Soulbridge

giovedì, 30 novembre 2006,21:44

Jarek Kubicki, "Textile no7"

by sylvie75 | commenti (4) | commenti (4)(popup)
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giovedì, 30 novembre 2006,11:37
Questo spazio è un Dono che ho ricevuto.
Anzi, parte di esso.
Dono.
Strana parola.
Rivestibile di mille accezioni.
In questo caso, null’altro che l’assoluto: il Dono di se.
L’abbandono di una mente ad un’altra, ben prima che il corpo segua.
Non casuale, non banale, non immotivato, non privo di senso critico.
 
Molti hanno parlato, parlano e altri, ancora di più, parleranno di BDSM.
Moltissimi parleranno, alcuni assaporeranno solo le emozioni basiche, pochi vivranno pienamente.
E questi ultimi in genere, saranno più sobri e silenti dei primi.
Ognuno con le propri visioni.
Ognuno legato ai propri distinguo.
Ognuno pervaso del proprio vissuto e del proprio agognato.
Ognuno, a suo modo, nel giusto.
 
Non giudicare, tollerare, rispettare, rappresentano la prima regola per chi, molto spesso viene giudicato, non tollerato, non rispettato.
La Grande Trappola nella quale, a volte, sarebbe così dolce cadere.
Quando riesce così difficile comprendere e far comprendere, al di la dei luoghi comuni.
 
Questo blog non è un diario, un percorso a senso unico.
Mai tenuto uno in vita mia.
Anzi no. Una volta da ragazzino provai, ma mi sorpresi a raccontare bugie a me stesso.
Come se non bastassero quelle che ti raccontano gli altri.
E così smisi.
 
Lo immagino invece come un dove aperto a chi sa donare parole non urlate.
Un luogo dove ospitare le mie e le altrui emozioni, trattandole come ospiti di riguardo.
Dure o morbide, condivisibili o meno non importa, ma mai gridate per sovrastare le grida di altri.
Un posto lontano dalle chat fracassone, dai siti da…rimorchio, dalle “sessioni” occasionali.
Pentoloni pieni di corpi, dove nessuno cerca nessuno ma solo qualcosa.
 
Per ora è solo una stanza dalle pareti imbiancate di fresco.
Tracce di vernice sui pavimenti e qualche cassetta di legno per sedersi.
Col tempo, forse, avremo qualche comodità in più.
Ma non è così importante.
Basta non manchi mai un bicchiere di vino da dividere.
Come sorsi di anima.
 
Soulbridge
by Soulbridge7 | commenti (6) | commenti (6)(popup)
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mercoledì, 29 novembre 2006,21:45

by sylvie75 | commenti | commenti (popup)
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mercoledì, 29 novembre 2006,15:35
 
