Soulbridge

…
venerdì, 30 marzo 2007,14:23
img48/4411/870469lgru4.jpg
Non accadde nulla.
Non pianti, non urla.
Non richieste di soccorso.
Non telefonate a soccorrevoli centralini di premurose polizie.
Che se premure dovevano esserci venivano certo dedicate ai paperoni a tempo limitato, creature coccolate dal Potere, bisognoso di loro nel passaggio dal latifondo al XX secolo.
Non accadde nulla.
Non ci furono ginocchia che subitaneamente si piegano di fronte alla Rivelazione Del Padrone, improvvisamente manifestatosi in virtù del Potere Dello Schiaffo.
Fortunatamente la vita è cosa molto più seria di un fuilleton.
Non si accarezzò nemmeno la guancia che già iniziava a virare nel purpureo, quasi a riprova dei trascorsi che quel corpo aveva già conosciuto.
Dove un singolo colpo era ben poca cosa.
Prese invece la mia mano e la girò, come a voler controllare che nulla mi fosse accaduto.
Nulla fu detto mentre si allontanò, lasciandomi con la mia rabbia afflosciata come un soufflè scaduto e, con in fondo, la mia vergogna troneggiante sul mio autocontrollo cortocircuitato.
Non accadde nulla.
Accadde tutto.
Lentamente.
Come ectoplasmi, eterei, inafferrabili, indefiniti, i gesti mutarono.
La sciattezza si mutò in una costellazione di piccole attenzioni sobrie e sommesse come fugaci carezze.
Di nessun valore se slegate tra loro, batuffoli di canapa.
Ma che ritorti ed intrecciati l’uno sull’altro divenivano di giorno in giorno, robusti e visibili come cime d’ormeggio.
La strafottenza divenne una dedizione leggera come un sospiro, che si moltiplica all’infinito sino a divenire un vento impetuoso ma sommamente silente che spazza via tutto ciò che non è saldamente ancorato.
E fu così che il vento di Mina spazzò via le trionfanti signore.
La cotonina stampata sostituì, lentamente, inesorabilmente la seta ed il lino.
L’arroganza paritetica opposta alla dedizione, al dono totale. Lotta impari.
Un dono offerto con poche parole, perché scarne erano le nostre conoscenze della lingua dell’altro.
Mina infine venne nel mio letto.
Ma fu diverso da quanto mai provato prima, figlio com’ero della cultura dell’occidente fatta di esami eduardiani che non finiscono mai, di do ut des misurati da donne farmaciste.
Mi ritrovai di fronte a una vestale la cui sacralità era l’offerta del piacere, senza bilancini, senza contropartite.
Quasi stupefatta che queste arrivassero.
Addirittura irritata dal fatto che si sprecasse tempo nella ricerca del suo piacere, perché questo aveva origine e senso solo in virtù di quello che lei riusciva a dare a me.
Mina venne nel mio letto ma non vi dormì mai.
Non vi fu verso di convincerla.
Dopo, immancabilmente, stendeva parte del lenzuolo ai piedi del letto e si addormentava lì.
Unica concessione un pezzo delle enormi zanzariere tropicali.
Una notte mi alzai assetato. Strano che non fosse sveglia.
Sembrava non dormisse mai o che avesse il sesto senso degli animali selvatici.
Ogni volta che mi svegliavo la trovavo lì pronta, con un caffè oppure con un lime oppure con un sorriso, porgendo la bevanda come emanazione di se stessa.
Ma quella volta no. Dormiva poggiata su un fianco.
L’oscurità della stanza era mitigata solo dalla poca luce delle lampade che tutta la notte restavano accese in giardino a scoraggiare i predatori, quadrupedi o bipedi che fossero.
Una luce ambrata e sgocciolante, tagliata a piccole fette disuguali dalle stecche di canniccio delle persiane.
Ed allora vidi quello che forse lei vedeva.
Il biancore del letto, prolungato dal lenzuolo steso sull’assito, spezzato a metà dal salto tra il materasso ed il pavimento.
Una sorta di altare pagano eretto sotto la volta bianca a cuspide dell’enorme zanzariera.
Mina non cenò mai con me.
Serviva in tavola e stava lì a guardare ogni segnale.
A volte, rassicurata, si accosciava sulle gambe vicino alla mia sedia, in quella impossibile posizione che solo gli indios, i cinesi e gli indiani sanno assumere per ore ed ore.
Riusciva a farlo anche indossando gli alti tacchi e gli abiti nuovi che le avevo imposto, nel gioco di Pigmalione che amavo fare con lei.

