Lentamente ripiegò il foulard.
Fino a farlo divenire una striscia sottile.
Era dietro di lei.
Le sue braccia unite da quel legame rosso formavano un cerchio.
E fu in quel circolo di possesso che l’avvolse.
Le guardò la nuca lasciata nuda da capelli legati in alto, a coda.
Un guinzaglio vivo con il quale lui le indicava la via e i desideri.
La serica provocazione rossa strusciava sui capezzoli della donna.
Gli occhi di lei guardavano in basso,
Seguivano quella danza estenuante che dai seni si spostava verso il ventre.
Per poi risalire verso l’alto, senza che il tempo avesse più senso.
Il chiarore di quel corpo nudo era interrotto solo dalla sottile linea scura del collare.
La schiena, appoggiata al petto di lui, era il sismografo del piacere.
Della sua eccitazione costretta a vibrare nell’assoluta immobilità.
Il viaggio di quella seta terminò sugli occhi.
Nel nuovo buio solo la voce dell’uomo le era guida e richiamo.
“E ora, ascoltati” le disse.
C’era una serena certezza in quella frase.
Più che un comando le sembrò l’invito a oltrepassare il cancello del giardino.
Il giardino della sua mente.
Le prese la mano e lei lo seguì.
Non vedeva nulla, ma non esitava.
Le aveva insegnato ad affidarsi.
Non avrebbe trovato ostacoli sul suo cammino.
Si sarebbe preso cura dei suoi passi ciechi.
La condusse dall’altro lato della stanza.
Al lungo tavolo di legno.
Dolcemente la guidò a stendersi.
Nel buio che l’avvolgeva, la mente di lei era assolutamente attenta.
Tesa a comprendere cosa accadeva intorno a sé.
Il tatto e l’udito, erano le appendici che proiettava intorno per accendere nella sua mente le immagini negate.
Si fece morbida per assecondarlo quando le portò braccia verso l’alto.
“Stringi”.
E al tatto le sue mani lessero i capi di una corda.
“Non farò nodi, non occorrono, lo so”
No, non occorrevano.
Ai suoi “resta immobile” obbediva come se fosse avvinta da catene.
Nemmeno il dolore più intenso le poteva inibire la volontà di non tradire la sua fiducia.
Il tatto ora le raccontava la ruvidezza della corda e del tiepido legno sotto di lei.
L’udito rubava suoni indistinti che non riusciva e decifrare.
Poi suoni inconfondibili.
Una bottiglia che veniva stappata.
Liquido versato in un bicchiere.
La mano di lui le sollevò la nuca.
Il profumo del vino risvegliò un altro senso, l’olfatto.
Un leggero tocco alle labbra e sulla lingua iniziò a viaggiare il gusto floreale e fruttato di quel vino dal nome così duro, ma dall’essenza così avvolgente.
“Ora abbiamo svegliato tutti i tuoi sensi” disse l’uomo.
“Sono pronti a parlarti. Sei pronta ad ascoltarli?”
Da lei una sola sillaba “Si”.
Udito: altri piccoli indistinti rumori intorno a lei.
Tatto: sui suoi seni qualcosa di morbido veniva appoggiato.
Olfatto: limone e... poi… cos’altro?
Tatto: un bruciore improvviso, la contrazione dei muscoli dell’addome. No, non bruciore, calore intenso.
Olfatto: la memoria di un posto, un piccolo ristorante rosa di fronte a un mare verde. Ricordo indistinto.
Tatto: qualcosa di tiepido e denso che cola sul ventre, piccoli oggetti disposti a mezzaluna.
Udito: “Apri di più le cosce”.
“Si”
Tatto: dita che dischiudono con delicatezza le grandi labbra, qualcosa di morbido, molto fresco, si adagia sul clitoride. Fremito.
Olfatto: nulla, tutto troppo lontano.
Caldo, tiepido, freddo.
Sentiva distintamente ogni zona del suo corpo.
Rubava i suoni dell’uomo che si muoveva nella stanza.
Poi la mano di lui le sollevo di nuovo la nuca e vi pose sotto un cuscino.
L’uomo si sedette sul bordo del tavolo.
Osservò lo splendore di quel vassoio di corpo vivo, immobile per amore e dedizione e piacere.
