foto | Soulbridge

lunedì, 09 giugno 2008,16:06

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Foto di Viktor Luzniy

Piccoli gesti precedono il mio attenderti, ogni volta.

Si ripetono, apparentemente uguali, ma in fondo diversi ad ogni incontro.

Scommetto che Ti divertirebbe guardarmi, di nascosto, mentre stendo le lenzuola blu, preparo giochi e corde, sistemo le candele. Quelle che serviranno ad illuminare la stanza e quelle che forse deciderai di far colare sul mio corpo.

Mi vedresti, mentre corro da una stanza all'altra per farti trovare l'accappatoio al solito posto, il vino rosso nel bicchiere, l'incenso pronto per essere acceso.

Spazi e tempi rubati al lavoro, al sonno, agli altri, affinchè tutto sia perfetto, nel momento in cui arriverai.

Non c'è un quando, per tutto questo.

Non c'è mai stato un decalogo a sancire tempi, cose e luoghi.

Sono cambiate stanze, case, città, in questi anni.

Ogni volta si è aggiunto un particolare, sono mutate piccole sfumature, quasi in modo impercettibile.

Eppure il tutto è andato a comporre quel magico rituale che ha significato solo ai nostri occhi, adattandosi a stagioni, luoghi e momenti.

Ogni cosa ha trovato la sua giusta collocazione, il suo spazio naturale, come se fosse lì da sempre e per sempre. Come se il tempo fosse sospeso fra un incontro e l'altro.

E' nel momento in cui mi pettino, mi trucco e allaccio il collare per Te che la frenesia lascia spazio all'attesa vera a propria.

Come se quei gesti, apparentemente così simili a quelli che compio ogni mattina, ma in realtà profondamente diversi, avessero il potere di calmarmi, di fugare la paura di aver dimenticato qualcosa, per lasciare spazio a ciò che realmente dà un senso a quei preparativi.

Ora manchi solo Tu.

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Foto di Tomas Rücker

 

sylvie

giovedì, 29 maggio 2008,10:50

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(foto di Michael H. Sinn)

 

La luce delle due sole candele accese aveva improvvisi leggeri tremolii.

Nell’atmosfera immobile della stanza dalle finestre chiuse sembrava quasi che attingessero movimento dallo spostamento stesso dei corpi, dai piccoli respiri, per ridisegnare le forme al suono dei gemiti.

La guardò a lungo.

Spesso faceva della vista il più forte degli strumenti del suo possesso, guardandola mentre lei accendeva ogni fibra del suo essere, assolutamente attenta e tesa nel dargli piacere.

C’era qualcosa di poetico nella dedizione totale di quei gesti attenti, sottomessi, amorevoli, un che di commovente nell’attiva duttilità con cui lei eseguiva, morbida ma determinata, i comandi del più leggero tocco sul suo corpo.

In quei momenti la voce era un orpello inutile. Da molto avevano smesso di usare quello strumento “arcaico” di condivisione. L’intesa era oltre le parole.

Chiuse gli occhi.

A volte amava molto navigarla “al buio”, lasciandosi guidare dagli altri sensi, espandendoli tutti come una proiezione di se stesso, come un abbraccio totale.

Ora le sue mani scorrevano sul corpo di quella giovane donna dal viso di adolescente, avvicinandola, allontanandola, piegandola, plasmandola senza alcuna apparente logica o strategia.

Tranne quella di sentirla muovere all’unisono, di percepirne l’emozione crescente mentre si faceva ad ogni tocco sempre più morbida, sempre più presa, sempre più oggetto puro di piacere.

Tranne che per il collare era completamente nuda, nessun velo, alcun filtro a limitare l’uso pieno di ogni centimetro di pelle. I capelli raccolti in alto a formare un’alta coda.

Glieli afferrò con la mano sinistra e la guidò a piegare il capo in avanti.

Ora la nuca era completamente esposta, scoperta, indifesa.

Con la lingua sfiorò la piccola isola di pelle che emergeva tra l’attaccatura dei capelli e la spessa striscia di cuoio. Attraverso le labbra avvertì la scossa che le attraversava la schiena.

Era facile comprendere dove quel impulso avrebbe terminato la sua corsa.

Sorrise tra se e mordicchiò leggermente.

Il nuovo sobbalzo fu più violento e prolungato del primo.

Aprì la bocca e affondò i denti, dapprima lentamente, poi con una pressione sempre maggiore.

Anche con gli occhi chiusi poteva “vedere” il viso di lei, distinguere i sentimenti che si alternavano man mano che la tenera carne della nuca veniva violata dal morso.