img48/7561/2267616lguo5.jpg

Non vi sono corde o fruste o collari in questa storia.
Come legare chi si è legato oltre ogni possibile nodo, così come il cucciolo mostra la gola al capobranco ponendo la sua vita a disposizione delle zanne.
Come frustare chi si punisce l’animo e la mente alla sola ipotesi di mancanza.
Ma ci sono catene.
O meglio, una singola, lunga, sottile, catena d’argento.
Una maglia strana ed appiattita come minuscole monetine, intervallata da una simmetrica teoria di rasserenanti turchesi.
Un dono ipocrita o forse una folgorazione.
Un dono che l’arrogante signora per la quale era stato scelto, non vide mai, spazzata via troppo in fretta dal vento dell’Amazonas.
Mina si è sposata nel ’91.
Non mi ha mai scritto. In quale lingua avrebbe potuto mai farlo.
Scriveva per immagini.
Fotografie della sua vita che avanzava. Frammenti straordinari del suo ordinario quotidiano.
Il suo matrimonio.
Il suo vestito da sposa, comprato con il dono che le spedii per l’occasione.
Ultimo beau geste di un paperone a tempo limitato.
Di li a poco il real avrebbe spazzato via un’epoca, accomunando in un’unica nemesi i buoni ed i cattivi.
I Viaggiatori avidi e ansiosi annichiliti ed esaltati dalla magia dell’Equatore, assieme ai ciechi turisti del sesso tanto pavidi in casa quanto arroganti e bavosi nello sfoggiare i loro dollari, ancora umidi degli umori dei loro sogni solitari.
La prima bambina.
La seconda.
La sua casa.
Cose così.
Normali ed incredibili.
Le foto si sono pian piano rarefatte. Arrivano ormai senza alcuna cadenza precisa.
Quasi come i riflessi casuali del sole su una pietra umida.
La vita va avanti. Nemmeno gli dei possono opporsi. Ed è giusto così.
Anche la mia è andata avanti.
Una sorta di rafting dove a volte la corrente mi ha trascinato oltre la mia volontà, altre invece è stata alleata preziosa per aggirare una roccia aguzza.
Una trafilatura che ha portato via molte scorie.
Forse ancora non abbastanza, ma molte.
Ci sono state altre donne. Schiave e non.
Unico denominatore l’intelligenza circonfusa di sensibilità. Del senso dell’oltre.
Come un fiume aurifero ognuna ha lasciato la sua pepita nel corso della corrente.
Un arcipelago di piccoli bagliori di luce dorata.
L’ultima foto di Mina è di due anni fa.
E’ un gruppo di famiglia, formale, impostato ma sorridente, sullo sfondo di una casa bassa dal piccolo portico.
Le lunghe ombre del pomeriggio avanzato.
Il marito con i baffi di ordinanza di tutti i machos latino americani, le bambine appena pettinate e con indosso l’abito buono, una scura come il padre, l’altra un compromesso con il chiarore della madre.
Mina guarda e sorride.
Gli anni, la vita, l’Amazonas, hanno preteso il loro tributo.
Parco ma presente.
Ma così come nei film, l’eroe è sempre colpito ad una spalla, e quel segno, lungi da avvilirlo ne esalta anzi il fascino, così gli anni hanno trattato lei.
Indossa una gonna beige ed una corta camicia bianca senza maniche.
Il ventre scoperto è un po’ più tondo, il caramello bruciato della pelle è immutato.
Una striscia di pelle scura stretta tra i confini del chiarore degli abiti.
Su quella striscia di pelle, su quel sentiero brunito come il Rio che attraversa il verde insostenibile della foresta, una teoria di monetine d’argento si inseguono.
Ed al riflesso dell’ultimo sole i turchesi paiono come sorridere.
 
