La stanza era semplice. Comune ma con un vago tocco di casa.
Forse l’effetto era dovuto alla stoffa a quadri scozzesi, dai profondi verdi accoglienti, dai blu cupi e affettuosi, dai rossi sobri e carnali. Ricopriva il letto e faceva pendant con la copertura dell’unica poltrona presente.
Il resto dell’arredamento era di un luminoso legno chiaro, simile alla betulla.
In fondo una comune camera d’albergo come tante, ma con un piccolo tocco di cura e personalità, dovuto non all’estro del solito architetto d’interni, ma ad una stilla di sentimento gocciolata lì dalla proprietaria.
Un donnone incutente come un Golem ma affettuoso come una chioccia.
Esperta del mondo, li aveva identificati al primo sguardo.
Clandestini.
Sbarcati su quella costa dal gommone dei sentimenti. Anime in cerca di un’opportunità o almeno di un simulacro di essa.
L’accento di Giorgio, simile al suo, di terre greche, arabe, normanne, sveve, spagnole, aveva creato quella comunione che solo gli esuli conoscono. Un riconoscersi ovunque. Orgogliosi ambasciatori di sentimenti.
E Annunziata, proprio così, Annunziata li aveva adottati, entrambi.
Lui aveva preso il vezzo di chiamarla Nunziatina, affettuoso diminutivo del suo golfo al quale lei pensava di aver dovuto rinunciare per sempre.
E Nunziatina, minima nella sua giunonità ed enorme nella sua maternità chiocciava di piacere ogni volta che li vedeva varcare la soglia.
Quell’albergo era la loro casa. Clandestina, cospiratoria, calda. Fatta di fumo, nebbia, sostanza ectoplasmatica che leniva l’animo.
Quella stanza era l’altare del sacrificio, dove appena potevano, mentendo agli uomini e agli dei, tornavano per sacrificare, riconoscenti e affamati, alle divinità delle solitudini ritrovate.
Giorgio, seduto sulla poltrona scozzese, guardava la stanza.
E come ogni volta il cortometraggio dei suoi ultimi mesi scorreva liquido sulle sponde della sua memoria.
La prima volta che per caso erano capitati lì.
La prima volta con Caterina.
Mentre reverente, in quel pomeriggio di prima primavera, le toglieva, strato dopo strato, gli orpelli dei suoi “salti di qualità”.
E paravento dopo struttura, struttura dopo paravento, lei era scivolata fuori.
Giorgio aveva l’impressione di ricordare che la stanza si fosse come illuminata dalla luce che si rifrangeva ad ondate sul quel corpo dalla pelle chiara appena ambrata.
L’aveva guardata come colto dalla sindrome di Sthendal, quella sorta di catatonia mistica, di smarrimento dei sensi che coglie alcune anime sensibili di fronte alla perfezione.
Sentiva che la visione di tale bellezza lo avrebbe sprofondato in uno stato di blocco, di vincolo sacrale nei confronti di quello stupore della natura che gli si offriva.
Dicotomia tra la bella e la bestia.
Un piccolo particolare lo aveva salvato, riscuotendolo dall’inazione.
Un’ironica e stupita verifica nell’osservare quel capitello ionico di carne e muscoli.
Il suo sguardo era caduto sul minimo residuo di quel cespuglio di delizie che ha avuto, nei secoli, il potere di sfaldare e ricostruire sogni, fortune ed imperi.
Aveva sempre, per quello che può valere la parola, osservato il colore dei capelli di lei.
Un biondo così chiaro da virare quasi nel bianco.
E pur confrontandolo con le sopracciglia, la sola altra “peluria” visibile, non era mai riuscito a decidersi se quel colore fosse un altro degli abbondantissimi doni che lei aveva ricevuto dalla sua madre natura, o fosse il sapiente effetto di uno degli stylist che il soldo può.
Ora, osservando quell’evanescente alone bianco biondo, conobbe la risposta.
E chissà per quale alchimia, quella conoscenza negata ai più, ebbe il potere di scuoterlo dalla catatonia.
Non avrebbe dimenticato una scheggia, un dettaglio, un micron, di quella prima volta.
Ma quale stupida affermazione. Non avrebbe mai dimenticato una scheggia, un dettaglio, un micron di ogni volta.
