Ci sono serate che nascono di magia.
Come se fossero già scritte prima che accadano, pensate da dei affettuosi per occupare uno spazio nella memoria.
E dopo eoni e vite e volti e storie e facce, quelle serate resteranno nel buio della memoria come piccole fiammelle che indicano il percorso di un’esistenza.
A saper guardare sono poche, pochissime.
Flebili luci per l’anima. Abbacinanti nella loro rarità.
Tre donne, due uomini, un bambino, vino rosso e cibo condito d’affetto sulla tavola.
Fuori la tramontana illividisce le strade che portano al mare, senza osare di scalfire il calore delle anime.
La primavera appare lontana ma i sorrisi, in quella stanza, non hanno il timore di sbocciare prematuri. Sanno che non esiste gelo che morderà le loro gemme.
La ragazza accanto a me vive in un altro altrove, con sua madre. Chilometri e nazioni oltre la possibilità della carezza che un padre e una figlia dovrebbero sempre avere come il miele della continuità.
Ma immagino ci si possa abituare a tutto. E che a tutto si trovi un equilibrio, se se ne ha il candore.
Goffa nei suoi vent’anni, vogliosa della vita nei suoi vent’anni, femmina nei suoi vent’anni, tenera nei suoi vent’anni.
Una promessa del poi che il vivere non ha potuto seppellire con la cenere dei rimpianti.
E’ la figlia di Giacomo.
Giacomo non è un mio amico.
Amico è una delle parole abusate del nostro tempo. Amico ormai è un conoscente, uno che si vede al bar ogni tanto, il vicino di ombrellone della vacanza usa e getta, un tizio incontrato su una chat.
No, lui non un amico, lui è. Punto.
E lo è da così tanto tempo che ormai il tempo assume relatività assoluta.
Arrivò solo, in un pomeriggio di luglio in un ostello che ormai è solo una briciola di memoria.
Si portava dietro poche cose. La musica, un sorriso indifeso, il tratto signorile fin da allora, il senso dell’immortalità di chi ha vent’anni e il primo pezzo del lungo filo rosso che lo avrebbe accompagnato nei trent’anni dopo.
Quasi una sorta di vaticino che una sibilla crudele gli aveva estratto leggendo le prime rune della sua vita.
Si portava dietro il primo tradimento di donna.
Ma tra vino pesante e anime leggere quell’ectoplasma svanì presto.
Tornassi indietro lo legherei su quelle spiagge che abitavamo più di notte che di giorno, e gli inciderei sul petto col coltello quel nome di donna.
Ma sarebbe inutile.
Gli antichi greci ponevano il Fato al di sopra degli dei. Il Fato, ovvero noi stessi. Le nostre scelte irragionevoli nel mentre che ci appaiono sensate. E da noi non possiamo fuggire.
E’ l’ultima volta che siedo in questa casa, la accarezzo con gli occhi come se fosse mia.
Domani dovrà lasciarla, ultimo atto del crudele filo rosso che non ha saputo spezzare.
Non ha più una lira ormai, ha sgozzato i suoi agnelli sull’ara sacrificale di perduti amori.
Perduti perché forse mai nati davvero, quando ad amare davvero è uno solo.
E le ha amate le donne della sua vita Giacomo, maneggiando a volte loro e se stesso come fa un bambino con una pistola carica.
Con gioiosa incoscienza.
Ed ogni colpo esploso ha aggiunto una nuova scia del suo sangue a quel rosso guinzaglio.

L’ultima è andata via un anno fa saltando rapida e lesta da un naviglio all’altro, non appena ha visto l’acqua avvicinarsi troppo alle murate.
Com’è che si chiamano quei roditori che fanno la stessa cosa?
Ah si…ora mi ricordo.
Eravamo insieme quando abbiamo sfacchinato a portar giù le rimaste cose di lei, caricandole in un’auto che, ironicamente, rappresentava anch’essa parte del bottino.
Lui l’ha salutata con il suo consueto garbo anche se, oltre le ultime tre lire, gli aveva appena scippato l’avanzato scampolo di un brandello di anima.
L’ha salutata pronunciando il suo nome, lo stesso di quelle notti d’estate di secoli fa.
Un nome ricorrente come un destino, come un fotogramma di una pellicola inceppata.
Ho detto l’ultima, ma mi sono sbagliato.
Di fronte a me siede un’altra donna, e ogni tanto lascia sgocciolare verso di lui un sorriso, uno sfiorare leggero.
Mi viene in mente che potrei chiamarla Nostra Signora Dei Cocci.
Ma sorrido silenzioso dentro di me e pronuncio invece un’altra cazzata, nata dalla seconda bottiglia e dalla sbornia dell’affetto.
Lei lo ha raccolto sul bagnasciuga della vita, il vascello affondato, il carico perduto, pochi stracci di cuore ancora addosso.
Li guardo e vedo i rivoli dei sorrisi complici e delle carezze pudiche di chi sa che l’adolescenza è solo un tempo del cuore.
Non c’è più nulla da predare, da sottrarre. Solo pochi brandelli di vele e qualche asse di legno restano sulla spiaggia della loro vita.
Eppure dall’altro lato del tavolo osservo il loro lento affaccendarsi, i passi vaganti a raccogliere quel che è rimasto.
Hanno un obiettivo comune: stanno costruendo una zattera.
Ci versiamo le ultime due dita di vino a testa.
Sollevo il bicchiere e le mie parole si articolano da sole, avulse dalla volontà cosciente dell’opportuno e del suo contrario.
“Alla zattera - dico piano – e buon vento”.
Mi guardano tutti un po’ straniti dalle parole criptiche e dal viso serio che le accompagna.
Poi Giacomo solleva il suo, mi sorride e con uno dei nostri silenzi parlanti mi dice che ha capito.
“Buon vento a tutti” ripete.
In quel momento lei si gira verso di lui, lo abbraccia con gli occhi, e li vedo issare la vela.
E chi dice che una zattera non sappia danzare sugli oceani, che non abbia in se la speranza e la dignità e l’audacia e la sana follia di un clipper?
Ci sono serate che nascono di magia, ed io ne ho appena vissuta una.
Una di quelle abbaglianti minuscole fiammelle.
Giacomo in tutta la sua vita non è mai stato così ricco.
E nemmeno io.

Soulbridge
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