
Il profumo mi prende per mano.
E già prima di girare l’angolo so che lo vedrò lì, fermo all’angolo della stessa piazza di sempre, di fianco a quel suo Ape trasformato in friggitoria ambulante.
Vecchio come lui, improbabile come lui, affidabile come lui.
Giannino ‘o ‘nfarinato, o’ Masto de’ panzarotti e de’ pizzelle, un pezzo indelebile della mia memoria da quando ne possiedo una, una presenza sempiterna, quasi un patto faustiano.
Mi fermo, lo saluto.
Mi sorride ma capisco che non mi riconosce.
Non puoi andartene per più di vent’anni e pensare di rimanere nella memoria delle persone.
No, è esattamente il contrario.
Sono loro a restare nella tua.
Come polaroid di un mondo fermato nell’istante del massimo fulgore.
L’istante in cui, quella mattina del primo di gennaio dell’85, hai chiuso lo sportello dell’auto e hai messo in moto.
Nello stesso attimo quel mondo si è fermato.
Oh, non in modo assoluto, solo nella relatività che ti riguarda.
Da quel giorno sei un apolide.
Strana parola.
A – polis, senza città.
La cara alfa privativa greca.
Cazzo, quante nottate di vita spese su una lingua morta, solo per imparare che è viva, e che permea tutte le lingue che anche ora usi.
Che contraddittoria, magica, gustosa, ironica meraviglia.
Apolide.
Ventidue anni spesi ovunque sul sassolino verde e azzurro.
Spesi a capire che ogni angolo può essere casa, ma che nessun angolo è come la piazza dove trovi Giannino ‘o ‘nfarinato e il suo Ape.
Per due euro mi riempie un cartoccio di panzarotti e pasta cresciuta.
Il sorriso sbilenco è gratis, omaggio della casa.
Mi allontano lentamente mentre la mia mano porta alla bocca l’unicità del colesterolo più buono del mondo.
Addento e sorrido.
In un angolo un’ipotesi di emozione fruga per trovare spazio nel senso negato dell’appartenenza.
Quella che ti tira l’orlo della giacca e ti chiede: Chi sei? Da dove vieni? Dove hai vissuto? Ne valeva la pena?
Una macchina inchioda.
Il solito stronzo penso.
Non ho il tempo di reagire.
Cerco di salvare il cartoccio di Giannino dall’abbraccio di quel omone dagli occhi azzurri e dai baffi di neve.
Da quanto non lo vedo?
Dieci anni? Cinque? Ieri?
Peppe mi inonda, mi travolge, mi tracima, mi ingloba.
Sorride, ride, parla, straparla.
Peppe, per me è solo Peppe.
L’uomo con gli occhi più candidi che abbia mai visto.
Se mai avessi avuto una figlia avrei amato che amasse Peppe.
Lo conobbi per caso. La vita vera si conosce per caso ed elezione.
Venne una sera sul finire di dicembre, mentre Maurizio ed io eravamo in onda.
Di la dal vetro ci facevano segni e mettemmo un disco per prendere tempo.
Era lì, insieme alla sua donna, Maria.
Era incinta e cercavano casa. Il venti di dicembre all’inizio degli anni ‘80. E noi eravamo… la Radio.
98 e 600 in modulazione di frequenza.
Maurizio ed io.
Due ragazzi nelle case della gente, quando la radio era un inno e non un mestiere.
E loro, Giuseppe e Maria in cerca di un rifugio.
Due ore sole per trovargliela, vestiti da bue ed asinello, ridendo come maiali contenti.
Ce l’ha ancora quella casa Peppe, l’ha comprata.
Tra un po’ sua figlia si sposa, è cresciuta mentre ero in giro sul sassolino verde e azzurro, il terzo dal centro.
E andrà ad abitare quella casa.
Non saprà mai di quella notte e nemmeno di quell’altra. Almeno così credo.
Quella in cui l’essere più mite, la preda per eccellenza, si trasformò in predatore.
E’ un architetto Peppe, progetta porti.
Sì, porti.
Luoghi di accoglienza per chi ha assaporato lo spazio ed il sale, e l’urlo del mare.
Quando iniziò a farlo ci sedemmo insieme nella R4 rossa, il mio secondo amore.
Del primo parlerò un’altra volta.
Andavo a vela, da quando avevo quindici anni, e per lui ero il… target giusto.
“Cosa vorresti trovare quando arrivi in un porto?” chiese.
“Fica”.
E ridemmo come due scemi.
Poi le parole vennero serie.
E Peppe iniziò a disegnare.

Oggi, uno di quei porti potrebbe essere suo se volesse, ma lui è sempre perso nell’unica insenatura della sua vita: Maria.
E’ da sempre che bada a lei, che se ne prende cura. Perché è di cura che Maria ha bisogno.