Ogni sfumatura, ombra, svolazzo, particolare, erano incisi su di loro dallo scalpello della scoperta, della conoscenza,. Come novelle tavole della legge.
La svolta avvenne al loro terzo incontro.
Dopo essersi visti da lontano, avvicinati, esplorati, conosciuti, divorati, ancora bramavano di possesso.
Quella voglia di possesso che ti prende come una frenesia; che ti urla nelle orecchie: di più, di più, ancora”
Fu allora che Giorgio sfilò dai suoi pantaloni la lunga cintura di cuoio marrone e, nell’ansia di legarla alla sua anima ancora oltre, le strinse con quella i polsi.
Lei lo guardò fare e non si oppose, anzi sembrò divenire più morbida.
Complice la spalliera del letto, le legò le mani oltre la nuca.
Una legatura parziale, simbolica, che lei avrebbe potuto annullare con una semplice torsione dei polsi.
Ma non lo fece. Rimase lì immobile anche mentre lui recuperava da qualche parte il fuolard crema con il quale era giunta e lo usò per coprirle gli occhi.
E allora, come con poche funi, pesi e teli, la scena teatrale muta, così quella cintura e quel pezzo di stoffa, mutarono definitivamente la scena del loro bramarsi.
Era stata appassionata finora Caterina. Piena, completa, senza retrogusti.
Era stato attento, irruente, predatorio Giorgio. Senza remore.
Ma quei due piccoli oggetti segnarono il punto dell’evoluzione, come quando le scimmie di Kubricktoccano il nero monolite della conoscenza.
Niente fu più come prima.
Caterina non fu più il vento.
Non più solo quello.
Divenne il mare e la tempesta.
Non a caso agli uragani viene assegnato un nome femminile.
Giorgio non fu più la foglia ribelle che aveva ingannato e sconfitto il vento, ma si mutò nell’albatro dalle grandi ali.
Il viaggiatore nel vento.
Quella condizione di dominio, sottomissione, complicità, condivisione, pur apparentemente ribaltabile con estrema facilità, divenne il loro punto d’arrivo e di ripartenza.
Il vento soffiava sempre più potente, ma l’albatro lo cavalcava quasi senza sforzo, come se avesse dentro di se una conoscenza antica come le stagioni stesse.
Un piccolo mutare di assetto, un tocco delle remiganti, per librarsi, per usare il potere del vento.
Per portarla, sempre più vicina al piacere assoluto, negandoglielo ogni volta, per poi riproporglielo nuovo e potenziato dalla precedente negazione.
Lei stessa era la forza selvaggia che lui usava per planare in cerchi concentrici sempre più stretti.
Nessuno glielo aveva insegnato, ma sapeva. Per antica memoria e diritto elettivo.
E l’albatro volteggio a lungo, al limite della stessa resistenza delle ali che il vento, sempre più selvaggio, minacciava di strappare.
E mentre si abbassava nell’ultimo volo radente, più che vederlo lo sentì giungere da lontano.
Lo Tzunami.
La grande, travolgente, inarrestabile, onda di marea, che tutto spazza sul suo cammino, si profilò al loro orizzonte nascondendo tutto ciò che li circondava.
L’albatro planò sulla superficie dell’acqua, si congiunse al vento ed entrambi si lasciarono travolgere dalla schiuma e dai frangenti selvaggi.
Si ritrovarono alla fine come due pezzi di legno gettati sulla spiaggia. Immobili, immoti, increduli.
Quando lui al fine sciolse i nodi della cintura, le braccia di lei restarono nella stessa identica posizione, le mani aggrappate alla spalliera del letto.
Lui fece per sciogliere il nodo della benda e lei, senza muovere un muscolo del corpo mormorò: “No, per favore. No. Non ancora”.
La linea dello spartiacque era ormai stata identificata e superata. Con consapevolezza, con emozione, con complicità. Da entrambi.
E Giorgio iniziò a condurla su sentieri che conosceva, strade ombrose e nascoste sulle quali lei lo seguì con la naturalezza, l’intima confidenza, di un bambino che si tuffa nell’acqua di luglio.
Nacquero così i loro riti, i loro percorsi, le loro ricerche e sperimentazioni, uguali e diversissimi da tutti quelli che li avevano preceduti o li avrebbero seguiti su quello stesso sentiero.