La delicata composizione di gusti e colori appoggiati sui luoghi del piacere.
Prese gli hashi e strinse tra le bacchette un piccolo pezzo di cibo.
“Lecca” le disse.
Lei obbedì.
Per primo giunse sulla lingua il pizzicare del pepe, poi il fresco brivido del limone.
Le bacchette entrarono nella sua bocca portando il loro dono.
Iniziò a masticare.
Il gusto del tonno crudo, nascosto sotto gli aromi che lo avevano marinato, le giunse al cervello.
Un dolore improvviso la scosse.
Le bacchette che un istante prima stringevano il suo primo boccone, ora mordevano i capezzoli.
Di nuovo qualcosa veniva porto sulle sue labbra.
Le aprì con consapevole obbedienza e la sua bocca fu piena di quanto le veniva dato.
Un altro picco di dolore, sull’altro capezzolo.
La sua schiena si inarcò.
“Resta immobile” le ripetè lui.
E quasi poteva vedere lo sforzo della mente di quella giovane donna, che imponeva al suo corpo una volontà non sua.
Il piacere del palato si alternava al dolore dei capezzoli stretti tra quei severi tutori di legno.
Piacere, dolore, piacere, dolore.
Dentro di lei quella sinusoide continua si fondeva in un’unica sensazione.
Sentiva il suo ventre reagire alla sapiente miscela che le veniva imposta.
Che tanto amava le fosse imposta.
Avvertiva il contrarsi e dischiudersi delle sue labbra più sensibili.
Le sentì aprirsi, quasi voraci di accogliere, quando un nuovo dolore molto più intenso afferrò i suoi seni.
Due coppie di hashi legate insieme, erano divenuti i padroni dei suoi capezzoli.
Lui, ignorando i gemiti le avvicinò il bicchiere alla bocca, offrendole il fresco esaltante di quel vino del nord.
Seguendo il corpo di lei, altre bacchette lentamente giunsero all’addome.
Arrossato dal calore intenso del cibo che disegnava come un fiore.
Un papavero rosso su un prato rosa.
La mano di lui prese un gamberetto e lo avvicinò al naso della donna bendata.
“Cos’è?” le chiese.
Lei annusò per un po’, poi disse “Frittura,… credo”
Il morso delle bacchette alla pelle sensibilissima del suo ombelico la fece gridare.
“Espandi i tuoi sensi” disse l’uomo.
“Cos’è?” ripetè.
“Pesce… forse”.
Impietosi gli hashi morsero di nuovo la pelle facendola gridare.
“Cos’è?”
“Ho un’immagine davanti agli occhi, vorrei dire cosa evoca, ma ho paura del dolore”.
“Rischia. Ascolta i tuoi sensi e rischia”.
“Mangiammo gamberetti fritti lì”
L’uomo sorrise in silenzio e dolcemente le poggiò il gamberetto sulle labbra.
“Un altro?”
“Sì, per favore” disse la donna mentre la tensione si scioglieva e le labbra le si incurvavano in alto in un sorriso.
Sentiva le pulsazioni tra le sue cosce divenire sempre più frequenti, sempre più ravvicinate.
Avrebbe voluto spalancarsi.
Offrirgli il più profondo di se stessa.
Ma non avrebbe mai osato spezzare quelle corde invisibili.
Poteva sopportare anche il dolore più estremo, ma non la sola idea di deluderlo.
E il nuovo dolore giunse.
Non aveva percepito la piccola candela bassa che era stata appoggiata vicino al suo ombelico.
Leggermente inclinata, goccia dopo goccia iniziava a spandere il suo ardore in quel piccolo pozzo sensibile.
Ormai il suo corpo percepiva un caleidoscopio di sensazioni diverse.
Poteva sentirle singolarmente, ma l’ensemble si tramutava nell’onda dell’orgasmo che già spingeva dentro di lei.
Un cuneo di piacere che urgeva per liberarsi.
“Bevi.” disse lui “Un po’ di vino per preparati ad un altro sapore”.
Posò le bacchette e prese un piccolo pezzo di formaggio appoggiato sul ventre di lei.
Il miele era un piccolo sole giallo contornato da asteroidi bianchi.
“Dammi la tua lingua”.
Lei aprì la bocca e gliela porse.
Sapeva che lui amava mordergliela e succhiarla fino a farla gemere.