La stanza era semplice. Comune ma con un vago tocco di casa.
Forse l’effetto era dovuto alla stoffa a quadri scozzesi, dai profondi verdi accoglienti, dai blu cupi e affettuosi, dai rossi sobri e carnali. Ricopriva il letto e faceva pendant con la copertura dell’unica poltrona presente.
Il resto dell’arredamento era di un luminoso legno chiaro, simile alla betulla.
In fondo una comune camera d’albergo come tante, ma con un piccolo tocco di cura e personalità, dovuto non all’estro del solito architetto d’interni, ma ad una stilla di sentimento gocciolata lì dalla proprietaria.
Un donnone incutente come un Golem ma affettuoso come una chioccia.
Esperta del mondo, li aveva identificati al primo sguardo.
Clandestini.
Sbarcati su quella costa dal gommone dei sentimenti. Anime in cerca di un’opportunità o almeno di un simulacro di essa.
L’accento di Giorgio, simile al suo, di terre greche, arabe, normanne, sveve, spagnole, aveva creato quella comunione che solo gli esuli conoscono. Un riconoscersi ovunque. Orgogliosi ambasciatori di sentimenti.
E Annunziata, proprio così, Annunziata li aveva adottati, entrambi.
Lui aveva preso il vezzo di chiamarla Nunziatina, affettuoso diminutivo del suo golfo al quale lei pensava di aver dovuto rinunciare per sempre.
E Nunziatina, minima nella sua giunonità ed enorme nella sua maternità chiocciava di piacere ogni volta che li vedeva varcare la soglia.
Quell’albergo era la loro casa. Clandestina, cospiratoria, calda. Fatta di fumo, nebbia, sostanza ectoplasmatica che leniva l’animo.
Quella stanza era l’altare del sacrificio, dove appena potevano, mentendo agli uomini e agli dei, tornavano per sacrificare, riconoscenti e affamati, alle divinità delle solitudini ritrovate.
Giorgio, seduto sulla poltrona scozzese, guardava la stanza.
E come ogni volta il cortometraggio dei suoi ultimi mesi scorreva liquido sulle sponde della sua memoria.
La prima volta che per caso erano capitati lì.
La prima volta con Caterina.
Mentre reverente, in quel pomeriggio di prima primavera, le toglieva, strato dopo strato, gli orpelli dei suoi “salti di qualità”.
E paravento dopo struttura, struttura dopo paravento, lei era scivolata fuori.
Giorgio aveva l’impressione di ricordare che la stanza si fosse come illuminata dalla luce che si rifrangeva ad ondate sul quel corpo dalla pelle chiara appena ambrata.
L’aveva guardata come colto dalla sindrome di Sthendal, quella sorta di catatonia mistica, di smarrimento dei sensi che coglie alcune anime sensibili di fronte alla perfezione.
Sentiva che la visione di tale bellezza lo avrebbe sprofondato in uno stato di blocco, di vincolo sacrale nei confronti di quello stupore della natura che gli si offriva.
Dicotomia tra la bella e la bestia.
Un piccolo particolare lo aveva salvato, riscuotendolo dall’inazione.
Un’ironica e stupita verifica nell’osservare quel capitello ionico di carne e muscoli.
Il suo sguardo era caduto sul minimo residuo di quel cespuglio di delizie che ha avuto, nei secoli, il potere di sfaldare e ricostruire sogni, fortune ed imperi.
Aveva sempre, per quello che può valere la parola, osservato il colore dei capelli di lei.
Un biondo così chiaro da virare quasi nel bianco.
E pur confrontandolo con le sopracciglia, la sola altra “peluria” visibile, non era mai riuscito a decidersi se quel colore fosse un altro degli abbondantissimi doni che lei aveva ricevuto dalla sua madre natura, o fosse il sapiente effetto di uno degli stylist che il soldo può.
Ora, osservando quell’evanescente alone bianco biondo, conobbe la risposta.
E chissà per quale alchimia, quella conoscenza negata ai più, ebbe il potere di scuoterlo dalla catatonia.
Non avrebbe dimenticato una scheggia, un dettaglio, un micron, di quella prima volta.
Ma quale stupida affermazione. Non avrebbe mai dimenticato una scheggia, un dettaglio, un micron di ogni volta.
Ogni sfumatura, ombra, svolazzo, particolare, erano incisi su di loro dallo scalpello della scoperta, della conoscenza,. Come novelle tavole della legge.
La svolta avvenne al loro terzo incontro.
Dopo essersi visti da lontano, avvicinati, esplorati, conosciuti, divorati, ancora bramavano di possesso.
Quella voglia di possesso che ti prende come una frenesia; che ti urla nelle orecchie: di più, di più, ancora”
Fu allora che Giorgio sfilò dai suoi pantaloni la lunga cintura di cuoio marrone e, nell’ansia di legarla alla sua anima ancora oltre, le strinse con quella i polsi.
Lei lo guardò fare e non si oppose, anzi sembrò divenire più morbida.
Complice la spalliera del letto, le legò le mani oltre la nuca.
Una legatura parziale, simbolica, che lei avrebbe potuto annullare con una semplice torsione dei polsi.
Ma non lo fece. Rimase lì immobile anche mentre lui recuperava da qualche parte il fuolard crema con il quale era giunta e lo usò per coprirle gli occhi.
E allora, come con poche funi, pesi e teli, la scena teatrale muta, così quella cintura e quel pezzo di stoffa, mutarono definitivamente la scena del loro bramarsi.
Era stata appassionata finora Caterina. Piena, completa, senza retrogusti.
Era stato attento, irruente, predatorio Giorgio. Senza remore.
Ma quei due piccoli oggetti segnarono il punto dell’evoluzione, come quando le scimmie di Kubricktoccano il nero monolite della conoscenza.
Niente fu più come prima.
Caterina non fu più il vento.
Non più solo quello.
Divenne il mare e la tempesta.
Non a caso agli uragani viene assegnato un nome femminile.
Giorgio non fu più la foglia ribelle che aveva ingannato e sconfitto il vento, ma si mutò nell’albatro dalle grandi ali.
Il viaggiatore nel vento.
Quella condizione di dominio, sottomissione, complicità, condivisione, pur apparentemente ribaltabile con estrema facilità, divenne il loro punto d’arrivo e di ripartenza.
Il vento soffiava sempre più potente, ma l’albatro lo cavalcava quasi senza sforzo, come se avesse dentro di se una conoscenza antica come le stagioni stesse.
Un piccolo mutare di assetto, un tocco delle remiganti, per librarsi, per usare il potere del vento.
Per portarla, sempre più vicina al piacere assoluto, negandoglielo ogni volta, per poi riproporglielo nuovo e potenziato dalla precedente negazione.
Lei stessa era la forza selvaggia che lui usava per planare in cerchi concentrici sempre più stretti.
Nessuno glielo aveva insegnato, ma sapeva. Per antica memoria e diritto elettivo.
E l’albatro volteggio a lungo, al limite della stessa resistenza delle ali che il vento, sempre più selvaggio, minacciava di strappare.
E mentre si abbassava nell’ultimo volo radente, più che vederlo lo sentì giungere da lontano.
Lo Tzunami.
La grande, travolgente, inarrestabile, onda di marea, che tutto spazza sul suo cammino, si profilò al loro orizzonte nascondendo tutto ciò che li circondava.
L’albatro planò sulla superficie dell’acqua, si congiunse al vento ed entrambi si lasciarono travolgere dalla schiuma e dai frangenti selvaggi.
Si ritrovarono alla fine come due pezzi di legno gettati sulla spiaggia. Immobili, immoti, increduli.
Quando lui al fine sciolse i nodi della cintura, le braccia di lei restarono nella stessa identica posizione, le mani aggrappate alla spalliera del letto.
Lui fece per sciogliere il nodo della benda e lei, senza muovere un muscolo del corpo mormorò: “No, per favore. No. Non ancora”.
La linea dello spartiacque era ormai stata identificata e superata. Con consapevolezza, con emozione, con complicità. Da entrambi.
E Giorgio iniziò a condurla su sentieri che conosceva, strade ombrose e nascoste sulle quali lei lo seguì con la naturalezza, l’intima confidenza, di un bambino che si tuffa nell’acqua di luglio.
Nacquero così i loro riti, i loro percorsi, le loro ricerche e sperimentazioni, uguali e diversissimi da tutti quelli che li avevano preceduti o li avrebbero seguiti su quello stesso sentiero.
Lui fu attento, sensibile, impositivo, dolcemente dispotico. La guidò a piccoli passi ed a grandi salti attraverso la conoscenza di se stessa, della sua natura silvana, insegnandole a coniugare i verbi di quella nuova lingua fatta di languido dolore e di torturante piacere.
E Caterina lo seguì come non avesse atteso altro da sempre.
Per la prima volta nella sua vita applicò la sua enorme capacità di autodisciplina al raggiungimento di un sogno, stavolta non di possesso ma di abbandono.
La lady non si smentì nella sua capacità di sgrossarsi, di trafilarsi, di evolversi con la capacità di un processo darwiniano, che lascia passare alla promessa del futuro solo i capaci di mutevolezza.
Imparò a conoscere e ad amare la musica. Quella che Giorgio preparava per lei per condurla in ogni “viaggio”.
Lui mescolava generi, ere, continenti, ritmi in un caleidoscopio di note che avrebbero segnato, di volta in volta il percorso di Caterina. Da Haidin ai Guns ‘nd Roses, passando da Conte alla musica Zulu.
E quel rosario musicale, ogni volta diverso, governava il procedere di lei attraverso l’orgogliosa affermazione della sua sottomissione.
Quando alla fine erano costretti a separarsi, lei portava via la loro musica, per riascoltare e riascoltare e riascoltare il suono delle emozioni che lui le aveva strappato.
Nacque, nella loro comunione di spiriti, uguale e diversissima, un nuovo strano rito. Quello dei miti greci.