Soulbridge
venerdì, 23 marzo 2007,15:35
Me lo chiedono spesso.
E la risposta è sempre la stessa.
Non so inventare racconti, so solo narrare di quello che ho vissuto.


 
img48/9808/maomanausamazonvillagebea4.jpg
 
 
Manaus non è Rio.
Manaus non è Salvador Bahia.
Ancor oggi è la Frontiera, la border line tra la civiltà e la primordialità.
E’ l’Amazzonia.
Ed anche la civiltà qui assume contorni brumosi come i veli di nebbia che al mattino ristagnano nelle boscaglie, allungando eteree appendici sino alle più esterne lamiere delle favelas di periferia.
La primordialità si è ritirata nel profondo, memore del dolore che ogni contatto ha provocato.
L’uomo bianco come vetriolo, che morde ed arde al più lieve tocco.
Manaus non è Rio, morbida ed ammaliante, stillante di sesso mercenario venduto con la grazia con cui si dona un amore.
Manaus non è Bahia adagiata e sensuale come una Maja desnuda su un giaciglio di frutti scintillanti di gocce di caipirihna.
Manaus ancor oggi non vede passare molti turisti.
Stranieri si, predatori anche, viaggiatori pochi, turisti pochissimi.
Turisti pochissimi. Quale soavità in questa rarefazione.
Nell’86, il 1986 per chi stentasse a datarmi, questa sublime rarefazione era ancor più rarefatta.
Il mio lavoro mi portò lì, il Fato comprò il biglietto aereo, il Karma fece le prenotazioni.
Basta Europa, Londra o Parigi come una gita fuori porta.
Manaus, lontano dal dove.
Guest house, grande, luminosamente ombreggiata da palme, quasi dolorosamente tropicale.
Ed ancora. La ricchezza improvvisa. Non assoluta ma assolutistica nella sua relatività.
Un riposizionamento del valore così subitaneo da sembrare una lotteria.
E senza nemmeno il tarlo del colonizzatore. Tutto al giusto prezzo di mercato.
Un giardiniere quasi equivocamente innamorato del nuovo senor, che il vecchio era austriaco, astioso e rabbioso.
Un tassista personale premuroso come una fidanzata novella.
La governante.
Mina, la governante.
Io, esperto costretto di lavature e stirature. Vittima e carnefice delle lavanderie degli alberghi.
Creola o mulatta o amerindia o nera. O forse tutto insieme. Calderone etnico nato dal caso e dalla sopraffazione quando ancora non faceva fico parlare di melting pot.
Le dosi della misteriosa alchimia avevano fornito un prodotto aggraziato.
Snella, flessuosa, i capelli lisci dei precolombiani, il caramello bruciato della pelle, la struttura slanciata dei neri ma senza il guasto del sedere ipertrofico, tipico di donne che hanno bisogno di un solido “appoggio” sul quale caricare la prole per sfuggire al pericolo.
Vent’anni o forse diciotto o forse di più. Chi può dirlo.
Una come tante a Manaus, con le sue cotonine stampate, le scarpe vertiginose indossate per strada, che le cosce si slancino ed il culo “sambi”, ma rigorosamente dismesse in casa che non abbiano a consumarsi.
Oggetti feticcio di un popolo nato scalzo.
Una come tante per i paperoni a tempo limitato, italiani e latini, empatici ed alieni, così vicini e tanto lontani.
Quale donna era mai preclusa, quale festa era mai disattesa, quale intrigo mai proibito in un paese in cui il giorno più triste è la domenica sera, prodromo di un lunedì di lavoro.
Ma che già dal martedì sente crescere la febbre della festa.
Ed i giorni della settimana sono come un termometro che ora dopo ora segna l’aumento della temperatura.
Una gioiosa Gomorra senza la punizione di nessun dio iperprostatico e misogino.