Brividi, piacere, leggero dolore, dolore intenso.

Gli occhi della ragazza che via via si stringevano sempre più per resistere a quella “tortura”.

Improvvisamente allentò la presa e in risposta gli giunse un soffio. Lei aveva ripreso a respirare di nuovo dopo l’involontaria apnea. Tratteneva sempre il respiro per controllare il dolore, per impedirsi di muovere un muscolo, per evitare di sottrarsi alla volontà del suo Padrone, per donarsi pienamente come amava profondamente fare.

L’uomo aveva deciso.

Istintivamente.

Animalescamente.

Le labbra, la lingua, i denti iniziarono a spostarsi lungo la schiena di lei. Questa volta non erano tocchi casuali, occasionali, improvvisati.

Ora iniziavano a descrivere un percorso, dichiaravano una meta finale.

Era una strada lunga e lui non aveva fretta di percorrerla.

Un viaggio del quale voleva assaporare ogni passo.

Baciava, mordeva, leccava, annusava quella pelle che già iniziava ad avere l’odore inebriante di una spezia rara nata dalla danza del sudore nuovo, del profumo discreto che lei usava, dell’odore di femmina.

Lungo il tragitto lasciava i segni di quel prendere selvaggio ed accorto. Alcuni di quei cerchi rossi sarebbero presto spariti, ma altri avrebbero virato nello scuro, testimoni voluti e desiderati da entrambi di quel possesso senza compromessi.

Giunse alle cosce.

Un leggero tocco bastò.

Lei comprese subito, si girò sulla schiena e si aprì completamente, esponendosi tutta a qualunque capriccio dell’uomo a cui apparteneva.

Ma quello che forse attendeva non accadde.

In modo esasperante la bocca di lui fece nuovamente conoscenza con le sue cosce dischiuse, lasciò altre tracce, collezionò altre piccole grida e gemiti ma ignorò il centro del piacere girandogli intorno in cerchi sempre più stretti.

Poi, come colto da improvvisa decisione, prese a risalire verso il ventre.

A volte si fermava a fare soste lungo il cammino, a deviare verso una meta secondaria come un’escursionista che gira intorno ad un costone per cogliere una nuova visuale della valle sottostante.

La lingua è uno strumento meraviglioso, non solo per l’incredibile sensibilità, ma anche perché amplifica di dieci volte tutto ciò che sfiora.

Ogni microscopica increspatura delle areole di lei diveniva per lui un piccolo dosso da superare, la leggera rugosità dei capezzoli era un appiglio al quale si aggrappava a lungo, alternando dolcezza e crudeltà, ascoltando l’affrettarsi progressivo del respiro della ragazza.

Il tempo era un valore insistente, sembrava sgocciolare sulle lenzuola come gli orologi nei quadri di Dalì.

Un morso ancora su uno di quei pinnacoli eretti, un grido breve, quasi un segnale.

Da quel istante tutto avvenne con velocità convulsa.

Con un solo movimento fu tra le sue cosce aperte.

Non fu più possibile distinguere cosa accade nell’incontro tra le sue labbra dischiuse e la fica di lei.

L’aria ne fu quasi risucchiata in una voragine di carne vorace.

Senza darle un attimo di tregua leccava, mordeva, baciava, addentava con furia, mentre con le mani la teneva saldamente spalancata perché ormai era come cavalcare le rapide di un torrente. Il piacere, il dolore, il piacere, il dolore creavano in lei ondate e mulinelli incontrollabili.

La sua schiena si proiettava verso l’alto come se nemmeno avvertisse il peso dell’uomo.

I gemiti, prima intervallati, erano diventati come un lungo ininterrotto sottofondo, quasi un pianto che conteneva il piacere incontrollabile e il terrore che potesse terminare.

Singhiozzando lei riuscì a mormorare: “Padrone…” poi la voce fu sostituita da un nuovo sussulto.

Lui nemmeno rispose, il suo silenzio le avrebbe detto ciò aveva già deciso.

Quasi ferocemente si dedicò a quella preda calda, spalancata, palpitante che stringeva tra i denti.

L’urlo che alla fine lei emise fu quasi una liberazione, un richiamo all’umanità, un salto in avanti verso l’homo sapiens, perché a lungo, alla luce di quelle due candele erano stati animali puri.

Quella parte del viaggio era terminato.

Ma solo quella.