Lui fu attento, sensibile, impositivo, dolcemente dispotico. La guidò a piccoli passi ed a grandi salti attraverso la conoscenza di se stessa, della sua natura silvana, insegnandole a coniugare i verbi di quella nuova lingua fatta di languido dolore e di torturante piacere.
E Caterina lo seguì come non avesse atteso altro da sempre.
Per la prima volta nella sua vita applicò la sua enorme capacità di autodisciplina al raggiungimento di un sogno, stavolta non di possesso ma di abbandono.
La lady non si smentì nella sua capacità di sgrossarsi, di trafilarsi, di evolversi con la capacità di un processo darwiniano, che lascia passare alla promessa del futuro solo i capaci di mutevolezza.
Imparò a conoscere e ad amare la musica. Quella che Giorgio preparava per lei per condurla in ogni “viaggio”.
Lui mescolava generi, ere, continenti, ritmi in un caleidoscopio di note che avrebbero segnato, di volta in volta il percorso di Caterina. Da Haidin ai Guns ‘nd Roses, passando da Conte alla musica Zulu.
E quel rosario musicale, ogni volta diverso, governava il procedere di lei attraverso l’orgogliosa affermazione della sua sottomissione.
Quando alla fine erano costretti a separarsi, lei portava via la loro musica, per riascoltare e riascoltare e riascoltare il suono delle emozioni che lui le aveva strappato.
Nacque, nella loro comunione di spiriti, uguale e diversissima, un nuovo strano rito. Quello dei miti greci.
Nessuno dei due ricordava come fosse scaturito, in quale occasione e perché.
Fatto sta che una volta, dopo i loro corpi e le loro anime avevano abbondantemente sacrificato a Venere ed al divino Marchese, lui le raccontò una favola.
Almeno quello che per lui era l’unica via per narrarne una.
Perché Giorgio odiava le favole tradizionali. I cappuccetti rossi, le biancaneve, le fiammiferaie.
Le trovava tristi, crudeli, ottuse, brutali. Scevre di poesia ma in compenso pervase da un bigotto perbenismo di maniera.
La sua vena anarchica, quel gene difettoso che permeava la sua gens, lo portava a rifiutarle, in nome di quel libero pensiero che lo rendeva ostico e diffidente anche nei confronti delle religioni tutte.
Giorgio era cresciuto a pane e Iliade, a mortadella e Odissea.
Aveva scoperto fin da bambino il mondo incantato dell’Olimpo greco, così umano nella sua divinità.
Le narrò di Tantalo e della sua ingordigia, di Ermes e delle sue astute ladronerie ai danni dei divini colleghi, di Ilio e di Circe. Ma quello che la commosse di più fu la storia di Narciso e di Eco.
A Caterina caddero lacrime di empatia ad ascoltare come la bella ninfa dei boschi si fosse consumata d’amore per l’onanistico Narciso, sino a divenire solo voce, voce pura, solo eco.
E Caterina, una scuola tirata via tanto per, scoprì un’altra, ulteriore, evolutiva strada.
Così, ogni volta, lei si rannicchiava contro di lui e, finalmente libera di essere la bambina negata, chiedeva una nuova favola.
A volte parlavano a lungo dei loro progetti di allegria.
Di cosa avrebbero fatto se fossero andati a vivere insieme.
Di che tipo di casa avrebbero scelto, di come l’avrebbero arredata, di cosa avrebbe fatto lei per guadagnare.
E Giorgio la prendeva in giro dicendo che, anche se aveva solo un diploma, su altre cose era laureata con il massimo dei voti, bacio accademico, master di specializzazione, e dottorato di ricerca.
Sembra idilliaco.
In parte lo era.
Ma non del tutto.
Il padrone delle ferriere non era certo scomparso in virtù di un loro incantesimo.
La sua presenza, fisicamente visibile tra loro due, incombeva nel loro quotidiano. Quante volte avevano dovuto rimandare un incontro. Quante volte c’erano stati lunghi black-out.
Giorgio non chiedeva mai dettagli. Già era in profonda difficoltà con se stesso, nell’essere costretto ad accettare quell’amore a corrente alternata, quel condominio di presenze, che sapeva inevitabile ma che trovava umiliante e di cattivo gusto.