Era bellissima, di una bellezza agreste, sanguigna, senza orpelli.
La conobbe nel massimo splendore, reginetta di un concorso di paese, quando non c’erano ancora le veline di plastica ed i pallonari.
La amò, l’ha amata, la ama, la protegge, la coccola, la vizia, la supporta, la sopporta, la avvolge, la cura, la difende.
Dal mondo ma soprattutto da se stessa.
Lei lo ha tradito, rinnegato, avvilito, condiviso.
Ma lui è rimasto lì.
“Perché?” gli chiesi una volta.
“La sua bellezza se ne è andata – mi rispose- le resto solo io”.
Si è vero, le resta solo lui.
La bellezza prorompente, paesana, ipertrofica, tracimante è scomparsa da tempo.
Ora Maria è l’epitome di quello che non dovrebbe mai accadere.
Grassa, disordinata, sfatta, verbosa, assillante, maniacale e maniaca.
Ma lui resta lì, lui la ama.
In un modo alieno ai banali ma vicino alla divinità dei santi.
Quelli veri, non quelli degli altari.
La ama perché è l’unico ad avere memoria della meraviglia.
E’ l’unico che ricorda i seni affilati come lame e le gambe dritte come un’antica stele, la sicurezza del presente nelle ipotesi di futuro.
E’ fatto così Peppe, trasparente come quei suoi occhi glauchi.
Me li ricordo bene quegli occhi.
E quella notte.
Non c’erano mica i cellulari, trovarti era un cazzo di problema.
Ma lui alla terza telefonata mi trovò.
Terza telefonata per gentile e paterna concessione di un maresciallo dei Carabinieri.
“Sto a Sorrento, in Caserma, mi vieni a prendere?”
Queste le parole, ma l’angoscia non ce l’ho da tradurla.
Una serata serena, Maria al tavolo di un pub dove qualche amico suonava la chitarra e diceva cazzate.
Quante volte c’eravamo seduti insieme a quelle panche lunghe, a quei fratini quasi monastici, a bere birra, vino, limoncello.
Ma in fondo a grattarci l’anima come un branco di orsi che trovano nell’altro un tronco da strusciare.
I tre stronzi entrano.
Maria è ancora bella, appare.
Vogliono il loro tavolo, vogliono la sua sudditanza, vogliono rimarcare che quegli steli di carne possono essere di chi li prende.
Le parole corrono in fretta, le mani con loro.
Ed il progettista di porti, l’uomo dagli occhi di velluto si trova ad essere preda, senza il bue che dia cornate e senza l’asinello che scalci. Arretra.
Ma non è sufficiente arretrare quando il nero insegue il blu.
Quando mi presentai alla Caserma dissi che ero suo fratello, e non fu una bugia.
Mi guardò, l’azzurro era vacuo. Come perso. Annegato nelle lacrime dell’uomo smarrito.
“Potevo ucciderli, oggesù, potevo ucciderli”.
La panca era diventata una clava, l’azzurro aveva perso il colore.
Dei tre, della loro protervia, della loro insania, della loro sorpresa erano rimaste solo le lastre delle radiografie.
Il San Giuseppe di quella notte prima del Natale era divenuto l’Arcangelo del dio degli eserciti.
Il processo fu l’atto assenziente di una giurisprudenza accorta, almeno per una volta.
Ma l’appoggio degli umani non tolse il dolore da quegli occhi del colore del cielo.
“Tu capisci? Potevo ucciderli.”
Ci abbracciamo, ridiamo, straparliamo, dividiamo il cartoccio di Giannino.
Gli anni scivolano sul grigio delle nostre barbe, sul verde e sull’azzurro dei nostri occhi di mezz’età.
Si, ci ritroveremo.
Si, verrai a trovarmi a casa.
Si, verrò al matrimonio di tua figlia.
E se non accadrà non importa.
Certi abbracci vanno oltre gli abbracci, corrono laterali al tempo.
Risale in macchina, mette in moto, riparte mentre il braccio lungo di un omone di un metro e novanta si sporge a salutare ancora.
Due ragazzetti in motorino si fermano davanti all’Ape di Giannino.
Pochi euro e brandiscono il loro cartoccio.
Mangiano voraci e felici.
Uno dei due guarda un panzarotto prima di azzannarlo, poi guarda l’Ape e il pentolone dell’olio.
“Giannì – chiede - ma ogni quanto lo cambi l’olio?”
Il sorriso sghimbescio gli accende il viso, i denti radi già si illuminano nell’attesa dell’affondo: “Ogni 5000 chilometri!”
E ride.
Rido anch’io.
Non ce l’ho più l’alfa privativa.
Ho girato il sassolino verde e azzurro.
Ma so ancora dov’è casa.
Qui.
Soulbridge