img48/940/870366lgcu1.jpg

Mina era solo la governante.
Al mattino raccattava le briciole del pane del piacere che altre donne avevano sparso.
Aveva una capacità rara tra un popolo che fa della gentilezza una religione, Mina era aspra e sciatta.
Aveva un’abilità diabolica, riusciva a farmi incazzare.
Le rotture di piccole cose, la teoria dei microdanni quotidiani erano il suo rosario laico, che sgranava con diligente puntualità.
Una sciatteria perseverata, indisponente, impossibilmente casuale.
Illuminata e circonfusa dall’aureola di strafottenza che si accendeva ad ogni mancanza.
Con una frequenza tale che praticamente non restava mai spenta.
Il top, il suo capolavoro, la cappella sistina, la fine e l’inizio del tutto fu la…camicia.
Ovviamente la preferita, l’introvabile ormai, la perfetta, la complice che ti accompagna dalla più bella, infondendoti fascino e sicurezza, amuleto di battista.
Bruciata, irreparabilmente, incontestabilmente, per sempre, bruciata.
Lasciata lì a sfrigolare mentre madama sintonizzava la radio.
Non fossi stato lì avrei urlato.
Non fossi stato lì avrei preso a calci qualcosa.
Non fossi stato lì, pattuglie acrobatiche di santi rimossi dai nove cieli, si sarebbero esibiti in numeri da Pattuglia Acrobatica.
Ma ero lì. Ed allora vidi.
Vidi la sfida, la strafottenza, l’aureola satanica che si trasformava in una insegna al neon su cui c’era scritto: cosa rompi i coglioni, ne hai tante di camicie.
Lo schiaffone partì mosso da vita propria, slegato da ogni controllo e cognizione.
Gioioso, crudele, liberatorio.
Di quelli che un uomo da ad un uomo.
A mano piena e con la spinta della spalla e del torso che accompagnano il braccio in un sincrono di potenza che è tanto più esplosiva in quanto si scarica in piccolo punto ristretto.
Mi spaventai al rumore che fece, così tanto grande nel silenzio del tramonto.
Mi spaventai io per primo.
Anzi mi spaventai solo io.

(continua)

Soulbridge
 
giovedì, 01 marzo 2007,09:59

img377/499/5377040lgtc1.jpg

Sabato sera.
Ultime gocce d’estate, come quelle che cadono dalla caraffa del vino che sto versando.
Il mare è al di là delle case basse che cingono la piazzetta.
Non lo vedi.
Ma l’odore di salmastro si fa largo attraverso i tavoli e le panche e gli ombrelloni illuminati.
Un ristorantino all’aperto.
Come tanti.
Amici “light”, gente simpatica ma poco condivisa.
Conversazione idem.
Un po’ ascolto, un po’ rispondo.
Nel mentre penso ad altro.
Pilota automatico.
Ho occupato strategicamente un posto a fine panca.
Di quelli che ti permettono di alzarti senza infastidire gli altri.
Beh, a essere onesto, di quelli che ti permettono di esserci e non esserci senza sembrare scortese.
La vedo arrivare mentre fende i tavoli e le panche portandosi in braccio una sedia.
La sedia è di massello, lei non più.
Gracile, prosegue però determinata.
Non so perché ma ho la certezza di cosa accadrà.
A volte chiamiamo pessimismo la precognizione.
Oggesù non farlo per favore!. Non stasera.
Perfetto!
Accosta la sedia alla fine del tavolo.
Sorride
“Posso sedermi qui? Sa, di la ci sono i cani e mi fanno un po’ paura.”
Nel mentre si è ovviamente già seduta.
E con questo la serata è completamente andata.
Rimpiango già i discorsi light dai quali mi ero sfilato.
Essì. Proprio vero che esiste una cosa chiamata nemesi.
Ma esiste anche una cosa chiamata noblesse oblige o, senza menarla troppo, buona educazione.

“Possiamo offrirle qualcosa, signora?”

“Ho già cenato, solo due dita di vino, con un po’ d’acqua per favore.
E mi chiami pure Irene.
Sa cosa vuol dire Irene?”

“Si. Significa pace in greco.”