Una volta Caterina, per fargli comprendere quanto fosse costante la sua presenza, gli aveva raccontato che durante uno dei rutilanti fine settimana alla “miodioquantosiamofichi” che il padrone delle ferriere tanto amava, lei aveva messo su la loro musica. E nel silenzio di cuoio e radica della Ferrari aveva rivissuto l’ultimo percorso, fino a quando lui non le aveva detto di spegnere quella lagna e di mettere su un po’ di “disco”.
Fu la volta in cui Giorgio la punì più duramente. Con foga e metodo.
Quando le lacrime di lei si furono asciugate, dolcemente la prese in braccio e, accarezzandola, le spiegò quanto lo avesse umiliato con quel sotterfugio.
Caterina comprese. E da quel giorno un velo di oblio scese sulla sua vita quotidiana con il padrone delle ferriere. Giorgio non chiedeva e lei non raccontava.
Una sorta di codice etico tra di loro, che teneva lontana quella fin troppo comune e volgare prouderie che spesso affligge le coppie clandestine, costringendole a raccontarsi i particolari della loro intimità ufficiale. Non seppe mai come e quando e quanto facesse all’amore con l’altro, ne tantomeno quale sotterfugio lei avesse ideato per occultare i segni che tanto orgogliosamente voleva portarsi via dopo ogni loro incontro.
E nel loro non scritto codice, un capitolo speciale lo avevano le telefonate.
Il cellulare era il lungo guinzaglio elettronico che il padrone delle ferriere ogni tanto tirava. Quando questo accadeva, Caterina si allontanava prima di iniziare a parlare. Al ritorno lui non chiedeva e lei non raccontava.
Solo che, ogni volta, dopo quella telefonata, diveniva ancora più dolce, quasi a voler chiedere scusa, a volersi far perdonare di quel dovere al quale non poteva sottrarsi.
Ma a parte questo, il sogno era ancora acceso come l’insegna accogliente di un bar di paese in una notte nebbiosa.
Le stagioni si erano susseguite, dal tiepido, al caldo, al tiepido, al freddo. E con il freddo lei stava per partire per il sole dell’ovvio atollo per ricchi.
Era l’ultima sera prima di un lungo periodo di silenzio, e l’avevano vissuta con languore e dolcezza nella loro camera-casa del loro albergo-tana, già baroccamente addobbato di ghirlande e festoni.
Giorgio sedeva in quella che ormai considerava la sua poltrona, indosso l’accappatoio che metteva dopo la doccia. Tutte le altre camere avevano solo dei teli di spugna, ma nella loro trovavano sempre due accappatoi di bucato. Coccole di Nunziatina.
Caterina era ancora a letto, in quel limbo di dormiveglia che spesso la prendeva quando sapeva che lui era lì ad osservarla. Diceva che la presenza di lui la faceva sentire protetta permettendole di potersi, una volta tanto, abbandonare.
Giorgio la chiamò e lei si riscosse subito.
Il tono che lui aveva usato non era quello del…dopo. Non era l’inflessione…alla pari che ormai lei sapeva ben riconoscere.
Si alzò dal letto nuda com’era. Dal comodino prese un nastro e legò i capelli dietro la nuca, perché sapeva che a lui piaceva così. Le diceva che, raccolti, le esaltavano la linea del collo.
Andò alla poltrona e si inginocchiò, incrociando i piedi sotto di se, appoggiandosi sullo sgabello naturale che i talloni formavano. La schiena dritta, mise le braccia in grembo e chinò il capo.
Tutto senza scosse, in un unico, composto, accurato, amorevole movimento.
Quante volte, da sola davanti al grande specchio della sua camera, aveva provato quello e gli altri gesti del loro linguaggio rituale, per raggiungere la perfezione che lui tanto amava accettare e che lei tanto amava donargli.
Giorgio la guardò con l’orgoglio del padre che vede per la prima volta il figlio radersi, usando i gesti che lui gli ha insegnato.
Dalle pieghe della poltrona estrasse un pacchetto. Sciolse il nastro di seta che lo teneva chiuso e aprì la piccola scatola, scoprendone il contenuto.
Un’unica goccia d’ambra, avvolta e sostenuta da una asimmetrica spirale d’oro.
Abbassò la scatola in modo che lei, ancora a capo chino potesse vedere cosa contenesse.
Caterina restò immobile, come sapeva di dover restare. Solo gli occhi spaziarono su quella goccia di luce dorata, simbolicamente avvinta da quel filo di metallo.
