Avrebbe potuto avere tutti i miei scritti e, sono certo, anche quelli di altri.

Bastava chiederli.

Chiunque affidi al mondo i suoi sentimenti, le sue emozioni profonde, avverte sempre il calore della condivisione. Sapere che altri vibrano sulle stesse frequenze.

Condividerle, dividerle, spezzare il pane del nostro profondo è una carezza setosa per qualunque anima.

Ma viviamo in tempi di apparenza e non di sostanza.

E la pantegana non sa nemmeno cosa sia la seconda.

 

Soulbridge

 

martedì, 04 marzo 2008,19:02

nastro 

Ci sono serate che nascono di magia.

Come se fossero già scritte prima che accadano, pensate da dei affettuosi per occupare uno spazio nella memoria.

E dopo eoni e vite e volti e storie e facce, quelle serate resteranno nel buio della memoria come piccole fiammelle che indicano il percorso di un’esistenza.

A saper guardare sono poche, pochissime.

Flebili luci per l’anima. Abbacinanti nella loro rarità.

Tre donne, due uomini, un bambino, vino rosso e cibo condito d’affetto sulla tavola.

Fuori la tramontana illividisce le strade che portano al mare, senza osare di scalfire il calore delle anime.

La primavera appare lontana ma i sorrisi, in  quella stanza, non hanno il timore di sbocciare prematuri. Sanno che non esiste gelo che morderà le loro gemme.

La ragazza accanto a me vive in un altro altrove, con sua madre. Chilometri e nazioni oltre la possibilità della carezza che un padre e una figlia dovrebbero sempre avere come il miele della continuità.

Ma immagino ci si possa abituare a tutto. E che a tutto si trovi un equilibrio, se se ne ha il candore.

Goffa nei suoi vent’anni, vogliosa della vita nei suoi vent’anni, femmina nei suoi vent’anni, tenera nei suoi vent’anni.

Una promessa del poi che il vivere non ha potuto seppellire con la cenere dei rimpianti.

E’ la figlia di Giacomo.

Giacomo non è un mio amico.

Amico è una delle parole abusate del nostro tempo. Amico ormai è un conoscente, uno che si vede al bar ogni tanto, il vicino di ombrellone della vacanza usa e getta, un tizio incontrato su una chat.

No, lui non un amico, lui è. Punto.

E lo è da così tanto tempo che ormai il tempo assume relatività assoluta.

Arrivò solo, in un pomeriggio di luglio in un ostello che ormai è solo una briciola di memoria.

Si portava dietro poche cose. La musica, un sorriso indifeso, il tratto signorile fin da allora, il senso dell’immortalità di chi ha vent’anni e il primo pezzo del lungo filo rosso che lo avrebbe accompagnato nei trent’anni dopo.

Quasi una sorta di vaticino che una sibilla crudele gli aveva estratto leggendo le prime rune della sua vita.

Si portava dietro il primo tradimento di donna.

Ma tra vino pesante e anime leggere quell’ectoplasma svanì presto.

Tornassi indietro lo legherei su quelle spiagge che abitavamo più di notte che di giorno, e gli inciderei sul petto col coltello quel nome di donna.

Ma sarebbe inutile.

Gli antichi greci ponevano il Fato al di sopra degli dei. Il Fato, ovvero noi stessi. Le nostre scelte irragionevoli nel mentre che ci appaiono sensate. E da noi non possiamo fuggire. 

E’ l’ultima volta che siedo in questa casa, la accarezzo con gli occhi come se fosse mia.

Domani dovrà lasciarla, ultimo atto del crudele filo rosso che non ha saputo spezzare.

Non ha più una lira ormai, ha sgozzato i suoi agnelli sull’ara sacrificale di perduti amori.

Perduti perché forse mai nati davvero, quando ad amare davvero è uno solo.

E le ha amate le donne della sua vita Giacomo, maneggiando a volte loro e se stesso come fa un bambino con una pistola carica.

Con gioiosa incoscienza.