 

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 (foto di moniKa K)

Soulbridge

martedì, 19 febbraio 2008,15:15

The_Collar

Ne ho donati pochi.
Perché se per l’universo esterno tutto somiglia, in quella bolla di vetro niente è mai uguale tra chi da e chi riceve.
Ognuno diverso, ognuno animato da una sua essenza, ognuno un’alchimia fatta di formule non mutate, ma che danno pozioni irrepetibili.

Argento per chi doveva indossarlo come un monile, esposto agli sguardi del mondo ma in realtà segreto condiviso solo per due.
Esibito ma nascosto come la lettera rubata di Poe.

Cuoio dall’odore fresco e pungente perché parlasse anche quando gli occhi navigano nel buio del dono di una benda.
Quando la privazione di un senso accende tutti gli altri come la paglia di una fiaccola vibrante.

Ma la materia, in fondo, era solo una carezza nell’abbraccio.

Non sono giunti in fretta, hanno viaggiato a lungo come corrieri nella notte.
Latori di un messaggio che non nasce solo da chi lo reca, ma anche da chi lo riceve.
Una novella che è fine di una parte del cammino, ma inizio di quello successivo.
A ben guardare sono dei cerchi, e in un cerchio la fine di un inizio corrisponde ad un nuovo inizio.
A volte, leggendo qui e la, li vedo giungere veloci come se temessero di perdere quel collo.
Chioroscuro_by_KaptainKlancyQuasi con l’ansia di trovare quello spazio già presidiato.
Non giudico, ognuno ha i suoi tempi.
Ma ero solo ragazzo quando qualcuna mi insegno che a volte il tempo è un valore, non un primato da battere.
Ragazzo non lo sono più da tanto, per data e per vita, ma avendo vissuto il tempo ho imparato a rispettare il nemico.
E dunque, ora più che mai, quel cerchio che sembra cingere un collo ma in realtà avvolge un’anima è per me un compagno lento.
Come una carezza.

Soulbridge

lunedì, 28 maggio 2007,19:32
Lentamente ripiegò il foulard.
Fino a farlo divenire una striscia sottile.
Era dietro di lei.
Le sue braccia unite da quel legame rosso formavano un cerchio.
E fu in quel circolo di possesso che l’avvolse.
Le guardò la nuca lasciata nuda da capelli legati in alto, a coda.
Un guinzaglio vivo con il quale lui le indicava la via e i desideri.
La serica provocazione rossa strusciava sui capezzoli della donna.
Gli occhi di lei guardavano in basso,
Seguivano quella danza estenuante che dai seni si spostava verso il ventre.
Per poi risalire verso l’alto, senza che il tempo avesse più senso.
Il chiarore di quel corpo nudo era interrotto solo dalla sottile linea scura del collare.
La schiena, appoggiata al petto di lui, era il sismografo del piacere.
Della sua eccitazione costretta a vibrare nell’assoluta immobilità.
Il viaggio di quella seta terminò sugli occhi.

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Nel nuovo buio solo la voce dell’uomo le era guida e richiamo.
“E ora, ascoltati” le disse.
C’era una serena certezza in quella frase.
Più che un comando le sembrò l’invito a oltrepassare il cancello del giardino.
Il giardino della sua mente.
Le prese la mano e lei lo seguì.
Non vedeva nulla, ma non esitava.
Le aveva insegnato ad affidarsi.
Non avrebbe trovato ostacoli sul suo cammino.
Si sarebbe preso cura dei suoi passi ciechi.
La condusse dall’altro lato della stanza.
Al lungo tavolo di legno.
Dolcemente la guidò a stendersi.

Nel buio che l’avvolgeva, la mente di lei era assolutamente attenta.
Tesa a comprendere cosa accadeva intorno a sé.
Il tatto e l’udito, erano le appendici che proiettava intorno per accendere nella sua mente le immagini negate.
Si fece morbida per assecondarlo quando le portò braccia verso l’alto.
“Stringi”.
E al tatto le sue mani lessero i capi di una corda.
“Non farò nodi, non occorrono, lo so”
No, non occorrevano.
Ai suoi “resta immobile” obbediva come se fosse avvinta da catene.
Nemmeno il dolore più intenso le poteva inibire la volontà di non tradire la sua fiducia.
Il tatto ora le raccontava la ruvidezza della corda e del tiepido legno sotto di lei.
L’udito rubava suoni indistinti che non riusciva e decifrare.
Poi suoni inconfondibili.
Una bottiglia che veniva stappata.
Liquido versato in un bicchiere.
La mano di lui le sollevò la nuca.
Il profumo del vino risvegliò un altro senso, l’olfatto.
Un leggero tocco alle labbra e sulla lingua iniziò a viaggiare il gusto floreale e fruttato di quel vino dal nome così duro, ma dall’essenza così avvolgente.
 