Nessuno dei due ricordava come fosse scaturito, in quale occasione e perché.
Fatto sta che una volta, dopo i loro corpi e le loro anime avevano abbondantemente sacrificato a Venere ed al divino Marchese, lui le raccontò una favola.
Almeno quello che per lui era l’unica via per narrarne una.
Perché Giorgio odiava le favole tradizionali. I cappuccetti rossi, le biancaneve, le fiammiferaie.
Le trovava tristi, crudeli, ottuse, brutali. Scevre di poesia ma in compenso pervase da un bigotto perbenismo di maniera.
La sua vena anarchica, quel gene difettoso che permeava la sua gens, lo portava a rifiutarle, in nome di quel libero pensiero che lo rendeva ostico e diffidente anche nei confronti delle religioni tutte.
Giorgio era cresciuto a pane e Iliade, a mortadella e Odissea.
Aveva scoperto fin da bambino il mondo incantato dell’Olimpo greco, così umano nella sua divinità.
Le narrò di Tantalo e della sua ingordigia, di Ermes e delle sue astute ladronerie ai danni dei divini colleghi, di Ilio e di Circe. Ma quello che la commosse di più fu la storia di Narciso e di Eco.
A Caterina caddero lacrime di empatia ad ascoltare come la bella ninfa dei boschi si fosse consumata d’amore per l’onanistico Narciso, sino a divenire solo voce, voce pura, solo eco.
E Caterina, una scuola tirata via tanto per, scoprì un’altra, ulteriore, evolutiva strada.
Così, ogni volta, lei si rannicchiava contro di lui e, finalmente libera di essere la bambina negata, chiedeva una nuova favola.
A volte parlavano a lungo dei loro progetti di allegria.
Di cosa avrebbero fatto se fossero andati a vivere insieme.
Di che tipo di casa avrebbero scelto, di come l’avrebbero arredata, di cosa avrebbe fatto lei per guadagnare.
E Giorgio la prendeva in giro dicendo che, anche se aveva solo un diploma, su altre cose era laureata con il massimo dei voti, bacio accademico, master di specializzazione, e dottorato di ricerca.
Sembra idilliaco.
In parte lo era.
Ma non del tutto.
Il padrone delle ferriere non era certo scomparso in virtù di un loro incantesimo.
La sua presenza, fisicamente visibile tra loro due, incombeva nel loro quotidiano. Quante volte avevano dovuto rimandare un incontro. Quante volte c’erano stati lunghi black-out.
Giorgio non chiedeva mai dettagli. Già era in profonda difficoltà con se stesso, nell’essere costretto ad accettare quell’amore a corrente alternata, quel condominio di presenze, che sapeva inevitabile ma che trovava umiliante e di cattivo gusto.
Una volta Caterina, per fargli comprendere quanto fosse costante la sua presenza, gli aveva raccontato che durante uno dei rutilanti fine settimana alla “miodioquantosiamofichi” che il padrone delle ferriere tanto amava, lei aveva messo su la loro musica. E nel silenzio di cuoio e radica della Ferrari aveva rivissuto l’ultimo percorso, fino a quando lui non le aveva detto di spegnere quella lagna e di mettere su un po’ di “disco”.
Fu la volta in cui Giorgio la punì più duramente. Con foga e metodo.
Quando le lacrime di lei si furono asciugate, dolcemente la prese in braccio e, accarezzandola, le spiegò quanto lo avesse umiliato con quel sotterfugio.
Caterina comprese. E da quel giorno un velo di oblio scese sulla sua vita quotidiana con il padrone delle ferriere. Giorgio non chiedeva e lei non raccontava.
Una sorta di codice etico tra di loro, che teneva lontana quella fin troppo comune e volgare prouderie che spesso affligge le coppie clandestine, costringendole a raccontarsi i particolari della loro intimità ufficiale. Non seppe mai come e quando e quanto facesse all’amore con l’altro, ne tantomeno quale sotterfugio lei avesse ideato per occultare i segni che tanto orgogliosamente voleva portarsi via dopo ogni loro incontro.
E nel loro non scritto codice, un capitolo speciale lo avevano le telefonate.
Il cellulare era il lungo guinzaglio elettronico che il padrone delle ferriere ogni tanto tirava. Quando questo accadeva, Caterina si allontanava prima di iniziare a parlare. Al ritorno lui non chiedeva e lei non raccontava.
Solo che, ogni volta, dopo quella telefonata, diveniva ancora più dolce, quasi a voler chiedere scusa, a volersi far perdonare di quel dovere al quale non poteva sottrarsi.
Ma a parte questo, il sogno era ancora acceso come l’insegna accogliente di un bar di paese in una notte nebbiosa.
Le stagioni si erano susseguite, dal tiepido, al caldo, al tiepido, al freddo. E con il freddo lei stava per partire per il sole dell’ovvio atollo per ricchi.
Era l’ultima sera prima di un lungo periodo di silenzio, e l’avevano vissuta con languore e dolcezza nella loro camera-casa del loro albergo-tana, già baroccamente addobbato di ghirlande e festoni.
Giorgio sedeva in quella che ormai considerava la sua poltrona, indosso l’accappatoio che metteva dopo la doccia. Tutte le altre camere avevano solo dei teli di spugna, ma nella loro trovavano sempre due accappatoi di bucato. Coccole di Nunziatina.
Caterina era ancora a letto, in quel limbo di dormiveglia che spesso la prendeva quando sapeva che lui era lì ad osservarla. Diceva che la presenza di lui la faceva sentire protetta permettendole di potersi, una volta tanto, abbandonare.
Giorgio la chiamò e lei si riscosse subito.
Il tono che lui aveva usato non era quello del…dopo. Non era l’inflessione…alla pari che ormai lei sapeva ben riconoscere.
Si alzò dal letto nuda com’era. Dal comodino prese un nastro e legò i capelli dietro la nuca, perché sapeva che a lui piaceva così. Le diceva che, raccolti, le esaltavano la linea del collo.
Andò alla poltrona e si inginocchiò, incrociando i piedi sotto di se, appoggiandosi sullo sgabello naturale che i talloni formavano. La schiena dritta, mise le braccia in grembo e chinò il capo.
Tutto senza scosse, in un unico, composto, accurato, amorevole movimento.
Quante volte, da sola davanti al grande specchio della sua camera, aveva provato quello e gli altri gesti del loro linguaggio rituale, per raggiungere la perfezione che lui tanto amava accettare e che lei tanto amava donargli.
Giorgio la guardò con l’orgoglio del padre che vede per la prima volta il figlio radersi, usando i gesti che lui gli ha insegnato.
Dalle pieghe della poltrona estrasse un pacchetto. Sciolse il nastro di seta che lo teneva chiuso e aprì la piccola scatola, scoprendone il contenuto.
Un’unica goccia d’ambra, avvolta e sostenuta da una asimmetrica spirale d’oro.
Abbassò la scatola in modo che lei, ancora a capo chino potesse vedere cosa contenesse.
Caterina restò immobile, come sapeva di dover restare. Solo gli occhi spaziarono su quella goccia di luce dorata, simbolicamente avvinta da quel filo di metallo.
“Sai cos’è?” le chiese lui.
Immobile, lei sillabò solamente “Si”.
“Non sta a me apportelo al collo, ne abbiamo parlato a lungo”, disse lui. “Se deciderai di farlo, sarà una tua scelta. Lo comprendi questo, vero?”
“Si”
“Dunque sei libera di decidere. Se non senti che il momento sia giunto, non preoccupartene. Sii serena nella tua decisione. Io non me ne dispiacerò, capirò che abbiamo ancora strade da percorrere insieme.
Lo faremo lentamente fino a quando non ci troveremo davanti alla svolta conclusiva.
Ti è tutto chiaro, tesoro mio?”
Caterina non sollevò gli occhi da terra, e non profferì una sola parola.
Si allungò verso la scatola, prese la catena d’oro con entrambe le mani e fece qualcosa che lo lasciò attonito.
Impugnando la sottile catena d’oro con entrambe le mani, una per ogni capo, stese completamente le braccia in avanti e piegò il capo verso il grembo, al di sotto di quella linea ideale, formata dai suoi polsi e da quel baluginio d’oro .
Lei non poteva saperlo, e lui non gliene aveva mai parlato.
Ma quel gesto, in Oriente, proveniva dagli albori dell’uomo.
Nei ryu di kenjutsu, le scuole millenarie dove si apprende il Kendo, la nobile Via della Spada, accade che la sera, quando l’istruzione degli allievi è ormai terminata, il Maestro tenga lezione ai più meritevoli.
Ed allora, deposte le bokken, le micidiali spade di legno da allenamento, un piccolo gruppo selezionato si dispone intorno al tatami per assistere ad una privatissima rappresentazione di divina e mortale abilità.
E’ compito del discepolo più anziano e più vicino alla “Via”, prelevare e porgere al Sensei, al Maestro, la katana, la meravigliosa spada forgiata strato su strato su strato, con un lavoro che può tenere occupato un mastro armiere anche per due lunghi anni.
L’allievo, prelevata l’arma, si avvicina al tatami e, inginocchiandosi con un unico movimento di entrambe le gambe, solleva la spada oltre la sua testa reclinata, a rendere omaggio alla Via ed al Sensei che la incarna.
Ma tutto questo, Caterina, una scuola tirata via tanto per, non poteva saperlo.
E Giorgio, guardandola, immobile in quel gesto millenario, si chiese ancora e di nuovo, in quale altra vita erano mai stati accomunati.
Prese dalle sue mani i capi della catena e, aggirando i capelli di lei raccolti a coda, avvicinò gli estremi del gioiello.
La clip, nel chiudersi, emise un lievissimo scatto, quasi inudibile, ma che nelle loro anime esplose enorme, luminoso, totale, come il boato di Napoli nella notte di Capodanno.
 