Ed ogni colpo esploso ha aggiunto una nuova scia del suo sangue a quel rosso guinzaglio.

 

 barca

 

L’ultima è andata via un anno fa saltando rapida e lesta da un naviglio all’altro, non appena ha visto l’acqua avvicinarsi troppo alle murate.

Com’è che si chiamano quei roditori che fanno la stessa cosa?

Ah si…ora mi ricordo.

Eravamo insieme quando abbiamo sfacchinato a portar giù le rimaste cose di lei, caricandole in un’auto che, ironicamente, rappresentava anch’essa parte del bottino.

Lui l’ha salutata con il suo consueto garbo anche se, oltre le ultime tre lire, gli aveva appena scippato l’avanzato scampolo di un brandello di anima.

L’ha salutata pronunciando il suo nome, lo stesso di quelle notti d’estate di secoli fa.

Un nome ricorrente come un destino, come un fotogramma di una pellicola inceppata.

Ho detto l’ultima, ma mi sono sbagliato.

Di fronte a me siede un’altra donna, e ogni tanto lascia sgocciolare verso di lui un sorriso, uno sfiorare leggero.

Mi viene in mente che potrei chiamarla Nostra Signora Dei Cocci.

Ma sorrido silenzioso dentro di me e pronuncio invece un’altra cazzata, nata dalla seconda bottiglia e dalla sbornia dell’affetto.

Lei lo ha raccolto sul bagnasciuga della vita, il vascello affondato, il carico perduto, pochi stracci di cuore ancora addosso.

Li guardo e vedo i rivoli dei sorrisi complici e delle carezze pudiche di chi sa che l’adolescenza è solo un tempo del cuore.

Non c’è più nulla da predare, da sottrarre. Solo pochi brandelli di vele e qualche asse di legno restano sulla spiaggia della loro vita.

Eppure dall’altro lato del tavolo osservo il loro lento affaccendarsi, i passi vaganti a raccogliere quel che è rimasto.

Hanno un obiettivo comune: stanno costruendo una zattera.

Ci versiamo le ultime due dita di vino a testa.

Sollevo il bicchiere e le mie parole si articolano da sole, avulse dalla volontà cosciente dell’opportuno e del suo contrario.

“Alla zattera -  dico piano – e buon vento”.

Mi guardano tutti un po’ straniti dalle parole criptiche e dal viso serio che le accompagna.

Poi Giacomo solleva il suo, mi sorride e con uno dei nostri silenzi parlanti mi dice che ha capito.

“Buon vento a tutti” ripete.

In quel momento lei si gira verso di lui, lo abbraccia con gli occhi, e li vedo issare la vela.

E chi dice che una zattera non sappia danzare sugli oceani, che non abbia in se la speranza e la dignità e l’audacia e la sana follia di un clipper?

Ci sono serate che nascono di magia, ed io ne ho appena vissuta una.

Una di quelle abbaglianti minuscole fiammelle.

Giacomo in tutta la sua vita non è mai stato così ricco.

E nemmeno io.

 

zattera

 

Soulbridge

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mercoledì, 02 gennaio 2008,11:01

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Il profumo mi prende per mano.

E già prima di girare l’angolo so che lo vedrò lì, fermo all’angolo della stessa piazza di sempre, di fianco a quel suo Ape trasformato in friggitoria ambulante.

Vecchio come lui, improbabile come lui, affidabile come lui.

Giannino ‘o ‘nfarinato, o’ Masto de’ panzarotti e de’ pizzelle, un pezzo indelebile della mia memoria da quando ne possiedo una, una presenza sempiterna, quasi un patto faustiano.

Mi fermo, lo saluto.

Mi sorride ma capisco che non mi riconosce.

Non puoi andartene per più di vent’anni e pensare di rimanere nella memoria delle persone.

No, è esattamente il contrario.

Sono loro a restare nella tua.

Come polaroid di un mondo fermato nell’istante del massimo fulgore.

L’istante in cui, quella mattina del primo di gennaio dell’85, hai chiuso lo sportello dell’auto e hai messo in moto.