“Ora abbiamo svegliato tutti i tuoi sensi” disse l’uomo.
“Sono pronti a parlarti. Sei pronta ad ascoltarli?”
Da lei una sola sillaba “Si”.
Udito: altri piccoli indistinti rumori intorno a lei.
Tatto: sui suoi seni qualcosa di morbido veniva appoggiato.
Olfatto: limone e... poi… cos’altro?
Tatto: un bruciore improvviso, la contrazione dei muscoli dell’addome. No, non bruciore, calore intenso.
Olfatto: la memoria di un posto, un piccolo ristorante rosa di fronte a un mare verde. Ricordo indistinto.
Tatto: qualcosa di tiepido e denso che cola sul ventre, piccoli oggetti disposti a mezzaluna.
Udito: “Apri di più le cosce”.
“Si”
Tatto: dita che dischiudono con delicatezza le grandi labbra, qualcosa di morbido, molto fresco, si adagia sul clitoride. Fremito.
Olfatto: nulla, tutto troppo lontano.
Caldo, tiepido, freddo.
Sentiva distintamente ogni zona del suo corpo.
Rubava i suoni dell’uomo che si muoveva nella stanza.

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Poi la mano di lui le sollevo di nuovo la nuca e vi pose sotto un cuscino.
L’uomo si sedette sul bordo del tavolo.
Osservò lo splendore di quel vassoio di corpo vivo, immobile per amore e dedizione e piacere.
La delicata composizione di gusti e colori appoggiati sui luoghi del piacere.
Prese gli hashi e strinse tra le bacchette un piccolo pezzo di cibo.
“Lecca” le disse.
Lei obbedì.
Per primo giunse sulla lingua il pizzicare del pepe, poi il fresco brivido del limone.
Le bacchette entrarono nella sua bocca portando il loro dono.
Iniziò a masticare.
Il gusto del tonno crudo, nascosto sotto gli aromi che lo avevano marinato, le giunse al cervello.
Un dolore improvviso la scosse.
Le bacchette che un istante prima stringevano il suo primo boccone, ora mordevano i capezzoli.
Di nuovo qualcosa veniva porto sulle sue labbra.
Le aprì con consapevole obbedienza e la sua bocca fu piena di quanto le veniva dato.
Un altro picco di dolore, sull’altro capezzolo.
La sua schiena si inarcò.
“Resta immobile” le ripetè lui.
E quasi poteva vedere lo sforzo della mente di quella giovane donna, che imponeva al suo corpo una volontà non sua.
Il piacere del palato si alternava al dolore dei capezzoli stretti tra quei severi tutori di legno.
Piacere, dolore, piacere, dolore.
Dentro di lei quella sinusoide continua si fondeva in un’unica sensazione.
Sentiva il suo ventre reagire alla sapiente miscela che le veniva imposta.
Che tanto amava le fosse imposta.
Avvertiva il contrarsi e dischiudersi delle sue labbra più sensibili.
Le sentì aprirsi, quasi voraci di accogliere, quando un nuovo dolore molto più intenso afferrò i suoi seni.
Due coppie di hashi legate insieme, erano divenuti i padroni dei suoi capezzoli.
Lui, ignorando i gemiti le avvicinò il bicchiere alla bocca, offrendole il fresco esaltante di quel vino del nord.
Seguendo il corpo di lei, altre bacchette lentamente giunsero all’addome.
Arrossato dal calore intenso del cibo che disegnava come un fiore.
Un papavero rosso su un prato rosa.

img409/5756/57d5e94b02d3eaba2d49428ib8.jpgLa mano di lui prese un gamberetto e lo avvicinò al naso della donna bendata.
“Cos’è?” le chiese.
Lei annusò per un po’, poi disse “Frittura,… credo”
Il morso delle bacchette alla pelle sensibilissima del suo ombelico la fece gridare.
“Espandi i tuoi sensi” disse l’uomo.
“Cos’è?” ripetè.
“Pesce… forse”.
Impietosi gli hashi morsero di nuovo la pelle facendola gridare.
“Cos’è?”
“Ho un’immagine davanti agli occhi, vorrei dire cosa evoca, ma ho paura del dolore”.
“Rischia. Ascolta i tuoi sensi e rischia”.
“Mangiammo gamberetti fritti lì”
L’uomo sorrise in silenzio e dolcemente le poggiò il gamberetto sulle labbra.
“Un altro?”
“Sì, per favore” disse la donna mentre la tensione si scioglieva e le labbra le si incurvavano in alto in un sorriso.
Sentiva le pulsazioni tra le sue cosce divenire sempre più frequenti, sempre più ravvicinate.
Avrebbe voluto spalancarsi.
Offrirgli il più profondo di se stessa.
Ma non avrebbe mai osato spezzare quelle corde invisibili.
Poteva sopportare anche il dolore più estremo, ma non la sola idea di deluderlo.
 