Giorgio rivide Caterina solo due giorni dopo, mentre un solerte tassista aiutava lei ed il padrone delle ferriere a caricare nel bagagliaio le valigie per l’ovvio atollo.
Lui era un passo indietro rispetto alla finestra del suo ufficio, in modo da non essere visibile dalla strada.
Lei sollevò gli occhi verso l’alto e lui, anche se si era fermamente detto che non l’avrebbe fatto, si avanzò di un passo prima ancora di sapere perché e percome.
Il tassista aveva finito di caricare le valige, il padrone delle ferriere era già a bordo.
Lei si attardò un attimo, come per caso. Alzò gli occhi alle sue finestre. A causa del riflesso non poteva nemmeno sapere se lui era davvero lì ma, forse, non era del tutto importante o forse, sapeva.
Era di fine dicembre. E’ freddo il nord di dicembre.
Lei indossava un morbido cappotto color tortora, sicuramente cachemire. Sa va sans dir.
Sotto, solo una camicetta bianca, col collo rialzato e due bottoni generosamente slacciati.
Guardò le finestre buie, sorrise ma solo con gli occhi, toccò l’incavo della scollatura, dove una piccola goccia di resina, proveniente come lei dall’alba dell’uomo, baluginava serena.
Poi si voltò, salì sull’auto, e in un istante il vento passò.
Ma come scrive Bukovskij ”il vento va e poi ritorna”. E così anche il vento di Caterina tornò.
Dorato da soli di tropici alieni a più, e profumato di oceani ancestrali.
E ci furono altri giorni. Pieni, ricchi, dolorosi, emozionanti.
Il rumore della porta del bagno che si apriva lo riscosse dal fluire del quieto e al contempo tumultuoso torrente del già accaduto, per immergerlo nel fiume del presente
Caterina varcò la soglia abbigliata come lui amava. Uno stendardo di pelle e seta che garriva orgoglioso sui bastioni della bellezza.
Attraversò il poco spazio che li separava con il passo altero che faceva fremere fino allo spasimo le foglie che avevano le ventura di incrociarla sul loro cammino.
Si inginocchiò dinanzi alla poltrona e con sfida, dedizione, arroganza, umiltà, orgoglio di appartenenza, lo guardò negli occhi e gli tese la mano che reggeva il guinzaglio.
 