Nello stesso attimo quel mondo si è fermato.

Oh, non in modo assoluto, solo nella relatività che ti riguarda.

Da quel giorno sei un apolide.

Strana parola.

A – polis, senza città.

La cara alfa privativa greca.

Cazzo, quante nottate di vita spese su una lingua morta, solo per imparare che è viva, e che permea tutte le lingue che anche ora usi.

Che contraddittoria, magica, gustosa, ironica meraviglia.

Apolide.

Ventidue anni spesi ovunque sul sassolino verde e azzurro.

Spesi a capire che ogni angolo può essere casa, ma che nessun angolo è come la piazza dove trovi Giannino ‘o ‘nfarinato  e il suo Ape.

Per due euro mi riempie un cartoccio di panzarotti e pasta cresciuta.

Il sorriso sbilenco è gratis, omaggio della casa.

Mi allontano lentamente mentre la mia mano porta alla bocca l’unicità del colesterolo più buono del mondo.

Addento e sorrido.

In un angolo un’ipotesi di emozione fruga per trovare spazio nel senso negato dell’appartenenza.

Quella che ti tira l’orlo della giacca e ti chiede: Chi sei? Da dove vieni? Dove hai vissuto? Ne valeva la pena?

 

Una macchina inchioda.

Il solito stronzo penso.

Non ho il tempo di reagire.

Cerco di salvare il cartoccio di Giannino dall’abbraccio di quel omone dagli occhi azzurri e dai baffi di neve.

Da quanto non lo vedo?

Dieci anni? Cinque? Ieri?

Peppe mi inonda, mi travolge, mi tracima, mi ingloba.

Sorride, ride, parla, straparla.

Peppe, per me è solo Peppe.

L’uomo con gli occhi più candidi che abbia mai visto.

Se mai avessi avuto una figlia avrei amato che amasse Peppe.

 

Lo conobbi per caso. La vita vera si conosce per caso ed elezione.

Venne una sera sul finire di dicembre, mentre Maurizio ed io eravamo in onda.

Di la dal vetro ci facevano segni e mettemmo un disco per prendere tempo.

Era lì, insieme alla sua donna, Maria.

Era incinta e cercavano casa. Il venti di dicembre all’inizio degli anni ‘80. E noi eravamo… la Radio.

98 e 600 in modulazione di frequenza.

Maurizio ed io.

Due ragazzi nelle case della gente, quando la radio era un inno e non un mestiere.

E loro, Giuseppe e Maria in cerca di un rifugio.

Due ore sole per trovargliela, vestiti da bue ed asinello, ridendo come maiali contenti.

Ce l’ha ancora quella casa Peppe, l’ha comprata.

Tra un po’ sua figlia si sposa, è cresciuta mentre ero in giro sul sassolino verde e azzurro, il terzo dal centro.

E andrà ad abitare quella casa.

Non saprà mai di quella notte e nemmeno di quell’altra. Almeno così credo.

Quella in cui l’essere più mite, la preda per eccellenza, si trasformò in predatore.

 

E’ un architetto Peppe, progetta porti.

Sì, porti.

Luoghi di accoglienza per chi ha assaporato lo spazio ed il sale, e l’urlo del mare.

Quando iniziò a farlo ci sedemmo insieme nella R4 rossa, il mio secondo amore.

Del primo parlerò un’altra volta.

Andavo a vela, da quando avevo quindici anni, e per lui ero il… target giusto.

“Cosa vorresti trovare quando arrivi in un porto?” chiese.

“Fica”.

E ridemmo come due scemi.

Poi le parole vennero serie.

E Peppe iniziò a disegnare.

 

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Oggi, uno di quei porti potrebbe essere suo se volesse, ma lui è sempre perso nell’unica insenatura della sua vita: Maria.

E’ da sempre che bada a lei, che se ne prende cura. Perché è di cura che Maria ha bisogno.

Era bellissima, di una bellezza agreste, sanguigna, senza orpelli.