E il nuovo dolore giunse.
Non aveva percepito la piccola candela bassa che era stata appoggiata vicino al suo ombelico.
Leggermente inclinata, goccia dopo goccia iniziava a spandere il suo ardore in quel piccolo pozzo sensibile.
Ormai il suo corpo percepiva un caleidoscopio di sensazioni diverse.
Poteva sentirle singolarmente, ma l’ensemble si tramutava nell’onda dell’orgasmo che già spingeva dentro di lei.
Un cuneo di piacere che urgeva per liberarsi.
 
“Bevi.” disse lui “Un po’ di vino per preparati ad un altro sapore”.
Posò le bacchette e prese un piccolo pezzo di formaggio appoggiato sul ventre di lei.
Il miele era un piccolo sole giallo contornato da asteroidi bianchi.
“Dammi la tua lingua”.
Lei aprì la bocca e gliela porse.
Sapeva che lui amava mordergliela e succhiarla fino a farla gemere.
Ma la porse a sua disposizione senza proiettare niente nella sua mente.
Era una cosa che faceva sempre con lui.
Prima di vederlo immaginava ogni scena e dettaglio del loro incontro.
Ma nel momento stesso in cui lui entrava in casa, il suo cervello abdicava al controllo.
Smetteva di pensare a cosa sarebbe accaduto.
Si abbandonava piena e sazia alla sensazione di essere in totale, volontaria, dolce balìa.
E qualunque cosa giungesse da lui, la accoglieva con la consapevole serenità dell’appartenenza totale.

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Una goccia ambrata cadde sulla sua lingua.
“Miele!! Io odio il miele!!!” pensò.
“Lo so che lo odi”.
C’era l’ombra del sorriso nella voce di lui.
“Abbandona il preconcetto. Lasciati andare. Assaggia, ora. ”
Lo intinse di nuovo nel miele e lo portò alla sua bocca.
Lei esitò un istante, poi la disciplina vinse.
Aprì la bocca offrendosi a quel nuovo tipo di dolore.
Si aspettava la viscida liquidità dell’odiato miele, e invece si trovò a masticare la durezza del formaggio.
Temeva di vomitare.
I muscoli tesi sino alla dolenza per impedirsi la fuga.
Masticò a lungo cercando di tenere lontano il sapore dalla parte profonda della lingua.
Ma era uno sforzo vano.
I due sapori si muovevano dentro di lei.
Il dolce avvolgente del miele d’acacia e l’aspro duro del formaggio.
La carezza dolce sui seni, il leggero pizzicare sui capezzoli la distrassero da quei pensieri.
Quando tornò a concentrarsi sulla sua lingua scoprì che qualcosa era mutato.
L’odiato miele si era fuso con l’aspro formaggio per dare nascita a qualcosa di nuovo, di diverso.
Un gusto che non conosceva, che non aspettava, che la sorprendeva.
“E’ buono” si sorprese a dire.
“Si, è buono. E’ senza… preconcetti. E’ libero” Rispose la voce di lui.
E lei ne avvertì il sorriso, immaginandone gli occhi che si chiudevano a fessura.
Il vino era ancora fresco e pieno di profumo quando lo sentì fluire nella sua gola.

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“Apriti!”
“Completamente!”
Il tono era repentinamente mutato.
L’ordine era secco.
Non duro ma perentorio.
Ogni volta veniva attraversata dalla stessa sensazione.
Come una frustata che le partisse dal cervello per arrivare diretta dentro il ventre.
Si dischiuse come un compasso che voglia disegnare il massimo cerchio della sua vita.
Senti le dita di lui sfiorare la zona della sensibilità infinita.
Quelle due parentesi di pelle a racchiudere il piccolo monte glabro del suo sesso.
Le tre fragole erano appoggiate li.
Immerse come Poppea nel loro bagno di piacere.