Ma la porse a sua disposizione senza proiettare niente nella sua mente.
Era una cosa che faceva sempre con lui.
Prima di vederlo immaginava ogni scena e dettaglio del loro incontro.
Ma nel momento stesso in cui lui entrava in casa, il suo cervello abdicava al controllo.
Smetteva di pensare a cosa sarebbe accaduto.
Si abbandonava piena e sazia alla sensazione di essere in totale, volontaria, dolce balìa.
E qualunque cosa giungesse da lui, la accoglieva con la consapevole serenità dell’appartenenza totale.
Una goccia ambrata cadde sulla sua lingua.
“Miele!! Io odio il miele!!!” pensò.
“Lo so che lo odi”.
C’era l’ombra del sorriso nella voce di lui.
“Abbandona il preconcetto. Lasciati andare. Assaggia, ora. ”
Lo intinse di nuovo nel miele e lo portò alla sua bocca.
Lei esitò un istante, poi la disciplina vinse.
Aprì la bocca offrendosi a quel nuovo tipo di dolore.
Si aspettava la viscida liquidità dell’odiato miele, e invece si trovò a masticare la durezza del formaggio.
Temeva di vomitare.
I muscoli tesi sino alla dolenza per impedirsi la fuga.
Masticò a lungo cercando di tenere lontano il sapore dalla parte profonda della lingua.
Ma era uno sforzo vano.
I due sapori si muovevano dentro di lei.
Il dolce avvolgente del miele d’acacia e l’aspro duro del formaggio.
La carezza dolce sui seni, il leggero pizzicare sui capezzoli la distrassero da quei pensieri.
Quando tornò a concentrarsi sulla sua lingua scoprì che qualcosa era mutato.
L’odiato miele si era fuso con l’aspro formaggio per dare nascita a qualcosa di nuovo, di diverso.
Un gusto che non conosceva, che non aspettava, che la sorprendeva.
“E’ buono” si sorprese a dire.
“Si, è buono. E’ senza… preconcetti. E’ libero” Rispose la voce di lui.
E lei ne avvertì il sorriso, immaginandone gli occhi che si chiudevano a fessura.
Il vino era ancora fresco e pieno di profumo quando lo sentì fluire nella sua gola.

“Apriti!”
“Completamente!”
Il tono era repentinamente mutato.
L’ordine era secco.
Non duro ma perentorio.
Ogni volta veniva attraversata dalla stessa sensazione.
Come una frustata che le partisse dal cervello per arrivare diretta dentro il ventre.
Si dischiuse come un compasso che voglia disegnare il massimo cerchio della sua vita.
Senti le dita di lui sfiorare la zona della sensibilità infinita.
Quelle due parentesi di pelle a racchiudere il piccolo monte glabro del suo sesso.
Le tre fragole erano appoggiate li.
Immerse come Poppea nel loro bagno di piacere.
Ma cioccolata amara stavolta, niente latte d’asina.
Lui le raccolse con un piccolo cucchiaio e, nel gesto sfiorò il clitoride.
La contrazione delle cosce di lei fu immediata come una luce che si accende.
Il gemito di piacere represso danzò per lui la danza del possesso.
Le afferrò le gambe, le appoggiò sulle sue spalle e la tirò verso il bordo del tavolo.
Si fermò ad osservarla, concedendosi il piacere degli occhi che a lei negava.
Nuda, gli hashi a racchiudere i capezzoli e a sottolineare i seni.
La piccola pozza di cera della candela ormai spenta, intorno al suo ombelico.
I muscoli delle cosce contratti nell’attesa dell’accadere.
La penetrò con lentezza.
Assaporando e donandole la consapevolezza di ogni centimetro percorso.
Le gambe aperte della donna, il bacino rialzato, completamente esposta e disponibile.
Tutto era complice per non sprecare nemmeno un millimetro del loro congiungersi.
Dalla bocca di lei non un gemito.
Ma un continuo aspirare aria, come fa chi riemerge dall’acqua dopo una lunga apnea.
Giunto al massimo percorso dentro di lei, fermò quel lento treno vivo al capolinea del possesso.
“Tienila stretta” le ordinò.
Sentì i muscoli della vagina stringersi intorno a lui.
Ed allora iniziò a ruotarle dentro.