“Sai cos’è?” le chiese lui.
Immobile, lei sillabò solamente “Si”.
“Non sta a me apportelo al collo, ne abbiamo parlato a lungo”, disse lui. “Se deciderai di farlo, sarà una tua scelta. Lo comprendi questo, vero?”
“Si”
“Dunque sei libera di decidere. Se non senti che il momento sia giunto, non preoccupartene. Sii serena nella tua decisione. Io non me ne dispiacerò, capirò che abbiamo ancora strade da percorrere insieme.
Lo faremo lentamente fino a quando non ci troveremo davanti alla svolta conclusiva.
Ti è tutto chiaro, tesoro mio?”
Caterina non sollevò gli occhi da terra, e non profferì una sola parola.
Si allungò verso la scatola, prese la catena d’oro con entrambe le mani e fece qualcosa che lo lasciò attonito.
Impugnando la sottile catena d’oro con entrambe le mani, una per ogni capo, stese completamente le braccia in avanti e piegò il capo verso il grembo, al di sotto di quella linea ideale, formata dai suoi polsi e da quel baluginio d’oro .
Lei non poteva saperlo, e lui non gliene aveva mai parlato.
Ma quel gesto, in Oriente, proveniva dagli albori dell’uomo.
Nei ryu di kenjutsu, le scuole millenarie dove si apprende il Kendo, la nobile Via della Spada, accade che la sera, quando l’istruzione degli allievi è ormai terminata, il Maestro tenga lezione ai più meritevoli.
Ed allora, deposte le bokken, le micidiali spade di legno da allenamento, un piccolo gruppo selezionato si dispone intorno al tatami per assistere ad una privatissima rappresentazione di divina e mortale abilità.
E’ compito del discepolo più anziano e più vicino alla “Via”, prelevare e porgere al Sensei, al Maestro, la katana, la meravigliosa spada forgiata strato su strato su strato, con un lavoro che può tenere occupato un mastro armiere anche per due lunghi anni.
L’allievo, prelevata l’arma, si avvicina al tatami e, inginocchiandosi con un unico movimento di entrambe le gambe, solleva la spada oltre la sua testa reclinata, a rendere omaggio alla Via ed al Sensei che la incarna.
Ma tutto questo, Caterina, una scuola tirata via tanto per, non poteva saperlo.
E Giorgio, guardandola, immobile in quel gesto millenario, si chiese ancora e di nuovo, in quale altra vita erano mai stati accomunati.
Prese dalle sue mani i capi della catena e, aggirando i capelli di lei raccolti a coda, avvicinò gli estremi del gioiello.
La clip, nel chiudersi, emise un lievissimo scatto, quasi inudibile, ma che nelle loro anime esplose enorme, luminoso, totale, come il boato di Napoli nella notte di Capodanno.
Giorgio rivide Caterina solo due giorni dopo, mentre un solerte tassista aiutava lei ed il padrone delle ferriere a caricare nel bagagliaio le valigie per l’ovvio atollo.
Lui era un passo indietro rispetto alla finestra del suo ufficio, in modo da non essere visibile dalla strada.
Lei sollevò gli occhi verso l’alto e lui, anche se si era fermamente detto che non l’avrebbe fatto, si avanzò di un passo prima ancora di sapere perché e percome.
Il tassista aveva finito di caricare le valige, il padrone delle ferriere era già a bordo.
Lei si attardò un attimo, come per caso. Alzò gli occhi alle sue finestre. A causa del riflesso non poteva nemmeno sapere se lui era davvero lì ma, forse, non era del tutto importante o forse, sapeva.
Era di fine dicembre. E’ freddo il nord di dicembre.
Lei indossava un morbido cappotto color tortora, sicuramente cachemire. Sa va sans dir.
Sotto, solo una camicetta bianca, col collo rialzato e due bottoni generosamente slacciati.
Guardò le finestre buie, sorrise ma solo con gli occhi, toccò l’incavo della scollatura, dove una piccola goccia di resina, proveniente come lei dall’alba dell’uomo, baluginava serena.
Poi si voltò, salì sull’auto, e in un istante il vento passò.
Ma come scrive Bukovskij ”il vento va e poi ritorna”. E così anche il vento di Caterina tornò.
Dorato da soli di tropici alieni a più, e profumato di oceani ancestrali.