img509/53/sweettoothbyarealitystuih8.jpgMa cioccolata amara stavolta, niente latte d’asina.
Lui le raccolse con un piccolo cucchiaio e, nel gesto sfiorò il clitoride.
La contrazione delle cosce di lei fu immediata come una luce che si accende.
Il gemito di piacere represso danzò per lui la danza del possesso.
Le afferrò le gambe, le appoggiò sulle sue spalle e la tirò verso il bordo del tavolo.
Si fermò ad osservarla, concedendosi il piacere degli occhi che a lei negava.
Nuda, gli hashi a racchiudere i capezzoli e a sottolineare i seni.
La piccola pozza di cera della candela ormai spenta, intorno al suo ombelico.
I muscoli delle cosce contratti nell’attesa dell’accadere.
La penetrò con lentezza.
Assaporando e donandole la consapevolezza di ogni centimetro percorso.
Le gambe aperte della donna, il bacino rialzato, completamente esposta e disponibile.
Tutto era complice per non sprecare nemmeno un millimetro del loro congiungersi.
Dalla bocca di lei non un gemito.
Ma un continuo aspirare aria, come fa chi riemerge dall’acqua dopo una lunga apnea.
Giunto al massimo percorso dentro di lei, fermò quel lento treno vivo al capolinea del possesso.
“Tienila stretta” le ordinò.
Sentì i muscoli della vagina stringersi intorno a lui.
Ed allora iniziò a ruotarle dentro.
Lei tremò, al limite della perdita del controllo.
“NO!!!” pensò.
“NO!!! Non posso, non debbo, non voglio venire…”.
Quasi l’avesse sentita, il picchetto di carne che la teneva inchiodata al tavolo fermò quel pendolo tentatore.
Ora sulle sue labbra avvertiva il sapore della cioccolata.
Aprì la bocca, voracemente, come se fosse stato il pene dell’uomo, e si riempì di quel sapore.
Morse dolcemente.
L’aspro delle fragole, le fragole che adorava, la possedette.

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Ebbe solo un attimo per pensarci.
Poi il cervello le fu scosso dal grido che proveniva dal suo ventre.

Improvvise, battenti, veloci, le spinte dentro di lei la portarono sull’orlo dell’orgasmo in pochi istanti.
“NO, ti prego, non riesco a fermarmi più. Non voglio deluderti” disse quasi tra le lacrime.
“E allora vieni. Ora ne hai il permesso”.
“No, non continuare, non voglio venire, ti prego, ti prego, ti prego.”
“Perché?”
“Perché sto impazzendo, farei tutto per averlo, farei più che tutto.”
“E allora vieni, ti sto portando da me.”
“No. Vorrei regalarti la mia rinuncia.
Lasciamelo fare.
Lascia che io urli del piacere mancato.
Lascia che ti doni questa sofferenza.
La più estrema.
Ti prego, lascia che lo faccia per te.
Te ne prego.
Per favore.”
Lui si fermò ma non uscì da lei.
Le mise la mano dietro la nuca, avvicinandola a sé.
Dolcemente le accarezzo il viso, i capelli, la schiena.
Le liberò i capezzoli dagli hashi e poi l’abbracciò stretta.
Nella stanza tutto era apparentemente immobile.
Anche quelle due figure.
Sospese come in un fotogramma.
Nessun dei cinque sensi avrebbe potuto registrare il film che invece scorreva tra loro.
La tenne così a lungo.
Abbracciata e penetrata.
E non erano che due modi diversi per un unico gesto.
Nella sua voce c’era una vibrazione più bassa.
“E allora così sarà.
Rifiutare sarebbe come rinnegarti.
Non meritare la meraviglia di possederti”.
Lo sfilò dalle cosce di lei.
La prese piano per la coda dei capelli, il suo “guinzaglio”.
La guidò con gentile fermezza ad inginocchiarsi.
Con la mano stretta sul “guinzaglio” la guardò aprire la bocca per accoglierlo.
Lei sentiva sulla lingua l’amaro della cioccolata, l’aspro delle fragole, il basico sapore delle sue stesse gocce, il gusto conosciuto di quell’uomo al quale si offriva.
Quando le giunse in bocca l’ultimo sapore fu scossa da un fremito.
Per un istante temette quasi di non riuscire a fermare il richiamo proveniente dalla sua fica.
Si concentrò sulla bocca.
Sulla lingua.
Sulle labbra.
Accolse dentro di sé fino all’estremo brivido di piacere di quella figura che la sovrastava.