Lo squillo del cellulare li colse come una folata di spietato vento siberiano, gelando all’istante in piccoli aghi dolorosi le gocce di sudore del loro piacere.
Sapevano che prima o poi sarebbe accaduto, previsione probabilistica fin troppo facile. Ma in qualche modo avevano sempre coperto quella tensione sotto un velo di oblio. Ed ogni volta, quando stavano per separarsi, lui aveva rivolto un piccolo silenzioso pagano ringraziamento a quel totem elettronico che ancora una volta gli era stato complice.
Ma stavolta non era così. Al primo squillo ne seguì un secondo.
Giorgio non poteva vedere gli occhi di Caterina nascosti dietro la cortina di seta nera annodata alla nuca.
Poteva invece vederne il corpo dove le corde frementi come tendini, si mescolavano ai muscoli di lei tesi come corde, nelle plastiche posizioni dei loro riti di piacere.
Non ci sarebbe stato tempo per sciogliere quei nodi, per liberarla da quei vincoli simbolici che lei amava così tanto indossare.
In quel momento lui era l’arbitro unico dell’immediato futuro di lei. Avrebbe potuto lasciar squillare nel nulla quel guinzaglio elettronico, senza che lei potesse in nessun modo intervenire.
Giorgio non poteva vedere i suoi occhi, ma lei pronunciò solo due parole, una preghiera talmente accorata da precludergli ogni altra ipotesi solutiva.
Il volto fisso verso dove credeva che lui fosse, gli occhi invisibili, il corpo immobile nell’abbraccio delle funi, Caterina disse solo: “Ti prego”.
Al terzo squillo lui sollevò l’oggetto dal comodino, lo appoggiò all’orecchio di lei e, improvvisamente immerso in un sogno kafkiano, premette il tasto verde.
Se avesse chiuso gli occhi o se fosse stato all’altro capo di quel cordone elettronico, avrebbe potuto immaginarla seduta tranquillamente al tavolino del bar sotto casa, mentre distaccata sorseggiava l’aperitivo del tardo pomeriggio. Le gambe compostamente accavallate, la mano libera a giocherellare con l’accendino d’oro o con il portasigarette prezioso.
Ed invece, come due universi paralleli che improvvisamente entrano in incongruo contatto, lei era lì, in quel letto. E le gambe non erano certamente compostamente accavallate e le mani non potevano in nessun modo giocherellare con null’altro tranne che i nodi.
Assistette come stordito a quella impressionante rappresentazione teatrale che avrebbe mandato in visibilio pubblico e critica, se mai costoro avessero potuto esserne spettatori.
La voce di lei, le sue parole narravano di leggera noia, di piccole cose, di commenti a fatti banali e accadimenti del quotidiano, con scioltezza e levità.
E mentre lei parlava lui comprese.
Comprese che i loro progetti di allegria erano dolci e leggeri come un seducente profumo di donna che senti entrando in un ascensore. Un profumo che narra una storia, che evoca emozioni e fantasie e promesse e passioni.
Ma è solo un profumo. L’etereo simulacro di una donna che non c’è, perché l’ascensore è vuoto e lei è già andata via.
Comprese che non c’era stato inganno nelle promesse di lei. C’era forse stata la speranza di un affrancamento dalla sua stessa natura. Il sogno di gettare da un ponte i suoi “salti di qualità” per iniziare a riscrivere con lui parole sulla sabbia.
Comprese anche, anzi no, vide lucidamente, l’ipotesi del loro futuro.
Quando la passione si fosse immersa nella quotidianità, che al di là di ogni sforzo erode implacabile i sogni degli amanti.
Ed allora viene il tempo dei bilanci, veri o presunti. Delle stadére sui cui piatti si pongono il presente vissuto e le ipotesi di presenti che sarebbero potuti essere.
E questi ultimi, forti della loro immaterialità, sono sempre, implacabilmente, crudelmente, più pesanti.
Comprese che era più nobile racchiudere un sogno, come la foto di una festa che fissa immota nel tempo l’attimo della gioia, piuttosto che riprendere il film della morte di un amore.
“Ciao allora” disse lei e lui per un istante credette di aver parlato a voce alta.
Era invece la fine della telefonata. Forse sarebbe meglio dire la fine e basta.
Premette il tasto rosso e appoggiò delicatamente il telefono sul comodino.
Nessuno parlava perché non c’erano parole.
Lentamente, come nascessero dalla benda stessa, esili rivoli iniziarono la loro discesa sul viso di lei, unica cosa in movimento in quella stanza dove il tempo si era immobilizzato.
La voce di Caterina ruppe il silenzio dopo un tempo che non avrebbero saputo misurare, scandito solo dal rinnovarsi di quel rivolo di lacrime.
Se esiste la voce del dolore, in quel momento apparteneva a Caterina.
La testa piegata di lato, il corpo scosso dalla marea delle sue stesse lacrime disse “Ti prego puniscimi, fammi male, perché io sono solo una grandissima puttana”.
E mentre lei ripeteva una affranta litania di sommessi “ti prego”, Giorgio non la punì.
Non si può punire lo scorpione quando ti punge perché pungere è nella sua natura, al punto che a volte punge a morte anche se stesso.
Lentamente, dolcemente, sciolse ad uno ad uno i nodi della loro complicità, fino a liberarla del tutto.
Solo la benda restò al suo posto.
L’aveva amata molto, ancora l’amava e sapeva che l’avrebbe amata nell’oltre.
E quell’amore gli imponeva di donarle un momento di rispetto, lasciando quel velo nero a proteggerla dalla vergogna di incontrare i suoi occhi.
La sollevò, se la appoggiò al petto e la accarezzò a lungo ascoltando il suono dei singhiozzi che pian piano si affievolivano. La accarezzava in silenzio, seguendo con la mano quei percorsi che tanto bene conosceva, quegli anfratti e sentieri dei quali aveva imparato a riconoscere ogni svolta ed oasi ombrosa.
La accarezzò a lungo e lentamente come chi tocca gli oggetti della casa natale prima di partire per il lungo viaggio della vita, cercando di imprimersi nella memoria la loro disposizione, forma, colore, emozione.
La accarezzò a lungo e lentamente perché sapeva che era l’ultima volta.
E fu grato a quel velo nero sugli occhi di lei perché le impedì di scorgere le sue due lacrime silenziose.
 