La conobbe nel massimo splendore, reginetta di un concorso di paese, quando non c’erano ancora le veline di plastica ed i pallonari.

La amò, l’ha amata, la ama, la protegge, la coccola, la vizia, la supporta,  la sopporta,  la avvolge, la cura, la difende.

Dal mondo ma soprattutto da se stessa.

Lei lo ha tradito, rinnegato, avvilito, condiviso.

Ma lui è rimasto lì.

“Perché?” gli chiesi una volta.

“La sua bellezza se ne è andata – mi rispose- le resto solo io”.

Si è vero, le resta solo lui.

La bellezza prorompente, paesana, ipertrofica, tracimante è scomparsa da tempo.

Ora Maria è l’epitome di quello che non dovrebbe mai accadere.

Grassa, disordinata, sfatta, verbosa, assillante, maniacale e maniaca.

Ma lui resta lì, lui la ama.

In un modo alieno ai banali ma vicino alla divinità dei santi.

Quelli veri, non quelli degli altari.

La ama perché è l’unico ad avere memoria della meraviglia.

E’ l’unico che ricorda i seni affilati come lame e le gambe dritte come un’antica stele, la sicurezza del presente nelle ipotesi di futuro.

E’ fatto così Peppe, trasparente come quei suoi occhi glauchi.

 

Me li ricordo bene quegli occhi.

E quella notte.

Non c’erano mica i cellulari, trovarti era un cazzo di problema.

Ma lui alla terza telefonata mi trovò.

Terza telefonata per gentile e paterna concessione di un maresciallo dei Carabinieri.

“Sto a Sorrento, in Caserma, mi vieni a prendere?”

Queste le parole, ma l’angoscia non ce l’ho da tradurla.

 

Una serata serena, Maria al tavolo di un pub dove qualche amico suonava la chitarra e diceva cazzate.

Quante volte c’eravamo seduti insieme a quelle panche lunghe, a quei fratini quasi monastici, a bere birra, vino, limoncello.

Ma in fondo a grattarci l’anima come un branco di orsi che trovano nell’altro un tronco da strusciare.

I tre stronzi entrano.

Maria è ancora bella, appare.

Vogliono il loro tavolo, vogliono la sua sudditanza, vogliono rimarcare che quegli steli di carne possono essere di chi li prende.

Le parole corrono in fretta, le mani con loro.

Ed il progettista di porti, l’uomo dagli occhi di velluto si trova ad essere preda, senza il bue che dia cornate e senza l’asinello che scalci. Arretra.

Ma non è sufficiente arretrare quando il nero insegue il blu.

Quando mi presentai alla Caserma dissi che ero suo fratello, e non fu una bugia.

Mi guardò, l’azzurro era vacuo. Come perso. Annegato nelle lacrime dell’uomo smarrito.

“Potevo ucciderli, oggesù, potevo ucciderli”.

La panca era diventata una clava, l’azzurro aveva perso il colore.

Dei tre, della loro protervia, della loro insania, della loro sorpresa erano rimaste solo le lastre delle radiografie.

Il San Giuseppe di quella notte prima del Natale era divenuto l’Arcangelo del dio degli eserciti.

Il processo fu l’atto assenziente di una giurisprudenza accorta, almeno per una volta.

Ma l’appoggio degli umani non tolse il dolore da quegli occhi del colore del cielo.

“Tu capisci? Potevo ucciderli.”

 

Ci abbracciamo, ridiamo, straparliamo, dividiamo il cartoccio di Giannino.

Gli anni scivolano sul grigio delle nostre barbe, sul verde e sull’azzurro dei nostri occhi di mezz’età.

Si, ci ritroveremo.

Si, verrai a trovarmi a casa.

Si, verrò al matrimonio di tua figlia.

E se non accadrà non importa.

Certi abbracci vanno oltre gli abbracci, corrono laterali al tempo.

Risale in macchina, mette in moto, riparte mentre il braccio lungo di un omone di un metro e novanta si sporge a salutare ancora.