E ci furono altri giorni. Pieni, ricchi, dolorosi, emozionanti.
Il rumore della porta del bagno che si apriva lo riscosse dal fluire del quieto e al contempo tumultuoso torrente del già accaduto, per immergerlo nel fiume del presente
Caterina varcò la soglia abbigliata come lui amava. Uno stendardo di pelle e seta che garriva orgoglioso sui bastioni della bellezza.
Attraversò il poco spazio che li separava con il passo altero che faceva fremere fino allo spasimo le foglie che avevano le ventura di incrociarla sul loro cammino.
Si inginocchiò dinanzi alla poltrona e con sfida, dedizione, arroganza, umiltà, orgoglio di appartenenza, lo guardò negli occhi e gli tese la mano che reggeva il guinzaglio.
Lo squillo del cellulare li colse come una folata di spietato vento siberiano, gelando all’istante in piccoli aghi dolorosi le gocce di sudore del loro piacere.
Sapevano che prima o poi sarebbe accaduto, previsione probabilistica fin troppo facile. Ma in qualche modo avevano sempre coperto quella tensione sotto un velo di oblio. Ed ogni volta, quando stavano per separarsi, lui aveva rivolto un piccolo silenzioso pagano ringraziamento a quel totem elettronico che ancora una volta gli era stato complice.
Ma stavolta non era così. Al primo squillo ne seguì un secondo.
Giorgio non poteva vedere gli occhi di Caterina nascosti dietro la cortina di seta nera annodata alla nuca.
Poteva invece vederne il corpo dove le corde frementi come tendini, si mescolavano ai muscoli di lei tesi come corde, nelle plastiche posizioni dei loro riti di piacere.
Non ci sarebbe stato tempo per sciogliere quei nodi, per liberarla da quei vincoli simbolici che lei amava così tanto indossare.
In quel momento lui era l’arbitro unico dell’immediato futuro di lei. Avrebbe potuto lasciar squillare nel nulla quel guinzaglio elettronico, senza che lei potesse in nessun modo intervenire.
Giorgio non poteva vedere i suoi occhi, ma lei pronunciò solo due parole, una preghiera talmente accorata da precludergli ogni altra ipotesi solutiva.
Il volto fisso verso dove credeva che lui fosse, gli occhi invisibili, il corpo immobile nell’abbraccio delle funi, Caterina disse solo: “Ti prego”.
Al terzo squillo lui sollevò l’oggetto dal comodino, lo appoggiò all’orecchio di lei e, improvvisamente immerso in un sogno kafkiano, premette il tasto verde.
Se avesse chiuso gli occhi o se fosse stato all’altro capo di quel cordone elettronico, avrebbe potuto immaginarla seduta tranquillamente al tavolino del bar sotto casa, mentre distaccata sorseggiava l’aperitivo del tardo pomeriggio. Le gambe compostamente accavallate, la mano libera a giocherellare con l’accendino d’oro o con il portasigarette prezioso.
Ed invece, come due universi paralleli che improvvisamente entrano in incongruo contatto, lei era lì, in quel letto. E le gambe non erano certamente compostamente accavallate e le mani non potevano in nessun modo giocherellare con null’altro tranne che i nodi.
Assistette come stordito a quella impressionante rappresentazione teatrale che avrebbe mandato in visibilio pubblico e critica, se mai costoro avessero potuto esserne spettatori.
La voce di lei, le sue parole narravano di leggera noia, di piccole cose, di commenti a fatti banali e accadimenti del quotidiano, con scioltezza e levità.
E mentre lei parlava lui comprese.
Comprese che i loro progetti di allegria erano dolci e leggeri come un seducente profumo di donna che senti entrando in un ascensore. Un profumo che narra una storia, che evoca emozioni e fantasie e promesse e passioni.
Ma è solo un profumo. L’etereo simulacro di una donna che non c’è, perché l’ascensore è vuoto e lei è già andata via.
Comprese che non c’era stato inganno nelle promesse di lei. C’era forse stata la speranza di un affrancamento dalla sua stessa natura. Il sogno di gettare da un ponte i suoi “salti di qualità” per iniziare a riscrivere con lui parole sulla sabbia.
Comprese anche, anzi no, vide lucidamente, l’ipotesi del loro futuro.