Epilogo
 
Quando, al primo squillo, sollevò la cornetta del telefono, come sua abitudine pronunciò nome e cognome.
Non amava dire “pronto”. Chissà perché lo trovava riduttivo ed un po’ maleducato. Preferiva presentarsi subito in quel modo.
“Ciao”. La voce dall’altro capo del filo lo ripiombò in memorie passate, come un salto nella curvatura dello spazio tempo che Einstain aveva teorizzato.
“Come stai?”
“Bene. E tu?”
Banalità. Ruggine che gocciolava sul filo. Troppo c’era stato per affidarlo alle sole parole.
Un anno e mezzo da quell’ultima sera nella camera-casa dell’albergo-tana.
Era stata dura, troppo.
Lei lo aveva cercato e lui in cambio le aveva scritto la Lettera.
L’unico modo che avesse per parlarle, spiegarle, motivarle e trasfonderle con almeno un minimo di ordine quello che gli aveva attraversato la mente negli ultimi momenti insieme.
L’unico modo al riparo da quegli occhi, che contro ogni logica e raziocinio, lo avrebbero riprecipitato sulla strada del non luogo. Quella che li avrebbe perduti entrambi.
Poi le cose avevano subito un’improvvisa accelerazione.
Il padrone delle ferriere aveva fatto la sua mossa. Quella finale, conclusiva.
Offerta di matrimonio. Come al solito all inclusive, come dicono a Roma “tutto il cucuzzaro”.
L’ultimo salto di Caterina, quello definitivo.
A quel primo macigno che si era staccato dalla montagna ne era susseguiti altri, in una subitanea valanga che aveva spazzato via gli ultimi detriti tangibili della loro storia. Perché quelli intangibili non avrebbe potuto trascinarli via nessuna potenza, degli uomini o della natura.
Si erano trasferiti in centro, ovviamente.
In una casa importante, più adatta ad una coppia definitiva, ovviamente.
Lei era rimasta incinta, ovviamente.
Tutto questo Giorgio l’aveva saputo da Flavia, l’amica complice di Caterina.
Quella che tante volte era stata il paravento dietro al quale lei nascondeva i suoi attimi rubati.
Lui che aveva rigorosamente smesso di frequentare quelli che con triste ironia chiamava i “loro luoghi comuni”, aveva preso a trovarsi con Flavia. L’unica alla quale, senza nascondersi dietro falsi pudori, poteva chiedere briciole di conoscenza.
Gli erano rimaste, oltre al sacchetto dei ricordi legato sull’anima, Flavia e Nunziatina.
Nunziatina che dopo un po’ che non li vedeva più arrivare, gli aveva telefonato, preoccupata che potesse stare male. Ma lei poverina, immaginava un male del corpo, non dell’esistere.
E quando aveva compreso che il gommone dei clandestini era affondato nelle brume del canale, aveva adottato uno dei sopravvissuti.
Flavia era stata un’altra storia.
Giorgio aveva scoperto, poco a poco, che lei conosceva molto più di quanto lui immaginasse.
Bocconi di frasi, spizzichi di note a margine, gli avevano fatto capire che Caterina le si era confidata circa la profondità e la natura di quanto li legava.
E nel suo modo saltellante e smozzicato, incontro dopo incontro Flavia gli aveva fatto capire che forse, magari, chissà, avrebbe volentieri preso il testimone lasciato dalla sua amica.
Ma quando hai bevuto la migliore delle miscele arabiche, non sai più, non puoi più, non vuoi più accontentarti del surrogato di orzo.
E così Flavia, tranne qualche tenero interludio, era restata la quinta colonna che lo teneva informato degli accadimenti.
Ed ora quella voce.
“Come va il lavoro? Sei sempre sotto stress?”
“Lo sai, alti e bassi”
Frasi così. Come gli indiani che nei western, girano in carosello intorno ai carri dei coloni, urlando tanto e stringendo poco.
Poi, all’improvviso, l’urgenza nella voce. Il basta puttanate. Anche per me grazie.
“Ho fatto il tuo numero un sacco di volte. Poi al secondo squillo buttavo giù”
“Anch’io”
“Stavolta mi hai fregata. Hai risposto al primo”
“Sono contento”
“Anch’io. Chissà quando avrei trovato il coraggio di rifare il numero”
“Hai bisogno di molto coraggio?”
“Si”
“E’ bello saperlo”
“E’ bello dirtelo”
“Sei serena?”
“Forse si. Mi tengo impegnata, così penso il giusto”
“So che hai molto da fare ultimamente”
“Flavia, vero?”
“Si”
“Da quanto non la senti?”
“Un paio di mesi”
“Da quando ho avuto la bambina?”
“Si, più o meno”.
“Lo sapevi che era una femmina?”
“Si, me lo ha detto Flavia. Dopo che ti ha accompagnata a fare l’ecografia. Sta bene?”
“Si. Bianca e rossa come una melina. Quando si attacca alle tette, sembra sempre che me le porti via a morsi”
“Somiglia a te allora”
“Sei sempre lo stesso scemo”
“Spero proprio di si. Mi spiacerebbe deluderti”
“Non lo hai mai fatto. Mi sembrerebbe strano che iniziassi ora”
“Una volta l’ho fatto. Forse. Ma questo sta a te giudicarlo”
“Se l’hai fatto, allora ero distratta”
“Allora ho avuto culo. Almeno una volta nella vita”
“Devo andare, Giorgio. La bambina piange”
“Certo, tesoro. Vai. Magari ci si sente con più calma”
“Si, certo”
“Allora un bacio, Caterina”
“Anche a te…….. amore mio……… Arrivo Giorgia, arrivo. Mamma è qui. ………………………Ciao”
 
Click
 
Ed il vento passò. Per non tornare mai più.
 
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lunedì, 27 novembre 2006,23:22

Caterina era il vento.
Quando il vento passava le foglie fremevano, vibravano, si caricavano di elettroni e strusciandosi tra loro emettevano scintille di desiderio, come fiammelle sotto un bicchiere che un istante prima di spegnersi abbiano ricevuto l’estremo soccorso di un alito di ossigeno.
Stregate.
Tutte.
Quelle ancora tenere e verdi che appena occhieggiavano dai rami, così inesperte e nuove di fronte potere del vento.
Si agitavano quasi senza un perché, succubi di un messaggio ancestrale che ancora non riuscivano a comprendere appieno ma che le turbava con la sua potenza antica e maestosa.
Stregate.
Tutte.
Quelle ormai consunte e aggrinzite, cadute da tempo dai rami, avviate ormai all’ultimo ciclo, all’humus.
Il vento passava e, strusciandole tra loro, le faceva crepitare con il ruggito di un incendio improvviso.
Un incendio della memoria che per un breve, dolcissimo momento le riportava a quando piene, succose e orgogliose si agitavano sul ramo, l’una in competizione con l’altra nella conquista del raggio di sole.
Poi il vento andava oltre.
E i teneri germogli ritornavano al loro dovere del crescere, più ricchi però della promessa di futuro soleggiato che il vento gli aveva appena mostrato.
E le foglie cadute, amareggiate dal fulgore che mai più sarebbe stato nelle loro ipotesi di sorriso, ritornavano a giacere le une sulle altre, in un insieme di arancioni, marroni, neri, quadro macchiaiolo del sic transit gloria mundi.