“Bravo! Ha fatto il classico?
Sa, anch’io ai miei tempi.
E visto che ho 88 anni, i miei tempi sono tanto tempo fa”

Eccola!
Adesso mi arriva la storia della sua vita, le cartelle mediche, i farmaci che deve prendere, le operazioni che ha fatto.
E invece, lentamente, Irene inizia a narrare di un mondo diverso.
Di studi, di università, di quando insegnava diritto, di viaggi.
Delle isole della Grecia, dove passava le estati quando era ragazza.
Che strano.
Quando viaggiamo abbiamo a volte la sensazione che quel posto sia nato con noi.
Che inizi ad esistere nel preciso momento in cui noi ci siamo arrivati.
Com’è difficile pensare che luoghi e scorci e viste e sapori e sensazioni esistessero già prima.
E com’è strano accettare che esisteranno anche dopo.
Dimentico la conversazione light.
Sono certo che riusciranno ad andare avanti benissimo anche senza il mio aiuto.
Irene assorbe il mio tempo e la mia attenzione.
Surreale, imprevedibile, incongruo incontro.
Racchiuso in una delle ultime gocce d’estate.
La osservo, ora.
Prima cercavo di farla essere una non presenza.
Di enucleare ed isolare il fastidio “dell’invasione”.
Ora no.
Ne osservo i tratti, l’abitino a fiori da anziana.
Anziana ma pur sempre donna.
E quando narra, quando ascolta, quando sorride, ho la certezza che chi mi parla sia la donna.
Quella tosta e determinata che si è laureata quando l’università era preclusa a molti maschi, figurarsi alle femmine.
Quella che ha mangiato il pesce arrostito su una brace di un’isola greca, quando io ero ancor meno che in mens dei.
Quella che in questa notte, con il respiro del mare oltre le case basse, evoca percorsi di vita.
Ad 88 anni la sua voce compone parole che disegnano progetti di nuovi sorrisi.
Parla e muove le mani.
L’artrosi le ha insultate.
Forse la cosa più triste dell’invecchiare è che contenitore e contenuto, corpo e cervello, non viaggiano alla stessa velocità.
Sarebbe tutto molto più facile.
Porta due soli anelli.
Antichi come lei.
Raffinati come lei.
Fuma come fumavano le signore di una volta.
Il gesto misurato.
Un randagio, habituè del ristorante, si avvicina.
E Irene con molta serenità prende un pezzo di pane e glielo allunga.
Poi, scoperta nella sua menzogna della paura dei cani, si volta verso di me e sorride.
E non posso fare a meno di ricambiare.


img377/1962/3999557lgxl2.jpg

La mia vicina di panca si volta e mi sussurra “Ma perché non la mandi a quel paese?”
La guardo, sorrido dolce.
“Perché è una Signora”.
Pausa.
“Lei”
Lo so, sono un grande stronzo a volte.
Beh, togliamo pure a volte.
La cena volge al termine.
Mi alzo per pagare.
Mentre attendo, uno dei ragazzi del ristorante mi racconta di Irene, dei suoi figli e nipoti.
Sempre raccontati ma mai visti.
Del suo aver scelto quella piazzetta e quel ristorantino come seconda casa, e quei ragazzi che servono ai tavoli come seconda famiglia.
A volta, la sera dopo la chiusura, la accompagnano verso casa.
Ritorno, è ancora lì. In silenzio.
La piazzetta si è quasi svuotata.
Ora il respiro del mare è più vicino.
Ci salutiamo.
Con garbo, cortesia, un pizzico di intimità, un sorso di complicità.
Sappiamo entrambi che non ci saranno altre volte.
Irene ha solo voluto incrociare il mio sentiero.
E ora riprende il suo.
Almeno quel che ne resta.
Buon viaggio giovane ed affascinante signora di 88 anni.
Buon viaggio Irene, qualunque sia la meta.


Soulbridge

by Soulbridge7 | commenti (20) | commenti (20)(popup)
Link | categoria:donne, incontri


Heracleum blog & web tools

Votami nella Heracleum Top Sites