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Sabato sera.
Ultime gocce d’estate, come quelle che cadono dalla caraffa del vino che sto versando.
Il mare è al di là delle case basse che cingono la piazzetta.
Non lo vedi.
Ma l’odore di salmastro si fa largo attraverso i tavoli e le panche e gli ombrelloni illuminati.
Un ristorantino all’aperto.
Come tanti.
Amici “light”, gente simpatica ma poco condivisa.
Conversazione idem.
Un po’ ascolto, un po’ rispondo.
Nel mentre penso ad altro.
Pilota automatico.
Ho occupato strategicamente un posto a fine panca.
Di quelli che ti permettono di alzarti senza infastidire gli altri.
Beh, a essere onesto, di quelli che ti permettono di esserci e non esserci senza sembrare scortese.
La vedo arrivare mentre fende i tavoli e le panche portandosi in braccio una sedia.
La sedia è di massello, lei non più.
Gracile, prosegue però determinata.
Non so perché ma ho la certezza di cosa accadrà.
A volte chiamiamo pessimismo la precognizione.
Oggesù non farlo per favore!. Non stasera.
Perfetto!
Accosta la sedia alla fine del tavolo.
Sorride
“Posso sedermi qui? Sa, di la ci sono i cani e mi fanno un po’ paura.”
Nel mentre si è ovviamente già seduta.
E con questo la serata è completamente andata.
Rimpiango già i discorsi light dai quali mi ero sfilato.
Essì. Proprio vero che esiste una cosa chiamata nemesi.
Ma esiste anche una cosa chiamata noblesse oblige o, senza menarla troppo, buona educazione.
“Possiamo offrirle qualcosa, signora?”
“Ho già cenato, solo due dita di vino, con un po’ d’acqua per favore.
E mi chiami pure Irene.
Sa cosa vuol dire Irene?”
“Si. Significa pace in greco.”
“Bravo! Ha fatto il classico?
Sa, anch’io ai miei tempi.
E visto che ho 88 anni, i miei tempi sono tanto tempo fa”
Eccola!
Adesso mi arriva la storia della sua vita, le cartelle mediche, i farmaci che deve prendere, le operazioni che ha fatto.
E invece, lentamente, Irene inizia a narrare di un mondo diverso.
Di studi, di università, di quando insegnava diritto, di viaggi.
Delle isole della Grecia, dove passava le estati quando era ragazza.
Che strano.
Quando viaggiamo abbiamo a volte la sensazione che quel posto sia nato con noi.
Che inizi ad esistere nel preciso momento in cui noi ci siamo arrivati.
Com’è difficile pensare che luoghi e scorci e viste e sapori e sensazioni esistessero già prima.
E com’è strano accettare che esisteranno anche dopo.
Dimentico la conversazione light.
Sono certo che riusciranno ad andare avanti benissimo anche senza il mio aiuto.
Irene assorbe il mio tempo e la mia attenzione.
Surreale, imprevedibile, incongruo incontro.
Racchiuso in una delle ultime gocce d’estate.
La osservo, ora.
Prima cercavo di farla essere una non presenza.
Di enucleare ed isolare il fastidio “dell’invasione”.
Ora no.
Ne osservo i tratti, l’abitino a fiori da anziana.
Anziana ma pur sempre donna.
E quando narra, quando ascolta, quando sorride, ho la certezza che chi mi parla sia la donna.
Quella tosta e determinata che si è laureata quando l’università era preclusa a molti maschi, figurarsi alle femmine.
Quella che ha mangiato il pesce arrostito su una brace di un’isola greca, quando io ero ancor meno che in mens dei.
Quella che in questa notte, con il respiro del mare oltre le case basse, evoca percorsi di vita.
Ad 88 anni la sua voce compone parole che disegnano progetti di nuovi sorrisi.
Parla e muove le mani.
L’artrosi le ha insultate.
Forse la cosa più triste dell’invecchiare è che contenitore e contenuto, corpo e cervello, non viaggiano alla stessa velocità.
Sarebbe tutto molto più facile.
Porta due soli anelli.
Antichi come lei.
Raffinati come lei.
Fuma come fumavano le signore di una volta.
Il gesto misurato.
Un randagio, habituè del ristorante, si avvicina.
E Irene con molta serenità prende un pezzo di pane e glielo allunga.
Poi, scoperta nella sua menzogna della paura dei cani, si volta verso di me e sorride.
E non posso fare a meno di ricambiare.
La mia vicina di panca si volta e mi sussurra “Ma perché non la mandi a quel paese?”
La guardo, sorrido dolce.
“Perché è una Signora”.
Pausa.
“Lei”
Lo so, sono un grande stronzo a volte.
Beh, togliamo pure a volte.
La cena volge al termine.
Mi alzo per pagare.
Mentre attendo, uno dei ragazzi del ristorante mi racconta di Irene, dei suoi figli e nipoti.
Sempre raccontati ma mai visti.
Del suo aver scelto quella piazzetta e quel ristorantino come seconda casa, e quei ragazzi che servono ai tavoli come seconda famiglia.
A volta, la sera dopo la chiusura, la accompagnano verso casa.
Ritorno, è ancora lì. In silenzio.
La piazzetta si è quasi svuotata.
Ora il respiro del mare è più vicino.
Ci salutiamo.
Con garbo, cortesia, un pizzico di intimità, un sorso di complicità.
Sappiamo entrambi che non ci saranno altre volte.
Irene ha solo voluto incrociare il mio sentiero.
E ora riprende il suo.
Almeno quel che ne resta.
Buon viaggio giovane ed affascinante signora di 88 anni.
Buon viaggio Irene, qualunque sia la meta.
Soulbridge
