figli | Soulbridge

sabato, 29 settembre 2007,18:54

Sono le otto.

Alle otto di sera l’autunno ti grida va a casa, è ora.

E’ quello che sto facendo.

Ho telefonato come si lancia un s.o.s.

Salvate la mia anima, in una sera di fine settembre con  i primi tremori di pelle che vibrano tra il colletto e la giacca.

Faccio il numero.

E’ una voce in attesa quella che mi risponde.

Ha un nome ma, soprattutto ha un’emozione per me.

Mio figlio.

Dico una cosa scema: “Geronimo!!!”

Il grido di lancio dei paracaduti militari americani. Quello che urlano davanti a un portello mentre il cavo di strappo apre il piccolo paracadute  pilota che aprirà il principale.

Non ne so una mazza di lanci. Io sono un subacqueo, uno che va nell’opposto.

Ma lui salterà davvero da quel portello mentre i miei intestini faranno la hola. Lo so.

La vita ha crudeli ironie verso gli uomini… scapestrati.

Gli regala figli simili a loro.

Ride e risponde: “Arrivo Generale, non farai in tempo a metterti la giacca”.

“Non correre testa di cazzo” dico mentre sorrido.

Chiudo “bottega”.

Portatile, occhiali, chiavi, badge, sigarette.

Ah, si.

Le carte da leggere tra sabato e domenica.

Esco.

Oltre il cancello il buio mi dice l’ora e la stagione, e me ne narra la decadenza insanabile.

Almeno fino alla prossima alba di Aprile.

Accendo una sigaretta. So che da qualche parte qualcuno mi cazzia senza vedermi.

Lo so, porca troia lo so, devo smettere. Ho promesso.

Che giornata è stata?

Normale in fondo.

Ho avuto l’asprezza dell’ansia dei momenti intensi.

Ma sulle ferite orgogliose dell’adrenalina che scorre in attesa dello scontro, mi è stato donato il miele di parole amorevoli.

Una buona giornata in fondo.

Di quelle che sai di essere amato oltre quello che dai.

Ed in fondo è bello essere a debito.

Ti da la voglia di saldare in fretta.

E il pareggio dei conti dell’anima ha il sapore delle zeppole che faceva mia nonna. Morbido, dolce, voluto e volontario.

Attraversa la strada, lo vedo troppo tardi.

Era al di la della strada, nel buio del parcheggio.

Rientra in azienda perché anche lui ha da chiudere la battaglia del giorno.

Diversa e uguale alla mia.

Non posso fuggire.

Lo saluto, scambio una battuta.

Di quelle che da sempre la gente che lavora nello stesso posto si lanciano, come un’infinita partita di tamburello.

Dicono tutte la stessa cosa:

“Come va?” - “Piove merda, come sempre”

Vogliono dire tutte la stessa cosa:

“Ho un lavoro. A volte gente che mi sorride. Mi sembra di avere un senso, il piacere un po’ maso di essere qui alle otto di sera di venerdì, l’idea strana di creare qualcosa. In fondo sono contento. E tu che me lo chiedi mi sei un po’ complice, un po’ aguzzino, un po’ fratello”.

Faccio quel gioco, dico quelle cose, uso quei codici.

Ma dentro di me si accendono due parole: hide and seek.

Ma vaffanculo nemmeno lo amo l’inglese.

Già, ma è a nascondino che gioco da mesi con l’uomo che sta attraversando la strada, entrando nel cancello dal quale sono appena uscito.

Hide and seek, da quando gli è morto il figlio.

Ed io l’ho evitato come il demonio.

Quando qualcuno me lo disse mi sentii mancare.

Non puoi avere un figlio e non proiettare.

Non puoi avere un figlio e non fuggire da chi ha appena perso il suo.

Vorresti abbracciarlo e piangere con lui, perché ogni fibra del tuo essere ti fa comprendere che le viscere dell’uomo di fronte a te sono state strappate.

Che dei impietosi e bastardi gli hanno azzannato l’ultimo lembo, il più intimo.

Per sempre.

Oh, io uso le parole.

So usarle, le governo, le domino, le plasmo, ne faccio strumento per condividere, carezzare, spiegare.

Le parole per me sono signore e puttane che piego al volere del dire.

Ma non avevo parole da dare, mesi fa, a quell’uomo dalle viscere lacerate.

Hide and seek.

Sono scappato.

Ho giocato a nascondino con l’incubo degli incubi.

Ho sempre trovato ridicoli gli uomini che impazziscono appena annusano di stare per…eternarsi. Come se il più delle volte ne valesse la pena.

Un figlio, sto per avere un figlio. Sarò padre!

Che cazzata.

Una madre ha il tempo dei millenni per prepararsi a essere madre.

Un padre non nasce padre. Diventa padre.

E la mutazione è piacere e volere del tempo.

Scompare lento il rosario dei pannolini, la sagra delle merde puzzolenti, delle notti insonni.

Quel coso informe diviene Persona.

Parla, ragiona, soffre, ride, scassa la minchia, ti accarezza mentre dormi, lotta sul letto con te, studia all’ultimo minuto per l’esame delle medie e poi per quello di maturità, ti coinvolge, ti avvolge, ti abbraccia, ti provoca, ti morde e ti lecca.

Cresce.

E tu con lui.

Prova a fare il contrario se ti riesce.

La biologia è ingiusta, non dovrebbe mai permettere a un uomo di sopravvivere a suo figlio.

Credo dovrebbe esserci una cosa come due chip collegati.

Si spegne il suo e il tuo riceve il segnale e si disattiva prima che il dolore possa azzannare.

Mentre attraversa la strada e mi sorride scambiando le solite cazzate, gli sorrido di rimando.

Sotto, gli chiedo perdono del mio hide and seek.

Ma questo non lo saprà mai.

Come potrebbe reggere le parole, come potrebbe accoglierle.

Quale meraviglia, quale orrore fanno si che lui continui a vivere e che trovi la forza di giocare a tamburello con me?

In silenzio gli dono quelle signore e puttane che per una volta non ho avuto il coraggio di governare.

 

Fari, inversione a U, portiera aperta.

Salgo.

Lo abbraccio.

“Che ‘cè?” chiede.

“Niente, hai un padre espansivo. Disturba?” E piego le labbra in su.

Mi guarda un istante, sorride sfottente sulla pelle.

Ma da qualche parte i pannolini, e l’appendicite d’urgenza e le notti a preparare l’esame gli spingono un sorriso diverso.

“Andiamo?”

“Si, Francesco starà aspettando” – risponde lui

S’è preso la bronchite quella testa di minchia, e tutte le sere bisogna fargli la puntura.

Ingrana la marcia, parte. Anche questo gliel’ho insegnato io.

Il culo di Francesco mi sta aspettando.

Lui guida.

C’è una luna strepitosa.

Sono contento che non veda che si riflette nei miei occhi umidi.


Soulbridge


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