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Ora l’ultimo tratto di strada di quel viaggio nei sensi si era concluso.
I passi erano terminati.
Era giunta nell’unico posto in cui voleva essere.
In cui la parola essere aveva un significato.
Lui tirò leggermente il “guinzaglio” e la portò ad appoggiare la testa sul suo ventre.
Le accarezzò piano il viso.
Una carezza ripetuta più e più volte.
Avrebbe voluto parlare.
Dirle il suo orgoglio, il suo affetto, la voglia di averne cura, di possederla, di proteggerla, di abbeverarsi a quella devozione totale, di essere in lei, intorno a lei, di averla in sé, intorno a sé, di narrare e di ascoltare, di viverla e di esserne vissuto.
“L’amore” pensò.
“A modo mio, l’amore”
Ma non disse niente di tutto ciò.
Bastavano le sue mani a dire.
Quella che saldamente le stringeva i capelli.
Quella che quasi sommessamente le accarezzava il viso.
Disse solo “Sei a casa”.
Con il viso appoggiato al ventre dell’uomo, lei ripensò alla prima volta che lui le aveva detto quella frase: “Benvenuta a casa”.
“Sì” disse dentro di sé.
“Sono a casa”
E sorrise.
 
Soulbridge
venerdì, 30 marzo 2007,14:23
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Non accadde nulla.
Non pianti, non urla.
Non richieste di soccorso.
Non telefonate a soccorrevoli centralini di premurose polizie.
Che se premure dovevano esserci venivano certo dedicate ai paperoni a tempo limitato, creature coccolate dal Potere, bisognoso di loro nel passaggio dal latifondo al XX secolo.
Non accadde nulla.
Non ci furono ginocchia che subitaneamente si piegano di fronte alla Rivelazione Del Padrone, improvvisamente manifestatosi in virtù del Potere Dello Schiaffo.
Fortunatamente la vita è cosa molto più seria di un fuilleton.
Non si accarezzò nemmeno la guancia che già iniziava a virare nel purpureo, quasi a riprova dei trascorsi che quel corpo aveva già conosciuto.
Dove un singolo colpo era ben poca cosa.
Prese invece la mia mano e la girò, come a voler controllare che nulla mi fosse accaduto.
Nulla fu detto mentre si allontanò, lasciandomi con la mia rabbia afflosciata come un soufflè scaduto e, con in fondo, la mia vergogna troneggiante sul mio autocontrollo cortocircuitato.
Non accadde nulla.
Accadde tutto.
Lentamente.
Come ectoplasmi, eterei, inafferrabili, indefiniti, i gesti mutarono.
La sciattezza si mutò in una costellazione di piccole attenzioni sobrie e sommesse come fugaci carezze.
Di nessun valore se slegate tra loro, batuffoli di canapa.
Ma che ritorti ed intrecciati l’uno sull’altro divenivano di giorno in giorno, robusti e visibili come cime d’ormeggio.
La strafottenza divenne una dedizione leggera come un sospiro, che si moltiplica all’infinito sino a divenire un vento impetuoso ma sommamente silente che spazza via tutto ciò che non è saldamente ancorato.
E fu così che il vento di Mina spazzò via le trionfanti signore.
La cotonina stampata sostituì, lentamente, inesorabilmente la seta ed il lino.
L’arroganza paritetica opposta alla dedizione, al dono totale. Lotta impari.
Un dono offerto con poche parole, perché scarne erano le nostre conoscenze della lingua dell’altro.
Mina infine venne nel mio letto.
Ma fu diverso da quanto mai provato prima, figlio com’ero della cultura dell’occidente fatta di esami eduardiani che non finiscono mai, di do ut des misurati da donne farmaciste.
Mi ritrovai di fronte a una vestale la cui sacralità era l’offerta del piacere, senza bilancini, senza contropartite.
Quasi stupefatta che queste arrivassero.
Addirittura irritata dal fatto che si sprecasse tempo nella ricerca del suo piacere, perché questo aveva origine e senso solo in virtù di quello che lei riusciva a dare a me.
Mina venne nel mio letto ma non vi dormì mai.
Non vi fu verso di convincerla.
Dopo, immancabilmente, stendeva parte del lenzuolo ai piedi del letto e si addormentava lì.
Unica concessione un pezzo delle enormi zanzariere tropicali.
Una notte mi alzai assetato. Strano che non fosse sveglia.
Sembrava non dormisse mai o che avesse il sesto senso degli animali selvatici.
Ogni volta che mi svegliavo la trovavo lì pronta, con un caffè oppure con un lime oppure con un sorriso, porgendo la bevanda come emanazione di se stessa.
Ma quella volta no. Dormiva poggiata su un fianco.
L’oscurità della stanza era mitigata solo dalla poca luce delle lampade che tutta la notte restavano accese in giardino a scoraggiare i predatori, quadrupedi o bipedi che fossero.
Una luce ambrata e sgocciolante, tagliata a piccole fette disuguali dalle stecche di canniccio delle persiane.
Ed allora vidi quello che forse lei vedeva.
Il biancore del letto, prolungato dal lenzuolo steso sull’assito, spezzato a metà dal salto tra il materasso ed il pavimento.
Una sorta di altare pagano eretto sotto la volta bianca a cuspide dell’enorme zanzariera.
Mina non cenò mai con me.
Serviva in tavola e stava lì a guardare ogni segnale.
A volte, rassicurata, si accosciava sulle gambe vicino alla mia sedia, in quella impossibile posizione che solo gli indios, i cinesi e gli indiani sanno assumere per ore ed ore.
Riusciva a farlo anche indossando gli alti tacchi e gli abiti nuovi che le avevo imposto, nel gioco di Pigmalione che amavo fare con lei.