Due ragazzetti in motorino si fermano davanti all’Ape di Giannino.

Pochi euro e brandiscono il loro cartoccio.

Mangiano voraci e felici.

Uno dei due guarda un panzarotto prima di azzannarlo, poi guarda l’Ape e il pentolone dell’olio.

Giannì – chiede - ma ogni quanto lo cambi l’olio?”

Il sorriso sghimbescio gli accende il viso, i denti radi già si illuminano nell’attesa dell’affondo: “Ogni 5000 chilometri!”

E ride.

Rido anch’io.

Non ce l’ho più l’alfa privativa.

Ho girato il sassolino verde e azzurro.

Ma so ancora dov’è casa.

Qui.

 

Soulbridge

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sabato, 29 settembre 2007,18:54

Sono le otto.

Alle otto di sera l’autunno ti grida va a casa, è ora.

E’ quello che sto facendo.

Ho telefonato come si lancia un s.o.s.

Salvate la mia anima, in una sera di fine settembre con  i primi tremori di pelle che vibrano tra il colletto e la giacca.

Faccio il numero.

E’ una voce in attesa quella che mi risponde.

Ha un nome ma, soprattutto ha un’emozione per me.

Mio figlio.

Dico una cosa scema: “Geronimo!!!”

Il grido di lancio dei paracaduti militari americani. Quello che urlano davanti a un portello mentre il cavo di strappo apre il piccolo paracadute  pilota che aprirà il principale.

Non ne so una mazza di lanci. Io sono un subacqueo, uno che va nell’opposto.

Ma lui salterà davvero da quel portello mentre i miei intestini faranno la hola. Lo so.

La vita ha crudeli ironie verso gli uomini… scapestrati.

Gli regala figli simili a loro.

Ride e risponde: “Arrivo Generale, non farai in tempo a metterti la giacca”.

“Non correre testa di cazzo” dico mentre sorrido.

Chiudo “bottega”.

Portatile, occhiali, chiavi, badge, sigarette.

Ah, si.

Le carte da leggere tra sabato e domenica.

Esco.

Oltre il cancello il buio mi dice l’ora e la stagione, e me ne narra la decadenza insanabile.

Almeno fino alla prossima alba di Aprile.

Accendo una sigaretta. So che da qualche parte qualcuno mi cazzia senza vedermi.

Lo so, porca troia lo so, devo smettere. Ho promesso.

Che giornata è stata?

Normale in fondo.

Ho avuto l’asprezza dell’ansia dei momenti intensi.

Ma sulle ferite orgogliose dell’adrenalina che scorre in attesa dello scontro, mi è stato donato il miele di parole amorevoli.

Una buona giornata in fondo.

Di quelle che sai di essere amato oltre quello che dai.

Ed in fondo è bello essere a debito.

Ti da la voglia di saldare in fretta.

E il pareggio dei conti dell’anima ha il sapore delle zeppole che faceva mia nonna. Morbido, dolce, voluto e volontario.

Attraversa la strada, lo vedo troppo tardi.

Era al di la della strada, nel buio del parcheggio.

Rientra in azienda perché anche lui ha da chiudere la battaglia del giorno.

Diversa e uguale alla mia.

Non posso fuggire.

Lo saluto, scambio una battuta.

Di quelle che da sempre la gente che lavora nello stesso posto si lanciano, come un’infinita partita di tamburello.

Dicono tutte la stessa cosa:

“Come va?” - “Piove merda, come sempre”

Vogliono dire tutte la stessa cosa:

“Ho un lavoro. A volte gente che mi sorride. Mi sembra di avere un senso, il piacere un po’ maso di essere qui alle otto di sera di venerdì, l’idea strana di creare qualcosa. In fondo sono contento. E tu che me lo chiedi mi sei un po’ complice, un po’ aguzzino, un po’ fratello”.

Faccio quel gioco, dico quelle cose, uso quei codici.

Ma dentro di me si accendono due parole: hide and seek.

Ma vaffanculo nemmeno lo amo l’inglese.