Quando la passione si fosse immersa nella quotidianità, che al di là di ogni sforzo erode implacabile i sogni degli amanti.
Ed allora viene il tempo dei bilanci, veri o presunti. Delle stadére sui cui piatti si pongono il presente vissuto e le ipotesi di presenti che sarebbero potuti essere.
E questi ultimi, forti della loro immaterialità, sono sempre, implacabilmente, crudelmente, più pesanti.
Comprese che era più nobile racchiudere un sogno, come la foto di una festa che fissa immota nel tempo l’attimo della gioia, piuttosto che riprendere il film della morte di un amore.
“Ciao allora” disse lei e lui per un istante credette di aver parlato a voce alta.
Era invece la fine della telefonata. Forse sarebbe meglio dire la fine e basta.
Premette il tasto rosso e appoggiò delicatamente il telefono sul comodino.
Nessuno parlava perché non c’erano parole.
Lentamente, come nascessero dalla benda stessa, esili rivoli iniziarono la loro discesa sul viso di lei, unica cosa in movimento in quella stanza dove il tempo si era immobilizzato.
La voce di Caterina ruppe il silenzio dopo un tempo che non avrebbero saputo misurare, scandito solo dal rinnovarsi di quel rivolo di lacrime.
Se esiste la voce del dolore, in quel momento apparteneva a Caterina.
La testa piegata di lato, il corpo scosso dalla marea delle sue stesse lacrime disse “Ti prego puniscimi, fammi male, perché io sono solo una grandissima puttana”.
E mentre lei ripeteva una affranta litania di sommessi “ti prego”, Giorgio non la punì.
Non si può punire lo scorpione quando ti punge perché pungere è nella sua natura, al punto che a volte punge a morte anche se stesso.
Lentamente, dolcemente, sciolse ad uno ad uno i nodi della loro complicità, fino a liberarla del tutto.
Solo la benda restò al suo posto.
L’aveva amata molto, ancora l’amava e sapeva che l’avrebbe amata nell’oltre.
E quell’amore gli imponeva di donarle un momento di rispetto, lasciando quel velo nero a proteggerla dalla vergogna di incontrare i suoi occhi.
La sollevò, se la appoggiò al petto e la accarezzò a lungo ascoltando il suono dei singhiozzi che pian piano si affievolivano. La accarezzava in silenzio, seguendo con la mano quei percorsi che tanto bene conosceva, quegli anfratti e sentieri dei quali aveva imparato a riconoscere ogni svolta ed oasi ombrosa.
La accarezzò a lungo e lentamente come chi tocca gli oggetti della casa natale prima di partire per il lungo viaggio della vita, cercando di imprimersi nella memoria la loro disposizione, forma, colore, emozione.
La accarezzò a lungo e lentamente perché sapeva che era l’ultima volta.
E fu grato a quel velo nero sugli occhi di lei perché le impedì di scorgere le sue due lacrime silenziose.
Epilogo
Quando, al primo squillo, sollevò la cornetta del telefono, come sua abitudine pronunciò nome e cognome.
Non amava dire “pronto”. Chissà perché lo trovava riduttivo ed un po’ maleducato. Preferiva presentarsi subito in quel modo.
“Ciao”. La voce dall’altro capo del filo lo ripiombò in memorie passate, come un salto nella curvatura dello spazio tempo che Einstain aveva teorizzato.
“Come stai?”
“Bene. E tu?”
Banalità. Ruggine che gocciolava sul filo. Troppo c’era stato per affidarlo alle sole parole.
Un anno e mezzo da quell’ultima sera nella camera-casa dell’albergo-tana.
Era stata dura, troppo.
Lei lo aveva cercato e lui in cambio le aveva scritto la Lettera.
L’unico modo che avesse per parlarle, spiegarle, motivarle e trasfonderle con almeno un minimo di ordine quello che gli aveva attraversato la mente negli ultimi momenti insieme.
L’unico modo al riparo da quegli occhi, che contro ogni logica e raziocinio, lo avrebbero riprecipitato sulla strada del non luogo. Quella che li avrebbe perduti entrambi.
Poi le cose avevano subito un’improvvisa accelerazione.
Il padrone delle ferriere aveva fatto la sua mossa. Quella finale, conclusiva.
Offerta di matrimonio. Come al solito all inclusive, come dicono a Roma “tutto il cucuzzaro”.
