Una volta era la Befana.
Prima che venisse colonizzata da Babbo Natale.
Sto diventando vecchio forse, ricordo nitidamente cose di troppi anni fa.
Avrò avuto sette, forse otto anni quella notte.
Una volta si cresceva più lentamente.
Gli strati, le ere della vita, avevamo tempo di sedimentare.
A letto presto, col sonno dell’avvento di mirabilie.
Quello di prima della gita.
Quello che disperatamente vuoi e infinitamente rifiuti.
Quello che non arriva mai.
Quello che quando arriva sembra ti abbia rubato un pezzetto di vita.
La sveglia all’alba.
L’agitazione.
L’attesa degli altri che non si svegliano.
Quasi lo facessero a dispetto.
La ricerca.
Ci credevo alla Befana.
Dispettosa nel nascondere i sogni nei posti meno probabili.
Come amano fare molte donne.
Me la ricordo bene, quella cucina.
Il lavatoio accanto all’acquaio.
Chiuso dall’asse di legno.
Il posto più logico.
Tana!
Trovati subito!
Pochissimi giochi, ma quanti libri.
Che meraviglia, che abbondanza di mondo, tutto da addentare.
Come le nuvole del mattino.
Tutto nuovo, appena nato.
Nato per me e per i miei sette anni.
“Essì, avrà spiato stanotte” mia madre a mio padre.
“Certo! C’ha messo 5 secondi a capire dove li avevamo nascosti” mio padre a mia madre.
Capii così.
E l’ingiustizia ancora un po’ duole.
A volte l’intelligenza, o l’intuizione o la conoscenza comunque, ti privano del sogno.
Della speranza forse.
Ma non è così che si cresce?
Non è così che si inizia a morire?
Negli anni ho smesso di fare regali.
Quasi una sottrazione zen.
Sempre meno.
Sempre più mirati.
Sempre più pensati.
E i regali, dal suono abbondante e superficiale, sono diventati doni.
Dal suono intimo, quasi elitario.
Faccio doni poveri.
Dono piccoli brandelli di me.
Straccetti di anima.
Sommessi cartocci di speranza.
Forse per riaccendere quella in parte spenta tanti anni fa.
Quando dovetti crescere.
Quanto la vita iniziò a raggiungermi.
Quest’anno ho donato fiammelle.
Piccole luci ad accompagnare cammini di travaglio.
Ad illuminare ipotesi di sorrisi.
Ad accendere piccoli angoli di nuvole.
Nicchie di luce.
Piccoli ceppi da ardere nel camino del futuro.
Se fossero regali sarebbero candele.
Ma sono doni.
E si chiamano anima.
E l’ultima sera, indulgerò al mio modo pagano di pregare.
Mentre gli altri scambieranno auguri a cui magari nemmeno anelano più, mi apparterò con il mio bicchiere di vino onesto.
Che lo champagne non mi appartiene.
Troppe bolle, troppa aria.
Come le troppe parole fatte d’aria che per tutto un anno pronunciamo.
Vino, si, rosso.
E nella mente, la luce di fiammelle che brillano in altri altrove.
Da un paio d’anni il posto è diventato quello.
Il cespuglio, rosso, che ho piantato sul sonno di Bud.
Un cancello, un varco, un appuntamento con chi si è avviato.
Quelli che mi hanno insegnato come si mordono le nuvole.
Un boccone di pane e sale scambiato con chi resta.
Quelli con quali vorrei dividere il pensiero che è possibile farlo.
Una piccola sala delle feste affollata delle poche presenze a cui devo l’epifania dell’amore e della conoscenza e della coscienza.
Vino, si, rosso.
Mezzo lo berrò.
Mezzo lo verserò.
Rosso su rosso.
E nel cadere il liquido catturerà piccole stille di luce.
Come minuscole fiaccole di legno di faggio.
Come piccoli doni.
Come speranze.
Come fiammelle.
Ad una fiammella sola però lascerò abbagliarmi gli occhi.
Iniziò a brillare un anno fa, sul predellino di un treno.
La storia narra che avesse pochissime speranze di non essere spenta da venti superiori ad ogni sua volontà.
Ma è una fiammella ostinata.
Ha saputo brillare nel vento.
Silenziosa, umile, accudente, sensibile, totale.
Chiede pochissimo ossigeno e a volte, per amore, per Dono, rinuncia anche a quello sino al limite dello spegnimento.
Ma è così che ha sconfitto il vento.
Bukovskij scrisse che il vento va e poi ritorna.
Ma non conosceva quella fiammella.
Fiammelle anche a voi, abitatori di questo piccolo scoglio di elettroni.
Evanescenti come i nick che vi proiettano, concreti come le parole che a volte donate.
Disperati e gaudenti.
Solitari e affratellanti.
Così contraddittori.
Così simili a me.
Soulbridge