Già, ma è a nascondino che gioco da mesi con l’uomo che sta attraversando la strada, entrando nel cancello dal quale sono appena uscito.

Hide and seek, da quando gli è morto il figlio.

Ed io l’ho evitato come il demonio.

Quando qualcuno me lo disse mi sentii mancare.

Non puoi avere un figlio e non proiettare.

Non puoi avere un figlio e non fuggire da chi ha appena perso il suo.

Vorresti abbracciarlo e piangere con lui, perché ogni fibra del tuo essere ti fa comprendere che le viscere dell’uomo di fronte a te sono state strappate.

Che dei impietosi e bastardi gli hanno azzannato l’ultimo lembo, il più intimo.

Per sempre.

Oh, io uso le parole.

So usarle, le governo, le domino, le plasmo, ne faccio strumento per condividere, carezzare, spiegare.

Le parole per me sono signore e puttane che piego al volere del dire.

Ma non avevo parole da dare, mesi fa, a quell’uomo dalle viscere lacerate.

Hide and seek.

Sono scappato.

Ho giocato a nascondino con l’incubo degli incubi.

Ho sempre trovato ridicoli gli uomini che impazziscono appena annusano di stare per…eternarsi. Come se il più delle volte ne valesse la pena.

Un figlio, sto per avere un figlio. Sarò padre!

Che cazzata.

Una madre ha il tempo dei millenni per prepararsi a essere madre.

Un padre non nasce padre. Diventa padre.

E la mutazione è piacere e volere del tempo.

Scompare lento il rosario dei pannolini, la sagra delle merde puzzolenti, delle notti insonni.

Quel coso informe diviene Persona.

Parla, ragiona, soffre, ride, scassa la minchia, ti accarezza mentre dormi, lotta sul letto con te, studia all’ultimo minuto per l’esame delle medie e poi per quello di maturità, ti coinvolge, ti avvolge, ti abbraccia, ti provoca, ti morde e ti lecca.

Cresce.

E tu con lui.

Prova a fare il contrario se ti riesce.

La biologia è ingiusta, non dovrebbe mai permettere a un uomo di sopravvivere a suo figlio.

Credo dovrebbe esserci una cosa come due chip collegati.

Si spegne il suo e il tuo riceve il segnale e si disattiva prima che il dolore possa azzannare.

Mentre attraversa la strada e mi sorride scambiando le solite cazzate, gli sorrido di rimando.

Sotto, gli chiedo perdono del mio hide and seek.

Ma questo non lo saprà mai.

Come potrebbe reggere le parole, come potrebbe accoglierle.

Quale meraviglia, quale orrore fanno si che lui continui a vivere e che trovi la forza di giocare a tamburello con me?

In silenzio gli dono quelle signore e puttane che per una volta non ho avuto il coraggio di governare.

 

Fari, inversione a U, portiera aperta.

Salgo.

Lo abbraccio.

“Che ‘cè?” chiede.

“Niente, hai un padre espansivo. Disturba?” E piego le labbra in su.

Mi guarda un istante, sorride sfottente sulla pelle.

Ma da qualche parte i pannolini, e l’appendicite d’urgenza e le notti a preparare l’esame gli spingono un sorriso diverso.

“Andiamo?”

“Si, Francesco starà aspettando” – risponde lui

S’è preso la bronchite quella testa di minchia, e tutte le sere bisogna fargli la puntura.

Ingrana la marcia, parte. Anche questo gliel’ho insegnato io.

Il culo di Francesco mi sta aspettando.

Lui guida.

C’è una luna strepitosa.

Sono contento che non veda che si riflette nei miei occhi umidi.