Caterina era così. Promessa di paradiso al suo stato più puro.
Quando usciva dal portone del palazzo dove viveva e lavorava, il tempo pareva perdere un battito per restare in sincrono con i cuori degli uomini che assistevano al miracolo di Venere che sorge.
Camminava eretta, ma non rigida. Fiera ma sinuosa.
Conscia.
Non si voltava mai.
Non ne aveva bisogno.
Sapeva.
Come quando di luglio, anche se si chiudono gli occhi e si sprofonda nel buio delle palpebre, il calore del sole sulla schiena è tangibile come una cosa viva, così Caterina non aveva bisogno di voltarsi per osservare il sisma alle sue spalle.
Sapeva.
Aveva sempre saputo.
Da quando aveva memoria.
Non era nata ricca Caterina. Troppo numerosa la sua famiglia. Ai margini, alle briciole di quella cornucopia che il nord est elargiva hai suoi figli industriosi.
Ma aveva capito in fretta.
Quando adolescente appena accennata entrava nei bar della sua terra, le “ombre” piene del morbido bianco di quelle colline restavano a mezz’aria, ad un passo dalle labbra pendule dei loro proprietari, dimentichi di tutto tranne che di quella presenza.
Non era colta Caterina. Una scuola appena appena tirata via, tanto per.
La sua scuola erano stati gli uomini.
Giovani e anziani, zoppi e centometristi, vampiri e donatori di sangue, predatori e prede, santi e puttane.
Aveva via via accresciuto la comprensione del potere. E, la morbida capacità di gestirlo.
Si era sgrossata e trafilata, cesellando quanto la natura aveva già donato con dovizia.
Il passo, gesto, il dettaglio, il trucco e l’abito dichiaravano sapienza e sobrietà.
Sottraendo esaltavano, negando solleticavano, lasciando intuire accendevano.
Maschiroska, mimetismo animale, una lady forgiata da una disciplina spietata.
La sua scalata era stata rapida. Pochi passaggi, poche concessioni, il numero minimo indispensabile di salti.
Ed ora lì. Ultimo salto compiuto.

Il padrone delle ferriere. All inclusive.
Ferrari, vacanze esotiche, tennis al pomeriggio, la villa di papà con piscina, lo shopping a go go e le griffe, le cene, i gioielli, un portasigarette d’oro, il Rolex che da solo avrebbe ribaltato il bilancio di un villaggio africano.
Ed alla via così, venghino signori venghino a vedere quello che il soldo può.
Oggetti e corpi, corpi e oggetti. Ma non sono poi la stessa cosa!?!?
Tutta roba in vendita, al massimo se vuoi essere tirchio, in leasing.
Non male come salto, Caterina.
Se ce ne sarà ancora solo uno, entrerai in zona mito.
Ma al momento lei era soddisfatta.
Bastava guardarla nei gesti minuti.
Come parcheggiava con non chalance la Golf nera, vetrioscuratiinternopellehi-fitopclassfulloptional, senza nemmeno voltarsi mentre premeva il tasto del telecomando.
O come sedeva al tavolino del bar sotto casa quando al mattino, con il padrone delle ferriere, scendeva a fare una colazione giudiziosa a protezione del capitale.
Guardava ma non mostrava di vedere. Regale, distaccata, altera ma non spocchiosa nel ricevere il muto omaggio del popolo delle foglie, dalla bocca silenziosa ma dallo sguardo osannante.
Anche il padrone delle ferriere partecipava al rito.
Ma a lui mancavano la classe di un’antica tradizione e l’umiltà di prenderne atto.
A differenza di lei, non aveva avuto bisogno di divenire per se stesso un implacabile sergente di ferro.
La ricchezza lo avvolgeva da sempre come un caldo, inespugnabile bozzolo.
Così fitto che nemmeno un timido rivolo di classe era riuscito a sormontare quei titanici bastioni.
Ed ogni mattina si concedeva il Sacro Rito della Colazione. Si mormorava che non vi rinunciasse nemmeno in caso di indisposizione grave.
Tutto quello che possedeva doveva essere mostrato; altrimenti che senso aveva pagare il conto.
Dalla finestra dell’ufficio di fronte, una foglia osservava ogni giorno questo rito ostentatico del nuovo paganesimo, l’avere in luogo dell’essere.
Una foglia qualunque sul ramo. Ma una foglia strana.
Osservava e pensava.
Certo anche a questa foglia il vento aveva il potere di scuotere l’anima; nessuno poteva restarne oggettivamente indifferente.
Ma era una foglia strana, con un piccolo gene difettoso che da secoli percorreva il rosario ininterrotto della sua famiglia.
L’anarchia.
Il rifiuto di accettare inane il potere costituito.
Ed il vento era, hai suoi occhi, l’epitome del potere costituito.
Il vento è lì e quando decide di passare le foglie sia agitano. E’ così da sempre.
Ma a quella piccola comune anonima foglia, il gene alterato suggeriva vie di rivolta, di affrancamento.
Suggeriva di non voler essere lo schiavo incatenato ai voleri del vento. Quei voleri del vento che obbligavano lui ed i suoi simili alla tenzone gladiatoria, solo per darle il solo piacere di osservare cosa come e quanto quelle foglie si sarebbero sbranate tra loro per raggiungere la promessa di gloria e piacere essa distillava su di loro con rare, avare gocce.
E in una mattina come tante, assistendo nuovamente al Sacro Rito della Colazione, la foglia Giorgio, novello Spartacus, decise che si sarebbe ribellato, affrancato, sottratto a quel dominio tanto più feroce in quanto nemmeno aveva bisogno di dichiarare di voler dominare.
Lo faceva e basta, come per diritto divino.
In quella mattina come tante la foglia Giorgio dichiarò guerra al vento.