L’ultimo salto di Caterina, quello definitivo.
A quel primo macigno che si era staccato dalla montagna ne era susseguiti altri, in una subitanea valanga che aveva spazzato via gli ultimi detriti tangibili della loro storia. Perché quelli intangibili non avrebbe potuto trascinarli via nessuna potenza, degli uomini o della natura.
Si erano trasferiti in centro, ovviamente.
In una casa importante, più adatta ad una coppia definitiva, ovviamente.
Lei era rimasta incinta, ovviamente.
Tutto questo Giorgio l’aveva saputo da Flavia, l’amica complice di Caterina.
Quella che tante volte era stata il paravento dietro al quale lei nascondeva i suoi attimi rubati.
Lui che aveva rigorosamente smesso di frequentare quelli che con triste ironia chiamava i “loro luoghi comuni”, aveva preso a trovarsi con Flavia. L’unica alla quale, senza nascondersi dietro falsi pudori, poteva chiedere briciole di conoscenza.
Gli erano rimaste, oltre al sacchetto dei ricordi legato sull’anima, Flavia e Nunziatina.
Nunziatina che dopo un po’ che non li vedeva più arrivare, gli aveva telefonato, preoccupata che potesse stare male. Ma lei poverina, immaginava un male del corpo, non dell’esistere.
E quando aveva compreso che il gommone dei clandestini era affondato nelle brume del canale, aveva adottato uno dei sopravvissuti.
Flavia era stata un’altra storia.
Giorgio aveva scoperto, poco a poco, che lei conosceva molto più di quanto lui immaginasse.
Bocconi di frasi, spizzichi di note a margine, gli avevano fatto capire che Caterina le si era confidata circa la profondità e la natura di quanto li legava.
E nel suo modo saltellante e smozzicato, incontro dopo incontro Flavia gli aveva fatto capire che forse, magari, chissà, avrebbe volentieri preso il testimone lasciato dalla sua amica.
Ma quando hai bevuto la migliore delle miscele arabiche, non sai più, non puoi più, non vuoi più accontentarti del surrogato di orzo.
E così Flavia, tranne qualche tenero interludio, era restata la quinta colonna che lo teneva informato degli accadimenti.
Ed ora quella voce.
“Come va il lavoro? Sei sempre sotto stress?”
“Lo sai, alti e bassi”
Frasi così. Come gli indiani che nei western, girano in carosello intorno ai carri dei coloni, urlando tanto e stringendo poco.
Poi, all’improvviso, l’urgenza nella voce. Il basta puttanate. Anche per me grazie.
“Ho fatto il tuo numero un sacco di volte. Poi al secondo squillo buttavo giù”
“Anch’io”
“Stavolta mi hai fregata. Hai risposto al primo”
“Sono contento”
“Anch’io. Chissà quando avrei trovato il coraggio di rifare il numero”
“Hai bisogno di molto coraggio?”
“Si”
“E’ bello saperlo”
“E’ bello dirtelo”
“Sei serena?”
“Forse si. Mi tengo impegnata, così penso il giusto”
“So che hai molto da fare ultimamente”
“Flavia, vero?”
“Si”
“Da quanto non la senti?”
“Un paio di mesi”
“Da quando ho avuto la bambina?”
“Si, più o meno”.
“Lo sapevi che era una femmina?”
“Si, me lo ha detto Flavia. Dopo che ti ha accompagnata a fare l’ecografia. Sta bene?”
“Si. Bianca e rossa come una melina. Quando si attacca alle tette, sembra sempre che me le porti via a morsi”
“Somiglia a te allora”
“Sei sempre lo stesso scemo”
“Spero proprio di si. Mi spiacerebbe deluderti”
“Non lo hai mai fatto. Mi sembrerebbe strano che iniziassi ora”
“Una volta l’ho fatto. Forse. Ma questo sta a te giudicarlo”
“Se l’hai fatto, allora ero distratta”
“Allora ho avuto culo. Almeno una volta nella vita”
“Devo andare, Giorgio. La bambina piange”
“Certo, tesoro. Vai. Magari ci si sente con più calma”
“Si, certo”
“Allora un bacio, Caterina”
“Anche a te…….. amore mio……… Arrivo Giorgia, arrivo. Mamma è qui. ………………………Ciao”
Click
Ed il vento passò. Per non tornare mai più.