Soulbridge


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by Soulbridge7 | commenti (24) | commenti (24)(popup)
Link | categoria:incontri, figli
venerdì, 30 marzo 2007,14:23
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Non accadde nulla.
Non pianti, non urla.
Non richieste di soccorso.
Non telefonate a soccorrevoli centralini di premurose polizie.
Che se premure dovevano esserci venivano certo dedicate ai paperoni a tempo limitato, creature coccolate dal Potere, bisognoso di loro nel passaggio dal latifondo al XX secolo.
Non accadde nulla.
Non ci furono ginocchia che subitaneamente si piegano di fronte alla Rivelazione Del Padrone, improvvisamente manifestatosi in virtù del Potere Dello Schiaffo.
Fortunatamente la vita è cosa molto più seria di un fuilleton.
Non si accarezzò nemmeno la guancia che già iniziava a virare nel purpureo, quasi a riprova dei trascorsi che quel corpo aveva già conosciuto.
Dove un singolo colpo era ben poca cosa.
Prese invece la mia mano e la girò, come a voler controllare che nulla mi fosse accaduto.
Nulla fu detto mentre si allontanò, lasciandomi con la mia rabbia afflosciata come un soufflè scaduto e, con in fondo, la mia vergogna troneggiante sul mio autocontrollo cortocircuitato.
Non accadde nulla.
Accadde tutto.
Lentamente.
Come ectoplasmi, eterei, inafferrabili, indefiniti, i gesti mutarono.
La sciattezza si mutò in una costellazione di piccole attenzioni sobrie e sommesse come fugaci carezze.
Di nessun valore se slegate tra loro, batuffoli di canapa.
Ma che ritorti ed intrecciati l’uno sull’altro divenivano di giorno in giorno, robusti e visibili come cime d’ormeggio.
La strafottenza divenne una dedizione leggera come un sospiro, che si moltiplica all’infinito sino a divenire un vento impetuoso ma sommamente silente che spazza via tutto ciò che non è saldamente ancorato.
E fu così che il vento di Mina spazzò via le trionfanti signore.
La cotonina stampata sostituì, lentamente, inesorabilmente la seta ed il lino.
L’arroganza paritetica opposta alla dedizione, al dono totale. Lotta impari.
Un dono offerto con poche parole, perché scarne erano le nostre conoscenze della lingua dell’altro.
Mina infine venne nel mio letto.
Ma fu diverso da quanto mai provato prima, figlio com’ero della cultura dell’occidente fatta di esami eduardiani che non finiscono mai, di do ut des misurati da donne farmaciste.
Mi ritrovai di fronte a una vestale la cui sacralità era l’offerta del piacere, senza bilancini, senza contropartite.
Quasi stupefatta che queste arrivassero.
Addirittura irritata dal fatto che si sprecasse tempo nella ricerca del suo piacere, perché questo aveva origine e senso solo in virtù di quello che lei riusciva a dare a me.
Mina venne nel mio letto ma non vi dormì mai.
Non vi fu verso di convincerla.
Dopo, immancabilmente, stendeva parte del lenzuolo ai piedi del letto e si addormentava lì.
Unica concessione un pezzo delle enormi zanzariere tropicali.
Una notte mi alzai assetato. Strano che non fosse sveglia.
Sembrava non dormisse mai o che avesse il sesto senso degli animali selvatici.
Ogni volta che mi svegliavo la trovavo lì pronta, con un caffè oppure con un lime oppure con un sorriso, porgendo la bevanda come emanazione di se stessa.
Ma quella volta no. Dormiva poggiata su un fianco.
L’oscurità della stanza era mitigata solo dalla poca luce delle lampade che tutta la notte restavano accese in giardino a scoraggiare i predatori, quadrupedi o bipedi che fossero.
Una luce ambrata e sgocciolante, tagliata a piccole fette disuguali dalle stecche di canniccio delle persiane.
Ed allora vidi quello che forse lei vedeva.
Il biancore del letto, prolungato dal lenzuolo steso sull’assito, spezzato a metà dal salto tra il materasso ed il pavimento.
Una sorta di altare pagano eretto sotto la volta bianca a cuspide dell’enorme zanzariera.
Mina non cenò mai con me.
Serviva in tavola e stava lì a guardare ogni segnale.
A volte, rassicurata, si accosciava sulle gambe vicino alla mia sedia, in quella impossibile posizione che solo gli indios, i cinesi e gli indiani sanno assumere per ore ed ore.
Riusciva a farlo anche indossando gli alti tacchi e gli abiti nuovi che le avevo imposto, nel gioco di Pigmalione che amavo fare con lei.