Lei tremò, al limite della perdita del controllo.
“NO!!!” pensò.
“NO!!! Non posso, non debbo, non voglio venire…”.
Quasi l’avesse sentita, il picchetto di carne che la teneva inchiodata al tavolo fermò quel pendolo tentatore.
Ora sulle sue labbra avvertiva il sapore della cioccolata.
Aprì la bocca, voracemente, come se fosse stato il pene dell’uomo, e si riempì di quel sapore.
Morse dolcemente.
L’aspro delle fragole, le fragole che adorava, la possedette.
Ebbe solo un attimo per pensarci.
Poi il cervello le fu scosso dal grido che proveniva dal suo ventre.
Improvvise, battenti, veloci, le spinte dentro di lei la portarono sull’orlo dell’orgasmo in pochi istanti.
“NO, ti prego, non riesco a fermarmi più. Non voglio deluderti” disse quasi tra le lacrime.
“E allora vieni. Ora ne hai il permesso”.
“No, non continuare, non voglio venire, ti prego, ti prego, ti prego.”
“Perché?”
“Perché sto impazzendo, farei tutto per averlo, farei più che tutto.”
“E allora vieni, ti sto portando da me.”
“No. Vorrei regalarti la mia rinuncia.
Lasciamelo fare.
Lascia che io urli del piacere mancato.
Lascia che ti doni questa sofferenza.
La più estrema.
Ti prego, lascia che lo faccia per te.
Te ne prego.
Per favore.”
Lui si fermò ma non uscì da lei.
Le mise la mano dietro la nuca, avvicinandola a sé.
Dolcemente le accarezzo il viso, i capelli, la schiena.
Le liberò i capezzoli dagli hashi e poi l’abbracciò stretta.
Nella stanza tutto era apparentemente immobile.
Anche quelle due figure.
Sospese come in un fotogramma.
Nessun dei cinque sensi avrebbe potuto registrare il film che invece scorreva tra loro.
La tenne così a lungo.
Abbracciata e penetrata.
E non erano che due modi diversi per un unico gesto.
Nella sua voce c’era una vibrazione più bassa.
“E allora così sarà.
Rifiutare sarebbe come rinnegarti.
Non meritare la meraviglia di possederti”.
Lo sfilò dalle cosce di lei.
La prese piano per la coda dei capelli, il suo “guinzaglio”.
La guidò con gentile fermezza ad inginocchiarsi.
Con la mano stretta sul “guinzaglio” la guardò aprire la bocca per accoglierlo.
Lei sentiva sulla lingua l’amaro della cioccolata, l’aspro delle fragole, il basico sapore delle sue stesse gocce, il gusto conosciuto di quell’uomo al quale si offriva.
Quando le giunse in bocca l’ultimo sapore fu scossa da un fremito.
Per un istante temette quasi di non riuscire a fermare il richiamo proveniente dalla sua fica.
Si concentrò sulla bocca.
Sulla lingua.
Sulle labbra.
Accolse dentro di sé fino all’estremo brivido di piacere di quella figura che la sovrastava.
Ora l’ultimo tratto di strada di quel viaggio nei sensi si era concluso.
I passi erano terminati.
Era giunta nell’unico posto in cui voleva essere.
In cui la parola essere aveva un significato.
Lui tirò leggermente il “guinzaglio” e la portò ad appoggiare la testa sul suo ventre.
Le accarezzò piano il viso.
Una carezza ripetuta più e più volte.
Avrebbe voluto parlare.
Dirle il suo orgoglio, il suo affetto, la voglia di averne cura, di possederla, di proteggerla, di abbeverarsi a quella devozione totale, di essere in lei, intorno a lei, di averla in sé, intorno a sé, di narrare e di ascoltare, di viverla e di esserne vissuto.
“L’amore” pensò.
“A modo mio, l’amore”
Ma non disse niente di tutto ciò.
Bastavano le sue mani a dire.
Quella che saldamente le stringeva i capelli.
Quella che quasi sommessamente le accarezzava il viso.
Disse solo “Sei a casa”.
Con il viso appoggiato al ventre dell’uomo, lei ripensò alla prima volta che lui le aveva detto quella frase: “Benvenuta a casa”.
“Sì” disse dentro di sé.
“Sono a casa”
E sorrise.
Soulbridge