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Non vi sono corde o fruste o collari in questa storia.
Come legare chi si è legato oltre ogni possibile nodo, così come il cucciolo mostra la gola al capobranco ponendo la sua vita a disposizione delle zanne.
Come frustare chi si punisce l’animo e la mente alla sola ipotesi di mancanza.
Ma ci sono catene.
O meglio, una singola, lunga, sottile, catena d’argento.
Una maglia strana ed appiattita come minuscole monetine, intervallata da una simmetrica teoria di rasserenanti turchesi.
Un dono ipocrita o forse una folgorazione.
Un dono che l’arrogante signora per la quale era stato scelto, non vide mai, spazzata via troppo in fretta dal vento dell’Amazonas.
Mina si è sposata nel ’91.
Non mi ha mai scritto. In quale lingua avrebbe potuto mai farlo.
Scriveva per immagini.
Fotografie della sua vita che avanzava. Frammenti straordinari del suo ordinario quotidiano.
Il suo matrimonio.
Il suo vestito da sposa, comprato con il dono che le spedii per l’occasione.
Ultimo beau geste di un paperone a tempo limitato.
Di li a poco il real avrebbe spazzato via un’epoca, accomunando in un’unica nemesi i buoni ed i cattivi.
I Viaggiatori avidi e ansiosi annichiliti ed esaltati dalla magia dell’Equatore, assieme ai ciechi turisti del sesso tanto pavidi in casa quanto arroganti e bavosi nello sfoggiare i loro dollari, ancora umidi degli umori dei loro sogni solitari.
La prima bambina.
La seconda.
La sua casa.
Cose così.
Normali ed incredibili.
Le foto si sono pian piano rarefatte. Arrivano ormai senza alcuna cadenza precisa.
Quasi come i riflessi casuali del sole su una pietra umida.
La vita va avanti. Nemmeno gli dei possono opporsi. Ed è giusto così.
Anche la mia è andata avanti.
Una sorta di rafting dove a volte la corrente mi ha trascinato oltre la mia volontà, altre invece è stata alleata preziosa per aggirare una roccia aguzza.
Una trafilatura che ha portato via molte scorie.
Forse ancora non abbastanza, ma molte.
Ci sono state altre donne. Schiave e non.
Unico denominatore l’intelligenza circonfusa di sensibilità. Del senso dell’oltre.
Come un fiume aurifero ognuna ha lasciato la sua pepita nel corso della corrente.
Un arcipelago di piccoli bagliori di luce dorata.
L’ultima foto di Mina è di due anni fa.
E’ un gruppo di famiglia, formale, impostato ma sorridente, sullo sfondo di una casa bassa dal piccolo portico.
Le lunghe ombre del pomeriggio avanzato.
Il marito con i baffi di ordinanza di tutti i machos latino americani, le bambine appena pettinate e con indosso l’abito buono, una scura come il padre, l’altra un compromesso con il chiarore della madre.
Mina guarda e sorride.
Gli anni, la vita, l’Amazonas, hanno preteso il loro tributo.
Parco ma presente.
Ma così come nei film, l’eroe è sempre colpito ad una spalla, e quel segno, lungi da avvilirlo ne esalta anzi il fascino, così gli anni hanno trattato lei.
Indossa una gonna beige ed una corta camicia bianca senza maniche.
Il ventre scoperto è un po’ più tondo, il caramello bruciato della pelle è immutato.
Una striscia di pelle scura stretta tra i confini del chiarore degli abiti.
Su quella striscia di pelle, su quel sentiero brunito come il Rio che attraversa il verde insostenibile della foresta, una teoria di monetine d’argento si inseguono.
Ed al riflesso dell’ultimo sole i turchesi paiono come sorridere.
 
Soulbridge


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