Come lo sparatore di Serajevo, nemmeno lui si rese conto che quel singolo gesto avrebbe scatenato eventi inimmaginabili.
La rivolta iniziò il giorno dopo, senza apparenza alcuna, senza clamori e grida, come tutte le cose più pericolose.
Il guanto fu gettato senza che nessuno, al di fuori dei duellanti, se ne accorgesse.
Giorgio aveva sempre evitato il piccola bar sotto l’ufficio, non gli piaceva. Sapeva di fasullo, di vorrei ma non posso.
Provinciale, dozzinale ma idealmente teso a fare concorrenza all’Harry’s Bar.
Come le cifre sulle camicie dei manager pret a porter.
Sono terribili quelli a cui manca il senso del ridicolo.
Ma iniziò egualmente a frequentarlo, perché sarebbe stato uno dei suoi terreni di battaglia privilegiati.
Dapprima sporadicamente, poi pian piano con maggior frequenza. Una strategia di approccio morbida, un apparire progressivo tale da non creare apparenti fratture negli equilibri.
E con la stessa morbidezza avviò la reciprocità.
Iniziò lentamente ad apparire negli orari del Sacro Rito della Colazione, a volte si, a volte no.
Applicando in modo speculare la tecnica di Caterina, guardava ma non mostrava di vedere. Ma aggiungendo una piccola subdola variante.
Guardava, non mostrava di vedere. Ma solo lei.
Era gentile e cortese con tutti. Con il querulo barista, i colleghi d’ufficio, gli avventori abituali, le ragazze dirimpettaie, addirittura con la presunta bocca di rosa del quartiere.
Una volta gli capitò, colmo dei colmi, di rivolgere un sorriso ed una battuta anche al padrone delle ferriere.
Ma Caterina era e restò invisibile.
A onor del vero, all’inizio lei nemmeno se ne accorse. Abituata com’era all’omaggio sbavante delle foglie, non realizzò la diversità.
Ma lentamente qualcosa permeò la sua certezza. Un dubbio, una scalfittura, una piccola scheggia di disordine nel suo mondo di ossequio dovuto. Era come una sorta di prurito di cui non conosceva l’origine. Come il senso del ragno di Spiderman che annuncia un pericolo, seppur non ancora manifesto.
Iniziò allora ad osservare con maggior cura il popolo degli osannantes.
E nei giorni scoprì che qualcosa alterava l’immutabile, lo stesso diritto divino del vento.
Quella singola, comune, patetica, stupida, banale, dozzinale, economicamente insignificante foglia rifiutava di vibrare.
Ma forse si era trattato di un caso, forse la foglia stava male, forse si drogava, forse era cieca.
Una foglia non può non vibrare quando il vento passa.
Avviò dunque una serie di esperimenti. Passò più forte e più vicino, modulò la voce ed i fianchi, casualmente capitò in spazi ravvicinati, ma quella stupida, inutile, catatonica foglia non vibrava.

Non dava nemmeno segno di resistere al vento; questo lei avrebbe potuto capirlo e codificarlo.
Sembrava addirittura non accorgersi del vento.
Inaccettabile! Anatema! Abominio!
La battaglia subacquea, invisibile a tutti tranne che ai due contendenti, durò a lungo.
I mesi si susseguirono in un ordine apparentemente immutato. I Riti continuarono. La vita svolse il suo corso, le stagioni si incalzarono.
Solo la foglia ed il vento sapevano del titanico e non dichiarato scontro in atto.
Poi, un giorno, senza preavviso, come tutte le cose che alterano il corso di una vita, lo scontro giunse naturalmente, casualmente, prevedibilmente, ineluttabilmente, al suo epilogo.
Il vento Caterina giunse davanti al portone.
Stavolta la Golf nera, vetrioscuratiinternopellehi-fitopclassfulloptional, era guidata dal padrone delle ferriere in completa tenuta “cazzo quanto sono fico quando vado a giocare a tennis”.
Il vento Caterina si girò a dire qualcosa, sorrise con la sola bocca e si avviò al portone.
La foglia Giorgio, si trovò a girare l’angolo, fece due passi e mise la mano sulla maglia tre decimi prima di lei.
Era impreparato e si diede del coglione. Non aveva avuto il tempo di assumere la posizione “io foglia immobile”.
D’istinto aprì la porta e cedette il passo a Caterina.
Per la prima volta dopo mesi di battaglia, si guardarono negli occhi e lei disse: “Meno male, almeno questa volta…”
Una frase tronca. Una frase completa all’inverosimile.
Giorgio rimase immobile, fuori.
Perché dentro ballava un’hacka maori, una giga di guerra irlandese, una ‘ntrezzata napoletana.
Selvagge danze che parlavano di guerra e di vittoria.
Come un giocatore di scacchi che presagisce le mosse dell’avversario e ne vede la sconfitta in poche mosse, così comprese la capitolazione del vento.
“Almeno questa volta….” Quale suono sublime.

Ma Caterina si era già voltata ed avviata verso l’ascensore, voltando la schiena per non mostrare le fiamme dragonesche degli occhi infuriati dalla coscienza della sconfitta.
Giorgio, faccia di culo: “Signora, scusi. Signora?!”
Caterina, faccia ti ammazzerei i bambini nel sonno: “Si?”
Giorgio, espressione beota: “Mi perdoni, ma lei prepara un buon caffè?”
Caterina, espressione te lo ficcherei dove sai il caffè: “ Si, preparo un buon caffè, perché?”
Giorgio, faccia 50% idiota totale 50% paraculo galattico: “Visto che oggi il bar è di riposo, me ne offrirebbe uno?”
Caterina, occhi ti affetterei di lungo come una cichita:” Tra mezz’ora, ma non più tardi perché ho da fare”
Non sembri incongrua la mossa di Caterina. Non aveva affatto deciso di gettare ai porci il risultato dell’ultimo dei suoi salti. Solo che sapeva di potersi permettere quello che riteneva un privato e definitivo scontro finale. Un Ok Corral tra lei e l’ultima foglia ribelle.

Al quarto piano di quel palazzo, lei viveva e lavorava. Lavorava?! Insomma qualcosa di simile.
Era socia complice co-gestore, con il padrone delle ferriere, di una finanziaria.
Un grossolano ed estremamente fruttifero strumento che, a capitale quasi vicino allo zero, permetteva loro di staccare generose provvigioni dalle banche alle quali portavano il bisognoso di turno.
La presenza di Giorgio in quell’ufficio avrebbe potuto avere mille valide spiegazioni, quand’anche “cazzo come sono fico quando vado a giocare a tennis” fosse ritornato prima dell’ultimo set previsto.
Giorgio visse quella mezz’ora come un marine che il 6 di giugno sta per vedersi aprire il portello del suo mezzo da sbarco davanti alla spiaggia di Omaha beach.
Un misto di terrore ed esaltazione, conati di vomito ed erezioni, paura ed eccitazione, che dilatarono il tempo all’infinito e lo contrassero al contempo in un pallido battito.
All’ora stabilita entrò nell’ascensore e, premendo il pulsante del quarto, pronunciò la più improbabile delle frasi, scaturitagli dal coacerbo dei neuroni stressati.
Premette il pulsante e, con voce seria e composta, disse: “Teletrasporto. Signor Spock, ci porti su!”
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