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Non vi sono corde o fruste o collari in questa storia.
Come legare chi si è legato oltre ogni possibile nodo, così come il cucciolo mostra la gola al capobranco ponendo la sua vita a disposizione delle zanne.
Come frustare chi si punisce l’animo e la mente alla sola ipotesi di mancanza.
Ma ci sono catene.
O meglio, una singola, lunga, sottile, catena d’argento.
Una maglia strana ed appiattita come minuscole monetine, intervallata da una simmetrica teoria di rasserenanti turchesi.
Un dono ipocrita o forse una folgorazione.
Un dono che l’arrogante signora per la quale era stato scelto, non vide mai, spazzata via troppo in fretta dal vento dell’Amazonas.
Mina si è sposata nel ’91.
Non mi ha mai scritto. In quale lingua avrebbe potuto mai farlo.
Scriveva per immagini.
Fotografie della sua vita che avanzava. Frammenti straordinari del suo ordinario quotidiano.
Il suo matrimonio.
Il suo vestito da sposa, comprato con il dono che le spedii per l’occasione.
Ultimo beau geste di un paperone a tempo limitato.
Di li a poco il real avrebbe spazzato via un’epoca, accomunando in un’unica nemesi i buoni ed i cattivi.
I Viaggiatori avidi e ansiosi annichiliti ed esaltati dalla magia dell’Equatore, assieme ai ciechi turisti del sesso tanto pavidi in casa quanto arroganti e bavosi nello sfoggiare i loro dollari, ancora umidi degli umori dei loro sogni solitari.
La prima bambina.
La seconda.
La sua casa.
Cose così.
Normali ed incredibili.
Le foto si sono pian piano rarefatte. Arrivano ormai senza alcuna cadenza precisa.
Quasi come i riflessi casuali del sole su una pietra umida.
La vita va avanti. Nemmeno gli dei possono opporsi. Ed è giusto così.
Anche la mia è andata avanti.
Una sorta di rafting dove a volte la corrente mi ha trascinato oltre la mia volontà, altre invece è stata alleata preziosa per aggirare una roccia aguzza.
Una trafilatura che ha portato via molte scorie.
Forse ancora non abbastanza, ma molte.
Ci sono state altre donne. Schiave e non.
Unico denominatore l’intelligenza circonfusa di sensibilità. Del senso dell’oltre.
Come un fiume aurifero ognuna ha lasciato la sua pepita nel corso della corrente.
Un arcipelago di piccoli bagliori di luce dorata.
L’ultima foto di Mina è di due anni fa.
E’ un gruppo di famiglia, formale, impostato ma sorridente, sullo sfondo di una casa bassa dal piccolo portico.
Le lunghe ombre del pomeriggio avanzato.
Il marito con i baffi di ordinanza di tutti i machos latino americani, le bambine appena pettinate e con indosso l’abito buono, una scura come il padre, l’altra un compromesso con il chiarore della madre.
Mina guarda e sorride.
Gli anni, la vita, l’Amazonas, hanno preteso il loro tributo.
Parco ma presente.
Ma così come nei film, l’eroe è sempre colpito ad una spalla, e quel segno, lungi da avvilirlo ne esalta anzi il fascino, così gli anni hanno trattato lei.
Indossa una gonna beige ed una corta camicia bianca senza maniche.
Il ventre scoperto è un po’ più tondo, il caramello bruciato della pelle è immutato.
Una striscia di pelle scura stretta tra i confini del chiarore degli abiti.
Su quella striscia di pelle, su quel sentiero brunito come il Rio che attraversa il verde insostenibile della foresta, una teoria di monetine d’argento si inseguono.
Ed al riflesso dell’ultimo sole i turchesi paiono come sorridere.
 
Soulbridge


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